Cinque cose che oggi non ha senso dire se vogliamo discutere di politica

Cinque cose che oggi non ha senso dire se vogliamo discutere di politica
 Matteo Renzi (Afp)

Roma - Vorrei provare a scrivere con voi un piccolo vademecum. Un breviario. Un manuale anti-bufale in politica. Un elenco delle cose che continuiamo a ripeterci e forse dovremmo smettere subito di farlo se abbiamo a cuore questo paese. Perché possiamo avere votato sì o no al referendum, o anche esserci astenuti, ma certe cose che continuiamo a ripeterci sono semplicemente false. E non fanno bene a noi né aiutano a costruire un futuro migliore. Avvelenano l’aria. E si sa, quando l’aria è inquinata non può nascere nulla di buono. In questo caso, la democrazia muore. Lentamente magari. Ma alla fine, hashtag dopo hashtag, muore.
 
1- Non ha senso dire che il governo è illegittimo
La prima cosa che dovremmo smettere di ripetere è che il governo, questo governo, il prossimo, il penultimo non importa, “è illegittimo”. Manco ci fosse stato un colpo di Stato. Se ce lo diciamo ogni giorno poi finisce che il giorno del voto la gente crede alla panzana delle matite cancellabili o ai pacchi di schede degli elettori esteri manomesse. Condivide dei post sgangherati dove qualcuno in video urla “gravissimo!”. Manco fossimo nel Nicaragua dei generali, con tutto il rispetto del Nicaragua. Siamo invece una democrazia e ripetercelo non vuol dire che va tutto bene, anzi. Ma il bello della democrazia è che un giorno quasi venti milioni di persone si alzano e votano no alla proposta di chi governa e vincono loro. E il capo del governo va a casa. E’ bella e spietata, la democrazia quando funziona. Qui funziona.
 
L’assunto del governo illegittimo poggia sulla sentenza della Corte Costituzionale che dichiarò incostituzionale il cosiddetto Porcellum, la legge elettorale numero 270 proposta dal leghista Calderoli e approvata il 21 dicembre 2005. Questa legge ha regolato tre elezioni politiche, nel 2006, nel 2008 e nel 2013. Poi, il 4 dicembre 2013 è stata dichiarata incostituzionale. In particolare i giudici “hanno definito infatti "distorsivo" il premio di maggioranza previsto dal Porcellum perché "foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione" non imponendo "il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. E hanno dichiarato l’incostituzionalità anche del meccanismo delle liste bloccate "nella parte in cui non consentono all'elettore di esprimere una preferenza". E quindi? Tutti a casa? Parlamento sciolto d’imperio perché illegittimo? No. I giudici hanno chiarito che "è evidente che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte la normativa che disciplina le elezioni per la Camera e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale". E quindi, le ultime elezioni svolte con il Porcellum costituiscono "con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti. Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali".
 
Morale: dire che il governo, qualunque governo in Italia, è illegittimo è una bufala. Chi la ripete avvelena anche te, diciamogli di smettere.
 
2 - Non ha senso dire che è un governo non espresso dal voto
La seconda cosa che non dovremmo più dire è che la colpa dei governi Renzi, Letta, Monti ma anche del prossimo, è di non essere passato dal voto. Ma è proprio la Costituzione, la Carta difesa con tanta passione da chi ha sostenuto con successo le ragioni del no, ad aver stabilito che siamo una democrazia parlamentare, e che è in Parlamento che si formano le maggioranze per sostenere il presidente del Consiglio indicato dal Presidente della Repubblica (articolo 92). E’ quantomeno bizzarro che a chiedere un governo eletto dal popolo siano gli stessi che si sono battuti con successo contro la presunta svolta autoritaria della riforma costituzionale. Ha vinto il no, evviva: siamo rimasti una democrazia parlamentare.
 
Né vale l’argomento, usato contro Matteo Renzi, di non essere un parlamentare, di non essere a suo volta passato dal voto. La Costituzione non lo prevede affatto  come requisito per guidare il governo e prima di Renzi anche Carlo Azeglio Ciampi (1993) e Lamberto Dini (1995) divennero premier senza essere stati eletti alla Camera o al Senato (mentre Monti divenne senatore a vita qualche manciata di ore prima di ricevere l’incarico dal presidente della Repubblica).
 
E quindi anche questa storia è fasulla. E ripeterla serve solo a far credere ai cittadini che la democrazia sia stata  in qualche modo sospesa. Che ci sia stato un colpo di Stato. Beh, non lo è, sospesa. E non c’è stato un colpo di Stato. Meno male. Andiamo avanti.
 
