L'Umbria sarà un test fondamentale per la maggioranza. Ma anche per la Lega

700.000 elettori, ma di grande peso politico. I partiti nazionali si giocano il tutto per tutto in Umbria, ma tutti sono consapevoli che difficilmente anche una sconfitta del candidato giallo-rosso provocherà una crisi del governo nazionale

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Alessandro Serrano'/AGF / AGF 
Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti

Un test locale, poco più di 700.000 elettori, ma di grande peso politico: il voto regionale che si terrà domenica in Umbria dopo le dimissioni della presidente Pd Catiuscia Marini infatti è il primo banco di prova per la maggioranza M5s-Pd-Leu (senza Iv) che sostiene il civico Vincenzo Bianconi e il primo banco di prova per il centrodestra riunito dopo la fine del governo giallo-verde che sostiene la senatrice leghista Donatella Tesei.

Pochi ritengono che l'esito del voto potrà avere effetti immediati sulla tenuta del governo e quindi della legislatura, ma potrà orientare i prossimi passaggi che avranno un indubbio influsso su esecutivo e Parlamento. Il giorno dopo la foto di Narni, che per la prima volta ha visto uniti gli alleati Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti, Roberto Speranza accanto al premier Giuseppe Conte, nella maggioranza non si nasconde la speranza di un risultato non deludente.

E si fa notare che, a fronte della guida Pd della Regione, molte amministrazioni cittadine erano da tempo saldamente in mano al centrodestra. Ma per molti, al di là del risultato di domenica, si dovrà capire se l'esperimento della trasposizione a livello locale della maggioranza giallorossa avrà un futuro. "Mi ha fatto piacere vedere sullo stesso palco Conte, Zingaretti, Di Maio e Speranza, era quello che speravo avvenisse ed è avvenuto anche più in fretta del previsto" ha detto Dario Franceschini, ministro della Cultura e capo delegazione Pd al governo.

"Questa in Umbria è la prima tappa di un percorso che deve durare nel tempo. Dopo l'Umbria, ci saranno Calabria, Emilia-Romagna e poi, sempre nel 2020, Toscana, Liguria e Campania". Più cauto Luigi Di Maio che ha parlato di una "terza via" basata sul civismo. Ma per il centrodestra il voto potrebbe diventare un avviso di sfratto per il governo. "Da 50 anni vince la sinistra, c'è aria di cambiamento" ha detto Matteo Salvini, per il quale "ora l'Umbria, poi l'Emilia Romagna, in primavera la Toscana, poi il voto nazionale e torniamo al governo!".

Anche per Silvio Berlusconi, impegnato in prima persona nella campagna elettorale sul territorio: "Il voto ha significato a livello nazionale" perché "dopo mezzo secolo cadrà il fortino rosso". Anche per Giorgia Meloni, oltre che un voto importante per gli umbri, si tratterà di "un importante test per il governo nazionale".

Eppure una crisi di governo dopo il voto è improbabile

Eppure tutti sono consapevoli che difficilmente anche una sconfitta del candidato giallo-rosso provocherà una crisi del governo nazionale, tanto più che tra pochissimi giorni comincerà quella sessione di bilancio, durante la quale si approva la manovra, che tutte le istituzioni considerano una finestra temporale durante la quale non si devono creare terremoti politici.

Non è un mistero che anche dal Colle più alto seguano l'iter della manovra con grande attenzione, monitorando tutte le fibrillazioni di queste settimane e auspicando maggiore coesione e senso di responsabilità per tutelare i conti pubblici. Ma, anche considerata l'attesa dei tre mesi necessari a verificare se si terrà o meno il referendum costituzionale sulla riforma del numero dei parlamentari, nessuno crede che una crisi della maggioranza sia possibile fino alla fine dell'anno.

Dal primo di gennaio il discorso cambia, anche se fino a metà-fine mese si dovrà attendere l'entrata in vigore della nuova riforma del taglio dei parlamentari (se non si celebrerà il referendum) e delle modifiche minime necessarie per rendere la legge elettorale attuale applicabile (delega per il disegno dei collegi). Ci potrebbe essere dunque una coincidenza temporale tra l'entrata in vigore effettiva della riforma sulla composizione delle Camere e il risultato delle elezioni in Emilia-Romagna, indicate da molti come vero termometro per la durata della legislatura.

Se infatti il Pd perdesse la guida della Regione, la maggioranza a Roma subirebbe un duro colpo politico e non tutti sono pronti a scommettere che non ci sarebbero ripercussioni sul governo. A quel punto la segreteria Pd, come ha confermato Franceschini, ha già fatto capire che un cambio di premier in corsa non sarebbe proponibile, meglio andare al voto.

E del resto dal Colle hanno già fatto trapelare nelle scorse settimane a tutti i partiti che le maggioranze possibili con gli attuali numeri parlamentari erano solo due: caduta ad agosto la prima maggioranza, quella giallo-verde, se cadesse anche quella giallo-rossa non ci sarebbero altre soluzioni possibili che tornare a chiedere agli italiani di esprimersi nelle urne. Ma gli scenari possono variare in base agli eventi, dunque il primo passaggio da verificare sarà il risultato del voto in Umbria, soprattutto i numeri dei singoli partiti rispetto alle elezioni europee, e l'esito dell'esperimento dell'alleanza M5s-Pd-Leu anche alle amministrative.



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