Il governo cancellerà il bonus 80 euro voluto da Renzi?

Aspramente criticato quando venne introdotto prima delle europee del 2014, secondo quanto emerge nelle ultime ore il provvedimento sarà superato dall'esecutivo gialloverde per tenere in ordine i conti. Le letture dei quotidiani e le reazioni

80 euro renzi 
Agf
Giovanni Tria

Erano il fiore all’occhiello del governo Renzi, ma era anche il provvedimento più inviso a Lega e 5Stelle. Visto come demagogico, un’elargizione, una mancia elettorale o pre tale, varata a ridosso delle elezioni europee, quelle in cui il Pd superò la soglia del 40% di voti incamerati. Sta di fatto che il governo gialloverde gli 80 euro li sta cancellando. Nelle formule e nei modi non ancora del tutto chiari, ma li sta uccidendo.

Gli 80 euro sono infatti il caso scoppiato ieri, all’improvviso, quando il ministro dell’Economia Giovanni Tria ieri “è tornato a criticare il bonus ‘tecnicamente sbagliato’ e rievocare il progetto già studiato al Mef lo scorso anno per inglobarlo nella riforma Irpef trasformandolo da spesa pubblica a sconto fiscale” come riporta l’edizione cartacea de Il Sole 24 Ore. Una revisione, quella degli 80 euro, che “per quanto complicata, può aiutare ad avviare la riscrittura dell’Irpef” anche se “da sola non può cambiare il conto complessivo del peso fiscale perché la trasformazione dei suoi 10 miliardi abbondanti da spesa pubblica a mancata entrata non cambierebbe di una virgola l’effetto sui saldi” osserva il quotidiano color salmone di Confindustria.

Dice Tria, secondo quanto riporta il Corriere: “Nell’ambito di una riforma fiscale gli 80 euro vengono riassorbiti. Tecnicamente è stata una decisione sbagliata, risultano come spese e non come un prelievo. Inoltre tecnicamente è stato un provvedimento fatto male”. Ma il Pd, per voce dell’ex segretario Maurizio Martina attacca: “Si preparano a toglier e ai redditi medio-bassi per avvantaggiare i redditi alti: è il governo dei Robin Hood al contrario”. “Un crescendo di critiche che a ora di pranzo, dopo una veloce consultazione con Palazzo Chigi e un certo pressing da parte dei due vicepremier, spinge il ministero dell’Economia a diffondere una precisazione: il ministro ‘non ha parlato di taglio degli 80 euro, ma di un possibile riassorbimento nell’ambito di una futura revisione del prelievo fiscale’. E ancora: ‘In ogni caso è chiaro che dalla revisione del prelievo nessuno uscirà penalizzato’”.

Cosa significa in concreto la dichiarazione? Secondo la lettura che ne dà il quotidiano di via Solferino “se il governo dovesse reggere, ed è tutto da vedere, le ipotesi sul tavolo sono due. La prima è la flat tax al 15% per i redditi famigliari al di sotto dei 50 mila euro lordi annui. La seconda è la rimodulazione delle aliquote Irpef, in particolare il taglio di quella oggi al 23%, applicata fino alla soglia dei 15 mila euro lordi l’anno, che scenderebbe al 20%. In tutte e due i casi parte delle coperture verrebbero proprio dal bonus degli 80 euro, che costa 10 miliardi l’anno. Tecnicamente non si tratterebbe di un taglio, perché i soldi verrebbero redistribuiti in gran parte alle stesse persone che oggi incassano gli 80 euro. E comunque ci sarebbe una clausola che consentirebbe di optar e per il sistema più vantaggioso, evitando che qualcuno ci possa perdere. Sono solo ipotesi, però, perché prima ci sono gli aumenti Iva da fermare, trovando 23 miliardi di euro”. Questo il quadro in cui si inserisce il provvedimento di abolizione del bonus.

