Cosa non sappiamo sulla pasta che mangiamo 

I dubbi sulla provenienza del grano. Quelli dei produttori e dei consumatori. E aumentano i sequestri (2mila tonnellate nel 2016)

Cosa non sappiamo sulla pasta che mangiamo 
Piatto di Pasta con logo inchiesta italia 

Oltre l'85% degli italiani considera importante conoscere l'origine delle materie prime della pasta e chiede rispetto degli standard di sicurezza alimentare. Il dato è stato raccolto dallo Ministero delle Politiche Agricole che già dallo scorso 20 dicembre ha annunciato la presentazione di un disegno di legge per introdurre la sperimentazione dell'indicazione obbligatoria dell'origine per la filiera grano - pasta in Italia.

Ad oggi, infatti, quando acquistiamo un pacco di penne o spaghetti non sappiamo esattamente la provenienza del grano con la quale sono stati prodotti, ma leggiamo in etichetta il luogo di produzione dove è avvenuta l’ultima trasformazione. E così, se pure i cittadini italiani sono sempre più attenti a cosa consumano, non esiste ancora un sistema di etichettatura  e tracciabilità che consenta di indicare con chiarezza sulle confezioni quali sono prodotte in Italia e l'area dove è coltivato il grano e quella in cui è macinato.  

L'Italia esporta il 55% della pasta prodotta

Non è solo questione di provenienza, ma anche di qualità e sicurezza, per uno degli alimenti più consumati ogni giorno in Italia. Eppure, proprio a detta del ministero delle Politiche Agricole la filiera grano, la pasta italiana rappresenta uno dei settori più importanti per il Made in Italy agroalimentare, con numeri importanti.

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA), nel 2016 l’aumento delle superfici e rese ha portato l’offerta di frumento duro sopra la soglia dei 5 milioni di tonnellate. Nonostante ciò importiamo il 37% di granella di frumento duro per produrre pasta di semola. Sono stati prodotti 3,4 milioni di tonnellate di pasta e 1,1 milione di tonnellate in prodotti da forno, ma oltre il 55% della pasta viene esportata: produciamo oltre il doppio dei nostri fabbisogni nazionali.

Nel 2016 sequestrati 2,1mila tonnellate di prodotti irregolari

Sul fronte dei controlli, invece, nel 2016 i soli controlli dell’Ispettorato repressione frodi del Mipaaf su cereali e derivati sono stati 1.652 su 1109 operatori. Per un totale di 2251 prodotti controllati e quasi il 2% di campioni irregolari che ha portato a 2.127 tonnellate di prodotti sequestrati.

LEGGI ANCHE: COSA MANGIAMO DAVVERO

Forse è proprio per questi motivi che, nel giro di pochi giorni, è diventata virale in rete la notizia fatta circolare da Granusalus, piccola associazione costituita lo scorso ottobre da “produttori per i consumatori”, con sede in Puglia, che ha reso noto i risultati di analisi qualitative sulle paste delle maggiori marchi nazionali (Barilla, Voiello, De Cecco, Divella, Garofalo, La Molisana, Coop e Granoro).

Un nome che dovremmo imparare: il Don, e perché è nella pasta

Rivelando la presenza di contaminanti, purt nel rispetto delle leggi, come il Don (deossinivalenolo), micotossina per cui l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare  (EFSA) ha evidenziato i rischi per la sua aumentata presenza nel ciclo di lavorazione dei prodotti cerealicoli già dal 2013; il glisofato, erbicida, sostanza "probabile cancerogena per l'uomo", per l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) mentre “non pericolosa” per l’EFSA, in Italia bandita dal Ministero della Salute che ne ha vietato il commercio dal 22 febbraio 2017 e il cadmio, metallo pesante cancerogeno. 

“I risultati delle analisi effettuate-  confermano a AGI da Granosalus - sono a disposizione della magistratura”.  E ribadisce l’associazione non si contestano i livelli di contaminazione, entro i limiti di legge, ma la presenza stessa di queste sostanze nel cibo”.

Cosa non sappiamo sulla pasta che mangiamo 

Donatella Caione ribadisce: “Granusalus è un’associazione di piccoli produttori pugliesi, siciliani, lucani, con appezzamenti piccoli dai 15 ai 50 ettari di colture a grano duro - precisa - che stanno cercando di resistere alla legge del mercato che di fatto impone l’utilizzo di grano ad alto tenore di proteine e glutine, e che viene pagato sempre meno, ci vogliono 5 kg di grano per comprare un caffè,  ma chi garantisce la qualità ai consumatori?”.
 

Troppo alti invece i pesticidi nella pasta per i bambini

Altro problema sollevato, quello della pasta destinata all’infanzia. Granosalus ha individuato come  “due marche di spaghetti superano i limiti di Don”. La pasta per i bambini sotto i 36 mesi per legge non deve superare i 200 mg/Kg contro i 750 mg/Kg ammessi per gli adulti.

Intanto, mentre Granoro ha sporto denuncia  e “darà corso alla tutela legale e giudiziaria della propria immagine nei confronti di enti, associazioni, siti web e testate giornalistiche che hanno diffuso e/o diffonderanno informazioni del tutto false, infondate, fuorvianti e diffamatorie in relazione alle presunte sostanze contenute nella nostra pasta” e riviste indipendenti come AltroconsumoIl fatto alimentare contestano punto per punto l’analisi di Granusalus, resta il tema della trasparenza della filiera della pasta che è tutt'altro che 

Ma la legge non vieta di mescolare i grani italiani e importati

“E’ vietato mescolare grano contaminato con grani non contaminati per abbassare la tossicità e rientrare nei limiti di legge - conferma ad AGI l’avvocato Daria Scarciglia, esperta in Diritto Sanitario e Legislazione Veterinaria e Ambientale - ma non ci sono divieti all’immissione di grani stranieri nel mercato italiano e alla loro esportazione”.

“L’attuale normativa vigente sull’etichettatura, (vedi la legge 4 del 3 febbraio 2011) per alimenti trasformati, come la pasta appunto, non obbliga l’indicazione del luogo di provenienza del grano, ma vale la regola dell’ultimo luogo di trasformazione, che per la legislazione vigente equivale, appunto, al luogo di produzione”.

Ma per ora la filiera non la controlla nessuno

Tocca, quindi, agli enti di controllo stabilire se la filiera della pasta sia sana e a norma di legge. Purtroppo il sistema di tracciabilità, anche sulle pressioni della legislazione europea e del libero mercato, di fatto ha impedito ad oggi una vera operazione verità proprio su uno dei prodotti maggiormente presente nella nostra dieta.

Proprio in Puglia tra le ultime indagini del Corpo Forestale, nel 2016, spiccava il sequestro di oltre 10.000 quintali di semola, pane e merendine contenenti sempre metalli pesanti come il piombo, micotossine e pesticidi oltre i valori consentiti per l’alimentazione destinata ai bambini fino ai tre anni.