Riforme, via libera del Senato. Renzi, vedremo con chi sta il popolo

Il ddl Boschi approvato a Palazzo Madama con 180 sì e 112 no

Riforme, via libera del Senato. Renzi, vedremo con chi sta il popolo
 Renzi al senato - afp

Roma - L'Aula di palazzo Madama approva il ddl riforme costituzionali con 180 sì. I voti contrari sono 112, 1 solo astenuto. Essendo una riforma costituzionale, era richiesta la maggioranza assoluta dei voti, ovvero 161. Con il voto di oggi la maggioranza ha uno scarto a suo favore di 19 voti.

Maggioranza si ferma sotto 161, necessari Fi e Tosi

Il voto di oggi è l'ultimo che l'Aula di palazzo Madama è chiamata ad esprimere sulle riforme, attese ad aprile alla Camera per l'ok definitivo. Dopodichè, la partita si sposterà fuori dal parlamento, con una battaglia referendaria che sarà anche una campagna politica sul 'futuro' del premier Matteo Renzi, come ha annunciato lui stesso. E non è un caso se proprio il presidente del Consiglio ha scelto di intervenire oggi in Aula a palazzo Madama per le repliche: "La storia si occuperà di questa giornata", ha dichiarato. 

TUTTE LE NOVITA' DELLA RIFORMA

L'ultimo voto arriva da quel Senato che per mesi e mesi è stato al centro delle discussioni politiche come in punta di diritto. Il ddl Boschi passa, ma e' chiaro che il capitolo non è ancora del tutto chiuso. Matteo Renzi ormai ha da tempo constatato che la faccenda verrà regolata dal referendum confermativo, istituto previsto dalla Costituzione, e su di esso ha puntato la propria e l'altrui attenzione. Tanto che, poco prima dell'inizio delle votazioni, fa ingresso a sospresa nell'emiciclo del Senato a segnare l'importanza del momento.
"Questa e' una giornata storica. La storia si occuperà di questa giornata, voi avete deciso di scrivere la storia", blandisce i laticlavi presenti, "la politica ha realizzato le riforme. Dopo anni di ubriacatura, di subalternità della politica, di qualunquismo, la politica ha ripreso il proprio posto nel suo Paese". Ora però "andiamo a vedere da che parte sta il popolo su questa riforma, se i cittadini la pensano come coloro che urlano per il fallimento o per chi scommette sul futuro dell'Italia. Sono gli italiani il nostro punto di riferimento". E promette campagna elettorale a tappeto: di terra in terra, di casa in casa, di campanello in campanello, di gazebo in gazebo. Perché "In caso di sconfitta al referendum trarremo le conseguenze", ma l'Italia "sta dalla parte di chi ci crede".
Parte, di fatto, la lunga campagna referendaria. E che di vera campagna si tratterà, lo fa capire ricorrendo ad un paragone di moda dai tempi della guerra del Kuwait: il dl Boschi "è la madre di tutte le riforme". Logicamente la sconfitta - lo ha già detto altre volte - porterebbe alla fine del governo.
Un discorso che difficilmente avrebbe potuto essere diverso, nel giorno che ha visto non solo la votazione finale sulle riforme ma anche il ricompattarsi, dietro lo stendardo del No al referendum, del centrodestra. I comitati che lavoreranno per bocciare le riforme sono più d'uno, e raccolgono un vasto schieramento interpartitico. All'opposto, il comitato per il sì. Oggi la prima polemica, con il secondo che accusava i primi di marciare con la "sinistra della paralisi", e i primi ad elencare 10 ottimi motivi per votare contro il pacchetto Boschi. Ma il voto, nelle intenzioni del Presidente del Consiglio, dovrà essere più che sul pacchetto, su una persona. 

Parte battaglia per il referendum. Renzi, italiani con me

Il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano spiega di aver apprezzato le parole del premier Matteo Renzi pronunciate nell'Aula del Senato. "Un apprezzamento senza riserve mentali", sottolineato l'ex Capo dello Stato che parla di "giornata storica" dopo il voto di palazzo Madama sul ddl Boschi, perche' sono stati fatti tentativi in questi anni, mai andati a buon fine. Napolitano poi e' tornato sui rilievi mossi sull'Italicum, durante il precedente passaggio del ddl Boschi a palazzo Madama. "Ho solo invitato a valutare l'Italicum prima che entri in vigore il 1 luglio", osserva Napolitano. (AGI) 

(20 gennaio 2016)