A che punto è la legge elettorale

Il ritorno al proporzionale sembra ormai pacifico. Il modello spagnolo sta però perdendo progressivamente quota. Sullo sfondo i nodi del taglio dei parlamentari e di un possibile referendum

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Foto: Emmanuele Contini / NurPhoto  
 Elezioni politiche

Dato ormai per assodato il ritorno al proporzionale, è la soglia di sbarramento (nazionale o circoscrizionale, e quanto alta?) a marcare le distanze tra le forze politiche che sostengono il governo. Ma potrebbe creare frizioni anche la questione della lunghezza delle liste, e la possibilità di candidature 'blindate' o, per contro, la reintroduzione delle preferenze.

E se in un primo momento un modello simil spagnolo sembrava essere in pole position tra le ipotesi sul tavolo, con il passare delle ore il sistema elettorale adottato a Madrid non sembra più riscuotere grandi favori.

C'è il no secco di Italia viva, ma anche le forti perplessità all'interno del Pd, che venerdì riunirà la direzione proprio per discutere di legge elettorale. Anche tra i pentastellati lo spagnolo incassa un modesto entusiasmo. Quanto a Leu, si tratta di definire bene le circoscrizioni, perché se sono troppo piccole si crea uno sbarramento implicito altissimo, è il ragionamento. Lo spagnolo, viene spiegato, non appassiona nemmeno la Lega, che pure si dice pronta a ragionare sul proporzionale purché la riforma elettorale non diventi la scusa per allungare la legislatura.

Un punto fermo, però, al momento c'è: i dem faranno di tutto pur di evitare un ritorno alle urne con l'attuale sistema, il Rosatellum. Tanto più alla luce di un dibattito politico sempre più acceso e nel quale non si fa mistero del rischio alto di possibili nuove elezioni in tempi brevi. Se infatti è vero che il premier Conte ha rilanciato la necessità di una sorta di 'verifica' di governo, dando appuntamento a gennaio per ridefinire le priorità, e che la proposta sia stata subito accolta da Pd e M5s, è altrettanto vero che i fronti aperti nel governo e nella maggioranza sono ancora molti. E il 'fattore tempo' diventa una variabile fondamentale: perché se tra i partiti qualcuno volesse tornare al voto prima che il taglio dei parlamentari entri in vigore, la legislatura dovrebbe terminare necessariamente entro e non oltre l'11 gennaio.

Referendum o no?

Già dal giorno dopo, infatti, qualora nessuno abbia richiesto il referendum, la riforma costituzionale sarebbe pienamente operativa. Dopodiché, bisognerebbe attendere come minimo due mesi per consentire la ridefinizione dei collegi. Dunque, non si potrebbe tornare alle urne prima di maggio-giugno. Se, invece, si dovesse svolgere il referendum, i tempi si potrebbero ulteriormente allungare.

Ed è anche a causa del 'fattore tempo' che la raccolta delle firme per la richiesta di referendum - soprattutto al Senato, dove mancherebbero all'appello meno di 10 sottoscrizioni - si trova in una sorta di limbo, in attesa di capire l'evolversi della situazione e se 'convenga' o meno chiedere la consultazione popolare. Infine, il 'fattore tempo' gioca un ruolo anche nel mantenere fede alla road map stabilita dalla maggioranza ad inizio ottobre. Ovvero, arrivare ad una proposta di riforma della legge elettorale entro la fine dell'anno.

La maggioranza, salvo cambi di programma dettati anche dall'agenda parlamentare - con il tour de force su manovra e decreti in scadenza - tornerà a riunirsi mercoledì. Ma difficilmente, viene spiegato, sarà l'incontro definitivo. Ogni partito sta valutando le proprie proposte e controproposte da mettere sul tavolo: la maggioranza del Pd propenderebbe per un sistema proporzionale corretto da una soglia di sbarramento nazionale alta, si ipotizza il 5 %, ma c'è disponibilità anche sul 4%. Ipotesi che non dispiacerebbe ai 5 stelle, che già in passato avevano appoggiato un sistema simil tedesco.

Ma se si dovesse convergere sulla soglia circoscrizionale, l'importante - è la linea dem - è che l'ampiezza delle circoscrizioni garantisca meccanismi certi antiframmentazione. Tra i dem, però, c'è chi guarda con favore al modello spagnolo: il vice segretario Andrea Orlando lo ha detto pubblicamente mesi fa. Quella del Pd è una posizione che potrebbe avvicinare la Lega. Da sempre sostenitore del maggioritario (si attende per il 15 gennaio la risposta della Consulta sul referendum leghista), Matteo Salvini si dice disponibile a ragionare anche sul proporzionale: "Non ho pregiudizi. L'importante è che chi vince poi possa governare", afferma il 'capitano'. Ai leghisti, del resto, non dispiacerebbe un sistema dove ognuno corre per sè, purché i piccoli partiti non diventino determinanti e condizionanti per la nascita di un governo.

Quanto ai renziani, resta l'apertura a discutere di varie ipotesi, con il paletto imprescindibile delle liste corte e della rappresentanza di genere. Ma con un no netto fatto filtrare all'indomani dell'ultimo vertice di maggioranza al modello spagnolo. Per Renzi, dunque, con il proporzionale sarebbe più facile andare alle elezioni, e dopo ci "sarebbe un'altissima possibilità di non eleggere un presidente della Repubblica sovranista, perche' la Lega non avrebbe il 70% del Parlamento", avrebbe detto l'ex premier.



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