3 - Non ha senso dire che i rivali politici sbagliano sempre
Il terzo argomento che non dovremmo più usare è quello per cui tutto quello che hanno fatto i rivali politici è sbagliato. Tutto. Anzi è gravemente sbagliato e sta portando il paese alla rovina. La delegittimazione totale dell’avversario nasce nel ventennio berlusconiano, quando la sinistra era incapace di riconoscere che qualcosa di buono, magari marginale, potesse mai venire da un governo guidato da Berlusconi; e a quanto pare non ne siamo più usciti se per molti il governo Renzi ha portato il paese sull’orlo del baratro. Nonostante sia vero il contrario: e cioè che l’economia è cresciuta (poco, pochissimo, ma è finalmente cresciuta: in Italia sono venti anni almeno che cresciamo meno che nel resto del mondo, non è certo colpa dell’ultimo governo che anzi ha ottenuto risultati leggermente migliori); nonostante i posti di lavoro siano aumentati di oltre mezzo milione di unità (sì nel conto ci sono gli orridi voucher ma anche al netto di questo strumento sbagliato il conto resta positivo; anche qui, i numeri sono troppo esigui? Vero, ma non sono negativi); nonostante siano aumentati i soldi per la scuola (anche se la buona scuola si è rivelata molto meno buona del previsto e lo vediamo ogni giorno portando i figli a scuola); nonostante sul piano dei diritti si siano fatti tanti passi avanti (penso alle unioni civili e non solo).

Riconoscere queste cose vuol dire affermare che Matteo Renzi è stato il premier migliore del mondo? No, di errori ne sono stati fatti tanti e a conti fatti anche i famosi 80 euro non si sono rivelati la misura di politica economica più efficace per favorire una ripresa economica robusta. Ma l’Italia sta un pochino meglio di prima. Non è abbastanza, anzi: i dati sui poveri in aumento sono quelli che dovrebbero allarmarci di più, ogni giorno. Ma riconoscerlo non vuol dire che Renzi meritava di restare a palazzo Chigi. Riconoscerlo vuol dire che l’Italia ce la può fare. E che magari, con una guida diversa, può fare anche meglio. Ma almeno non siamo dannati.

Questo modo di fare equilibrato è quello che si ripete in tutte le democrazie mature. Nell’ultima corsa alla Casa Bianca, per esempio, Hillary Clinton e Donald Trump si sono affrontati con una durezza incredibile (Trump ha detto più volte che avrebbe fatto finire in galera la rivale). Ma poi la campagna elettorale è finita. E un minuto dopo Trump ha ringraziato i Clinton per quello che hanno fatto per l’America. E il giorno dopo era alla Casa Bianca per stringere la mano a Barack Obama e riconoscere che aveva fatto alcune cose buone. Tutta scena, si dirà. Ma poi è passato un mese e Trump ha ripetuto che nella formazione della sua squadra in qualche caso ha tenuto in considerazione i consigli di Obama. (In verità, a scorrere i nomi del nuovo governo statunitense si fatica a individuare quale nome potrebbe essere stato consigliato dal presidente uscente. Forse nessuno. Ma il messaggio che arriva ai cittadini è che l’America è unita e non c’è nessuno da “prendere a calci in faccia” per il risultato elettorale, ma un paese da portare avanti insieme nelle differenti responsabilità che il voto ha stabilito. Ce lo vedete un comportamento simile nella politica italiana? No, ed è un problema perché sui social sembra di vivere una guerra civile strisciante).
 
4 - Non ha senso dare la colpa alla 'pancia' del Paese
La quarta cosa che non dovremmo più dire è che abbiamo perso le elezioni perché gli altri erano più ignoranti. O hanno votato con la pancia. Al limite, nel caso dell’ultimo referendum, se proprio si può dire che quello del 4 dicembre è stato “un voto con la pancia”, i flussi elettorali dimostrano che hanno vinto quelli con la pancia vuota e hanno perso quelli con la pancia piena (citazione della direttrice di Left Ilaria Bonaccorsi). Visto che il no ha dilagato fra i ceti poveri e disagiati mentre il sì ha resistito solo nei quartieri borghesi ad alto reddito. E questo del “voto delle pance vuote” è un segnale che nessun politico può mai ignorare. E’ il segnale più importante perché se non sai dare risposte a chi ha più bisogno, non importa quanto ti sei impegnato, hai fallito la prova più importante.
 
Quanto alla presunta ignoranza di molti elettori del no, non è un argomento: chi vuole governare un paese deve saper tenere uniti tutti, i laureati, i diplomati e anche quelli che si sono fermati alle scuole dell’obbligo. Se non sai parlare a tutti, se non sai parlare al cuore delle persone, farti carico davvero delle loro sofferenze, delle loro paure, dei problemi quotidiani, allora vai a casa. Così fanno nelle democrazie mature. L’alternativa è vagheggiare un ritorno all’aristocrazia, ad un presunto governo dei migliori. Senza senso. Perché la democrazia avrà pure dei difetti, ma non esiste un modo migliore per governare una comunità.
 