Quanto risparmierebbe il governo senza gli 80 euro

Dieci miliardi, dunque il valore degli 80 euro, “che sarebbero graditi come il pane a un governo alla ricerca di soldi per attuare le sue costose promesse, ma anche per evitare gli aumenti Iva altrimenti pronti a scattare dal prossimo anno” osserva Il Messaggero, che riporta anche la dichiarazione indignata di Maria Elena Boschi: “Tolgono soldi a 10 milioni di italiani che da 5 anni sono stati aiutati dal governo Renzi”. Ciò che fa osservare a Il Fatto Quotidiano: “Tria ha poi il talento di riuscire a far irritare perfino il Pd. Perché prima promette che gli 80 euro verranno ‘riassorbiti’. Termine che non significa nulla – scrive il giornale – ma rivela che il bonus introdotto dal governo Renzi (10 miliardi all’anno) è ormai considerato sacrificabile. La Lega ha sempre proposto di usarlo per finanziare la flat tax, i Cinque Stelle stanno valutando di immolarlo per evitare almeno in parte l’aumento dell’Iva a gennaio 2020 (23 miliardi). Anche se limitarsi a togliere gli 80 euro senza contropartite equivale ad alzare le tasse a 10 milioni di italiani”.

E ancora: “Un tempo considerato l’argine alle derive dei gialloverdi sui conti pubblici, oggi Tria viene sostanzialmente ignorato. Sia dai colleghi ministri che dagli investitori. Ieri lo spread, la differenza di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi, è scesa da 277 punti a 271” chiosa, velenoso, il quotidiano diretto da Marco Travaglio. Commenta Il Foglio: “’È tecnicamente fatto male, va riassorbito nella fiscalità generale’, dice Tria, riconoscendo di fatto che il bonus non fu una mancia elettorale ma un incentivo al reddito da lavoro del quale beneficiano oggi 11,7 milioni di dipendenti, il 54 per cento del totale, per 9,5 miliardi. Ad agosto il ministro aveva detto che per trasformare il bonus (decrescente fino 26.600 euro di stipendio) in una riduzione Irpef occorrerà tagliare qualcosa dalle 636 agevolazioni fiscali che valgono 75 miliardi. Anche questo è corretto. E potrebbe indicare la soluzione alla questione Iva: non ha senso trascinarsi di anno in anno la zavorra europea né opporsi per principio a ogni aumento. Specie se le alternative si chiamano default e patrimoniale”.

Scrive invece La Stampa: “I tecnici del governo hanno già iniziato a fare i conti: gli 80 euro di Renzi costano alle casse dello Stato la bellezza di dieci miliardi. A questi si potrebbero aggiungere i tre-quattro di risparmi che nel 2020 dovrebbero essere garantiti dal fondo per reddito di cittadinanza e ‘quota cento’. Due le ragioni: perché si esauriranno le richieste di pensione dei sessantaduenni, e perché è previsto un calo fisiologico delle domande per il sussidio, soprattutto da parte di chi ha diritto ad assegni inferiori ai cento euro mensili”. E sempre sulle stesse colonne, in un’intervista il viceministro all’Economia Massimo Garavaglia sostiene che per lui “la strada è chiara” come “anche la soluzione”: “Gli 80 euro sono sbagliati da due punti di vista. Figurano come dieci miliardi di spesa e non come dieci miliardi di minore pressione fiscale. Sortiscono quindi l’effetto di dare segnali negativi alle agenzie di rating. Li fecero così perché era l’unico modo di far leggere sulle buste paga degli italiani ‘bonus Renzi’. Ecco, a noi questo non interessa”.

Quindi verranno cancellati? “Certo”, è la risposta del viceministro. “La strada è un’altra” aggiunge. “Gli 80 euro si possono trasformare in detassazione non cambia niente per il destinatario, ma lo Stato presenta conti migliori e questo è uno dei nostri obiettivi. Per come sono fatti oggi quegli 80 euro non hanno effetti per il conto previdenziale. Meglio farli diventare una buona base di partenza per la flat tax per il ceto medio non crede?. Così non danneggiamo nessuno, prima di tutto i beneficiari degli 80 euro. Chi dice che togliamo quei soldi dalle buste paga o peggio dalle tasche degli italiani è davvero in malafede. Gli italiani guardano al netto in busta e non alla dicitura “bonus Renzi” sul cedolino e con la flat tax avranno gli stessi benefici”.

Comunque sia, 80 euro addio!



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.
Se invece volete rivelare informazioni su questa o altre storie, potete scriverci su Italialeaks, piattaforma progettata per contattare la nostra redazione in modo completamente anonimo.