Minzolini conferma le dimissioni: “Non mi attacco alla poltrona”

Ghedini: ora reintegro di Berlusconi più vicino. Il Pd respinge le accuse: per Mucchetti la “condanna era smodata”.

Minzolini conferma le dimissioni: “Non mi attacco alla poltrona”
 Minzolini

“Io di certo non voglio stare attaccato al mio scranno. Mi piace fare il lavoro che facevo e voglio tornare a fare quello: il giornalista”. Il senatore di Forza Italia, Augusto Minzolini, conferma le sue dimissioni dopo il voto di Palazzo Madama che, grazie anche al voto di 19 colleghi del Pd (e all’astensione di altri ) 14, ha detto no alla richiesta di decadenza avanzata dalla Giunta per le Immunità in seguito a una condanna per peculato. I giornali suggeriscono una resurrezione del Patto del Nazareno. I grillini, con Luigi Di Maio, parlano di “voto eversivo” e paventano “manifestazioni violente”. Gli scissionisti, dopo la bocciatura della mozione di sfiducia nei confronti del ministro dello Sport Luca Lotti, accusano il loro ex partito di essersi prestato a un “patto sotterraneo”. 

"Ero pronto a bere la cicuta"

“Ero pronto a bere la cicuta, sono stato salvato da un moto di coscienza e ringrazio quelli che lo hanno avuto, senza pregiudizi, senza fanatismi ideologici”, risponde il senatore azzurro al giornalista del Messaggero che gli domanda, con ironia, se ora si iscriverà al Pd, “non me lo aspettavo proprio. Ero convinto che mi avrebbero fatto decadere. E ora sono il più stupito e il più contento di tutti”. Nondimeno, Minzolini conferma l’addio all’aula di Palazzo Madama: “Non mi va di ascoltare la solita solfa, quelli che gridano: vuole restare attaccato alla poltrona! Variante: punta alla pensione pagata con i soldi nostri. A me invece di queste cose non importa affatto. Scrivo la lettera e mi dimetto”. L’ultima parola spetta però sempre al Senato che, di solito, in questi casi le respinge. Di sicuro si respira un’aria nuova: “Ognuno si è espresso secondo la propria coscienza. E lo ha fatto con voto palese e non nel segreto dello scrutinio. Questo non accadeva neppure nella Prima Repubblica”.

Ghedini: reintegro di Berlusconi più vicino

Si consolida quindi la svolta garantista del Pd di Renzi, lodata da Berlusconi in una recente intervista al ‘Giornale’. Minzolini, su questo fronte, non si sbilancia e racconta di aver parlato con il Cavaliere “della sfera umana, non di quella politica”. C’è però già chi guarda lontano, come l’avvocato Niccolò Ghedini, secondo il quale il “salvataggio” di Minzolini può preludere a una sentenza della Corte di Strasburgo favorevole a una reintegro del leader di Forza Italia, decaduto dallo scranno senatoriale nel novembre 2013 in seguito alla condanna definitiva per il caso Mediaset, in virtù della legge Severino. “Per la prima volta dopo molti anni di discussioni, il Parlamento ha preso atto dell’erroneità della legge Severino perché, come accaduto esattamente per Berlusconi, anche nel caso di Minzolini si sarebbe trattato di applicare una legge più sfavorevole in modo retroattivo”, dichiara al ‘Corriere’ il senatore forzista, secondo il quale la decisione del Senato” conferma un nostro argomento molto forte che abbiamo inserito nel ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo facendo specifico riferimento al fatto che la decisione di decadenza è legata alla discrezionalità politica della camera di appartenenza contro la quale non c’è rimedio”. 

Mucchetti: la condanna era stata smodata

Il Pd, intanto, deve difendersi dagli strali dei Cinque Stelle, mentre si allarga ulteriormente la frattura con i transfughi bersaniani. “Trovo gravissimo che il vicepresidente della Camera Di Maio inviti i cittadini a manifestare in maniera violenta”, afferma il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, in un’intervista a ‘Repubblica’, “è offensivo che tutti i nostri senatori vengano additati come colpevoli di un voto di scambio”. Interpellato dallo stesso quotidiano, Massimo Mucchetti, un altro dei senatori Pd che hanno votato contro la decadenza di Minzolini, parla di “una sentenza di condanna che non sta né in cielo né in terra. A parte il fatto che le decisioni del Senato non possono seguire pedissequamente il pronunciamento dei giudici”. “Qui il garantismo non c’entra. La sentenza di condanna è stata smodata. Sia per l’entità della somma che sarebbe stata sottratta alla Rai – per altro restituita – sia per le modalità con le quali l’intera vicenda è stata sovraccaricata”, riflette Mucchetti, “problemi del genere in un paese civile si risolvono in un processo amministrativo, non penale”.