5 - Non ha senso dire che 13 milioni di italiani hanno votato Renzi
Il quinto argomento riguarda il numero di voti presi dal sì. Oltre 13 milioni. Un numero che viene esibito come se fossero tutti di Matteo Renzi. Come se esprimessero il potenziale politico di un nuovo partito. E’ possibile. Ma il referendum che ha portato alla Brexit si è concluso con circa lo stesso numero di votanti del referendum italiano e un distacco in quel caso davvero esiguo: il Leave ha preso circa 17 milioni di voti, il Remain 16 milioni. Il premier David Cameron però, che aveva voluto il referendum e guidato il fronte anti Brexit, non ha detto: ho 16 milioni di voti, torno in pista. Si è dimesso e ha passato la mano a Theresa May. E’ la democrazia, bellezza.
 
Un consiglio a Matteo Renzi: se vuoi restare dillo chiaramente
E veniamo al punto del futuro politico di Matteo Renzi. Per tutto il periodo in cui è stato presidente del Consiglio ha detto che in caso di sconfitta sul tema delle riforme costituzionali non avrebbe lasciato solo Palazzo Chigi. Avrebbe lasciato anche la segreteria del partito democratico. Anzi: avrebbe lasciato la politica. Avrebbe cambiato mestiere. Non lo ha detto una volta, lo ha detto decine di volte. Nel 2014, nel 2015 e con toni diversi anche nel 2016. Non lo ha detto perché è un bugiardo. Lo ha detto perché ci credeva. Credeva, crede ancora forse, alla bellezza di una politica intesa come servizio e non come mestiere. E soprattutto era sicuro, anzi arcisicuro di vincere la prova di forza referendaria. Ma in ogni caso l’uscita di scena in caso di sconfitta elettorale era la cosa più giusta da fare se rappresenti la nuova politica. E’ quello che accade nelle elezioni americane. Quando perdi la corsa per la Casa Bianca, non guidi l’opposizione. Sei fuori. La Clinton stavolta ha perso ma ottenendo più voti popolari di Trump. Ed è fuori lo stesso. Come come accadde nel 2000 ad Al Gore contro George W. Bush. E’ la democrazia, bella e spietata quando funziona.  Da noi, sotto questo profilo, quasi mai.
 
Matteo Renzi a questa cosa credeva profondamente. Chi ci ha parlato in questi anni lo sa. E anche la domenica del voto, quando era chiaro che quasi venti milioni di no si erano abbattuti sul suo governo e in particolare su di lui, ha fatto una discorso molto bello. “La poltrona che salta è la mia” ha detto. Poi deve aver cambiato idea. Ha prima coltivato l’idea di una rivincita immediata (voto a febbraio), poi di un governo istituzionale, poi di un esecutivo Renzi senza Renzi (l’ipotesi Gentiloni). Tenendo in mano il partito però. La segreteria del partito democratico. Per preparare la rivincita. Intendiamoci: non è vietato. Anzi, è legittimo. Ma è molto diverso da quello che Matteo Renzi ha detto per tre anni.

Lascia, aveva, detto. E invece raddoppia, o almeno ci prova. Perché? Andrebbe spiegato. Andrebbe chiarito. Non perché lo chiedano le opposizioni (anche Beppe Grillo ha “lasciato la politica” nell’agosto 2015 e per la gioia dei 5 stelle è ancora lì). Ma perché lo deve spiegare innanzitutto a se stesso e ai suoi elettori. Il nodo del futuro politico di Matteo Renzi è tutto qui. Perché resta in campo? Se è vero, come ripete ogni giorno, che pensa di aver governato bene, anzi benissimo (e molti indicatori oggettivi sono lì a confermarlo, del resto) perché ha perso così sonoramente? Perché la stragrande maggioranza dei giovani gli ha votato contro? Perché la totalità delle persone che vivono nelle periferie, non solo in senso geografico, del nostro paese, gli ha votato contro? Perché “il destino è cinico e baro”? Certo che no.


Al netto delle faziosità, Matteo Renzi è tuttora un patrimonio di questo paese. Lo è sul piano della credibilità internazionale e lo è per la passione politica che ha rappresentato nel campo del centrosinistra. Interpretando una nuova idea di politica, intesa, è una delle sue citazioni preferite, “come servizio e non come mestiere”.
Ma se hai la fortuna e la bravura di poter guidare il tuo paese quando non hai ancora 40 anni, e di farlo per il più grande partito socialista d’Europa, e dopo mille giorni hai contro i giovani e i poveri, non hai sbagliato qualcosa di marginale. Hai fallito la prova decisiva. E prima di dire che vuoi la rivincita, devi dimostrare di averlo capito e di essere cresciuto. Fare finta di nulla è peggio che dire una sciocchezza sui social: è sprecare tutto quello che hai provato a costruire.
Se sei un vero leader, le sconfitte servono soprattutto a questo.