Il dedalo di numeri della manovra (e della crisi)

I quotidiani in edicola cercano di venire a capo delle cifre contenute nel Documento di economia e finanza e mettono in dubbio l'efficacia delle misure varate dal governo per sostenere la crescita

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Giandotti Ufficio Stampa / AGF
Sergio Mattarella e Giovanni Tria

È un dedalo di cifre e numeri. A ciascuno il suo. Il punto è che siamo in piena crisi economica, nel mezzo della “manovra”, e ancora si cercano le ragioni della crisi stessa. È un paradosso, ma dalla prima lettura dei giornali balza agli occhi proprio questo aspetto. Che è però anche l’oggetto delle tensioni nella maggioranza di governo.

La Stampa, per esempio, ci informa che ci sono “Più spese per 133 miliardi” e per questo sui conti c’è “l’allarme del Colle” per il quale il “Def rischia di essere una misura vuota”. Il punto è, come sostiene il Governatore della Banca d’Italia, Visco, che “le misure del governo non sostengono la produttività”.

La Repubblica ci dice che, da un lato sono stati “Promessi di 18 miliardi dalla vendita di beni pubblici”, quindi “in privatizzazioni”, dall’altro ci sono “Quei sei miliardi di tagli di spesa scritti sulla sabbia”, cioè una spending review fantasma. Mentre è persino all’ordine del giorno il varo di un “contro-documento” sottoscritto da Lega e M5S che “ripropone le misure frenate dal ministro” economico con lo scopo di “isolare” lo stesso Tria. E, nel frattempo, Fmi e il commissario Moscovici lanciano l’allarme perché “Il deficit dell’Italia pesa sull’Eurozona”.

Il Sole 24 Ore, mette invece l’accento sul debito, sospinto da “Spesa per interessi e nuove pensioni”. Quantificando, si tratta del fatto che nel “2022 la previdenza supererà i 305 miliardi”, con un’impennata “già nel 2019” ma “nei prossimi tre anni il costo dell’indebitamento crescerà di 17,4 miliardi”. Ma la sintesi è che servono almeno “47 miliardi in due anni per non far deragliare i conti”.

Quasi a rispondere a tutti i titoli finora citati, Il Fatto ci avverte che “Dietro gli annunci” ci sono “tagli per 17 miliardi” e che, se proprio la vogliamo dire tutta, “Dalla vendita degli immobili pubblici arrivano solo spiccioli”. Quindi per Il Giornale “La manovra vale 40 miliardi” con il risultato che “Il Def dà per scontato lo scatto delle clausole sull’Iva” (dunque, l’aumento, ndr), e ci sono “privatizzazioni difficili” e “flat tax sempre più in salita”.

Il Messaggero si affida invece alla voce di Tria, che in un’intervista, annuncia che “Con lo sblocca-cantieri“ ci sono “87 miliardi da investire”. Per Libero, tuttavia, se “L’Italia fa schifo, la sua Borsa è regina in Europa”, “seconda al mondo dietro al Nasdaq 100, il principale indica tecnologico americano”.

Ma il punto vero, forse - come ci racconta il Corriere della Sera – è che “Le tasse sul lavoro crescono ancora: si guadagna di meno”. Lo dicono i dati Ocse. “Tanto che “Tria ammette: serviranno coperture ingenti”. A quanto ammonteranno? “Almeno 23 miliardi per evitare gli aumenti dell’Iva” per il 2020.

Ma a quanto ammonta il costo per i lavoratori l’essere “tartassati in busta paga” per l’incidenza del peso delle tasse che crescono? Il quotidiano di via Solferino fa un rapido conto e la butta lì: “In media resta il 52,1% del reddito”. Poco più della metà. Dove l’Ocse avverte che il cuneo fiscale è salito a 47,9%. E questa percentuale incide “sulla busta paga di un lavoratore single crescendo di 0,2 punti percentuali rispetto al 47,7% dello scorso anno” secondo l’organismo internazionale, ed è “il secondo livello più elevato dell’area, dietro a Belgio e Germania” conclude.

Cifre e percentuali da capogiro. Che non a caso allarmano il Quirinale, perché c’è il serio “rischio che la rincorsa di provocazioni tra Lega e 5 Stelle precipiti” e “che un banale incidente sfoci in una crisi possibile”, si legge nella cronaca dal Colle del quotidiano di via Solferino. Crisi “sempre possibile ma non probabile”, chiosa il quirinalista, perché “c’è altro, semmai, a preoccupare il presidente, a partire dalla tenuta dei conti pubblici nel lungo periodo, e dunque, le scelte in campo economico che l’esecutivo farà”. Dossier dei quali comincerà ad occuparsi “già da oggi, esaminando il Def recapitatogli da Palazzo Chigi con i vari decreti in itinere”.

Aggiunge ancora il Corriere: “I tecnici del Colle, anche se possono aver valutato come un positivo bagno di realismo quel 0,2% di crescita, sanno che il documento va riempito di contenuti sui quali la Ue e mercati si esprimeranno dopo il voto europeo. Ed è su questo fronte che il governo si giocherà il futuro quando dovrà decidere le linee della finanziaria 2020. Fare sintesi tra le pretese degli alleati-competitor rientra nelle responsabilità del ministro Tria. Il quale, nonostante i dossieraggi e gli attacchi, è ancora al suo posto”.

E su “I conti che non tornano” e la necessità di “un piano B” si sofferma l’analisi del sociologo Mauro Magatti sulle colonne del quotidiano milanese diretto da Luciano Fontana, per il quale il rallentamento dell’economia e l’instabilità “non è una buona notizia” perché “la crescita fiacca significa che il malcontento di quote più o meno grandi della popolazione – già forte in molti Paesi – non sarà velocemente riassorbito. Il che farà aumentare ancora la pressione sui governi, preoccupati di vedere scendere il loro consenso”.

Ciò che a propria volta “rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di rallentamento dell’economia internazionale, dato che ogni Paese tende a intervenire in base alle proprie convenienze interne: anche se l’interdipendenza economica è un fatto da cui è ormai impossibile prescindere, prendere provvedimenti sulla singola economia nazionale è molto più facile che concordare un’azione comune a livello internazionale. Se si vuole essere realisti, tutto ciò porta alla conclusione che il peso della politica sulla prosperità dei vari Paesi è destinato ad aumentare negli anni a venire. In fondo, è proprio questa una delle ragioni di fondo che spiega il successo dei partiti sovranisti”. “Purtroppo – aggiunge il professore – come l’Inghilterra, anche l’Italia ha imboccato un vicolo cieco: senza la spinta dell’economia globale e senza la copertura europea, le politiche di spesa non bastano e possono anzi avere effetti controproducenti (via spread)”. Il rischio per l’Italia, pertanto – osserva ancora Magatti – è che il nostro Paese si venga a trovare “nella seconda parte dell’anno, politicamente isolato, economicamente in recessione e finanziariamente vulnerabile”.

Che fare, allora? Occorre un piano B, sollecita Magatti, e “occorre pensarci in fretta”. “Per evitare il peggio si dovrebbe avere il coraggio di riconoscere che le soluzioni prospettate finora non stanno dando i frutti sperati. Cercandone quindi di nuove. Prima che sia troppo tardi”. Una questione di coraggio.



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