Il trimestre nero della Silicon Valley

Il caso Cambridge Analytica, lo scontro tra Amazon e Trump, gli incidenti mortali delle auto senza conducente di Tesla e Uber​. I primi tre mesi del 2018 hanno visto i signori della tecnologia costretti a ripiegare in difesa

Il trimestre nero della Silicon Valley

Facebook e lo scandalo Cambridge Analytica, Amazon ai ferri corti con la Casa Bianca, Apple che vende meno delle previsioni, Uber e l’incidente in Arizona. I primi tre mesi del 2018 sono stati tachicardici per le società tecnologiche, che hanno iniziato un anno nuovo al ribasso. Tra scandali, regolamentazioni e tensioni politiche, le aziende più grandi e in vista del mondo non sono mai state così impegnate a difendere la loro posizione.

Apple, Amazon e Alphabet da sole valgono più del 10 per cento dello Standard and Poor’s 500, indice che conta le cinquecento società statunitensi a maggiore capitalizzazione e nel quale le aziende tecnologiche contano per il 25 per cento del totale. E tutte hanno perso quote di mercato nel primo quarto del 2018. Come scrive il Guardian, se scoppia il mercato tecnologico, scoppia il mercato. Se poi si aggiunge anche Tesla, minuscola in proporzione alle altre, ma molto in vista anche per la vocazione profondamente innovativa del proprio prodotto, lo scenario per il mondo della tecnologia risulta ancora più turbolento.

Amazon

Qualcosa che può davvero rovinare la vita di una persona è avere contro l’uomo più potente al mondo: così Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon, si è visto bruciare 75 miliardi di dollari, per effetto dei tweet roventi che dalla Casa Bianca prendono di mira la sua azienda. Secondo quanto riportato da Vanity Fair, alcune fonti vicine allo Studio Ovale hanno riferito di una strategia di Trump per aumentare il livello di scontro con Amazon: “Ora è ossessionato da Bezos”. Trump accusa Amazon di non pagare le tasse che dovrebbe, di aver danneggiato il tessuto commerciale del Paese, e di danneggiare il sistema postale americano, dandogli troppo lavoro. Ma il nodo potrebbe essere un altro: Jeff Bezos - che è l’uomo più ricco del mondo - è anche proprietario dal 2013 del Washington Post (che spesso Trump chiama “Amazon Washington Post”, nonostante le due società non siano collegate), quotidiano americano particolarmente prolifico quando si parla di scoop provenienti dai palazzi del potere. Secondo quanto riportato dal New York Times, fonti vicine al Presidente hanno detto che spesso gli articoli del Post lo fanno animare contro Amazon. Ed è stato proprio dopo la pubblicazione di un articolo del giornale di Bezos nel quale si svelava l’intenzione di accordare la grazia ai due ex assistenti di Trump, Michael Flynn e Paul J. Manafort, che Trump ha twittato contro l’azienda.

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Uber

Tra le aziende tecnologiche più propense a investire e sperimentare, Uber ha dovuto fermare i motori dopo che, a metà marzo, una sua auto con guida autonoma ha investito e ucciso una passante a Tempe, Arizona. Il cervello elettronico del veicolo che era in fase di test non l’ha vista, e neanche il pilota che era in macchina. Ne approfittano aziende come Waymo (Google) e Blackberry, che invece hanno intensificato i loro test per portare quanto prima su strada dei servizi basati su veicoli senza conducente. Come se non bastasse, lo Stato di New York ha appena approvato il nuovo bilancio nel quale è previsto un balzello per i servizi di trasporto con conducente, e che vedrà lievitare il costo dei passaggi Uber.

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Facebook

Come se non fosse bastato il Datagate di Cambridge Analytica, società che ha usato dati provenienti dal social network per profilare 50 milioni di utenti a fini politici, adesso Facebook si è dovuta scusare anche per non aver rimosso dei video che gli utenti pensavano di aver cancellato. Lo scontento tra i frequentatori dei social sembra sensibilmente cresciuto, ma più perché hanno acquisito consapevolezza della dimensione della loro“impronta digitale”, come dimostra il fatto che in milioni hanno iniziato a scaricare i dati che li riguardano e che Menlo Park conserva (va detto che il servizio è sempre stato lì, ma che serviva un casus belli perché questo diventasse di dominio pubblico). Lo scandalo di Cambridge Analytica è costato all’azienda più di cinquanta miliardi di dollari, un’indagine della Federal trade commission americana e un invito a comparire di fronte a una commissione apposita nel Regno Unito. Ma da Menlo Park fanno sapere che che non sarà l’Amministratore delegato Mark Zuckerberg a rispondere alle autorità britanniche, bensì un “manager di alto livello”.

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Tesla

Elon Musk è tornato a dormire in fabbrica: tanto è servito perché la produzione della Model 3, il nuovo modello della casa automobilistica Tesla, raggiungesse quota 8180 veicoli completati, sigillati e spediti. Anche se il risultato fa ben sperare, secondo uno studio di Bloomberg l’azienda americana avrebbe dovuto raggiungere le 8.800 unità necessarie per tenere i conti in ordine. Tesla ha prodotto 2.020 Model 3 solo nell’ultima settimana di marzo, in chiusura del primo quarto dell’anno. L’azienda promette che saranno in grado di toccare la soglia di cinquemila veicoli alla settimana entro “circa tre mesi”, e questo sembra convincere gli investitori, che nonostante la prestazione deludente, stanno premiando le notti insonni del loro Ad in borsa. Ma come ha scritto lo stesso Elon Musk in un Tweet, “il business delle auto è un inferno”.

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