Vi racconto la mia pazza serata nel backstage del concerto dei Madness

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     Madness concerto Padova 
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03 novembre 2017,12:37

Metti una sera da...rockstar o, meglio, da fan. Immaginate che la vostra band preferita, inglese doc, faccia una tourneè e capiti proprio in Italia. E a tutto ciò aggiungete pure che per il solito gioco di incastri del destino, conoscete i musicisti del gruppo 'spalla' (quello che suona prima della band principale della serata), meno famosi ma comunque di altissimo livello e molto apprezzati all'estero. Un pizzico di fortuna, e vi invitano al concerto: unico dettaglio, non suonate ma state dietro le quinte e scoprite come si 'vive' un concerto. Insomma, metti una sera da fan, definizione che sta per "fan che segue un cantante o un musicista rock durante una tournée". A quel punto, il sipario si apre ma stavolta su un altro mondo.

Perché  dietro quel palco, c'è davvero un altro universo. E quello dei Madness (il 29 ottobre scorso a Padova, al gran teatro Geox), storico gruppo ska - negli anni Ottanta, "One step beyond", tanto per citare un brano, divenne un successo mondiale - è immenso, grandissimo, proprio numericamente parlando.

Una schiera di tecnici, di valigie d'alluminio con le rotelle che scorrono lungo i corridoi dei camerini, di porte che si aprono e si chiudono, insomma un andirivieni frenetico che comincia ben prima dello show. Il concerto è fissato alle 21, ma già nel primo pomeriggio inizia a fervere il lavoro. Posizionati gli strumenti sul palco, accesi gli amplificatori, organizzati i giochi di luce, arriva un momento delicatissimo, quello del sound check: prima di un concerto, la band prova e così si controllano i suoni, le luci, insomma ci si rassicura che tutto funzioni alla perfezione.

Prima lo fanno i Madness, poi il sound check tocca ai Giuda perché, mi spiegano, la regola è che la prima band a suonare è anche l'ultima a fare il sound check, così appena inizia il concerto è già tutto a posto, strumenti, luci, mixer etc. Spetta al gruppo spalla insomma scaldare l'atmosfera e tra parentesi i Giuda, punk rock band romana fondata nel 2009 e con alle spalle un notevole successo (sono appena reduci da due tourneè negli Stati Uniti) ci riescono benissimo. Sono loro a salire sul palco e a suonare prima dei Madness. 

Prima della fatidica ora X, prosegue l'andirivieni nel corridoio dove sono posizionati i camerini che altro non sono che stanze dalle pareti di alluminio, una di seguito all'altra: a noi ne spetta una piccolina, ma sufficiente per poggiare i cappotti, sedersi su un divanetto e anche bersi una bibita (Coca Cola, acqua, Fanta e anche birra). La regola, implicita, per me neofita fan è - oltre a quella di usare buona educazione - un’altra molto semplice e di buon senso e la si intuisce benissimo. Ed è questa: qui si sta lavorando, e non solo gli artisti, ma gli addetti alla sicurezza, i vigili del fuoco, i tecnici, i fonici, i facchini. Quindi, tu che sei lì per libera scelta e hai deciso di esserci con tanto entusiasmo, non devi intralciare la loro opera, o rendere la loro 'fatica' più difficile. In quel caos, insomma, quasi ti viene voglia di camminare sulle punte per non fare rumore. Ad un concerto. Strano, no?

Eppure, è così. Mi apposto (è il caso di dirlo) nel corridoio dei camerini, aspettando che spuntino i Madness per strappare una firma, un autografo o, confesso la banalità, anche un selfie. Quelli dello staff vanno e vengono, e quando per caso lo sguardo incrocia il mio mi chiedono solo in inglese "Right?", ma anzi senza punto interrogativo. Quel "tutto bene" e' quasi rivolto a se stessi, cioè mi stanno comunicando - sì, proprio a ME - che il loro lavoro procede bene.

Ad un certo punto, arriva l'ora della cena. In una stanza, vengono allestiti dei tavoli e c'è una piccola varietà di piatti, tutti a buffet: non c'è una turnazione, si mette a tavola qualcuno dello staff dei Madness e mangiamo anche noi  (per noi intendo i Giuda). Probabilmente i Madness mangiano direttamente in camerino o forse, mi dicono, sono in albergo a riposarsi un po'. Vengo a sapere tra l'altro che quando ci sono le tourneè, per spostare tutta la strumentazione, ci si muove col 'bus tour'. Si tratta di un mega pullman che ha proprio le cuccette come la cabina di una nave, dove gli artisti si riposano per poi trovarsi comodamente il giorno dopo nel luogo della prossima tappa.

Così facendo, a parte i risparmi dei costi, non si è soggetti ad orari di aerei, treni etc. (e in Italia e' anche prudente...) e non ci sono quindi sorprese. In questo modo, affittano una stanza d'albergo solo qualche ora il pomeriggio prima del concerto: il tempo di farsi una doccia, e di rilassarsi un po'. 

Inizia intanto il count down: una certa tensione è scontata, a parte qualche addetto alla vigilanza che in tono rilassato mi chiede notizie su chi suona e quale musica fanno. In realtà mi rendo conto che a essere tesa sono principalmente io, assieme allo staff, perché sia i Giuda sia i Madness salgono sul palco con no chalance, ridendo e scherzando fra di loro. E io che mi immaginavo scene isteriche...niente di tutto questo. Insomma, fatto sta che attaccano i Giuda e... il punk rock non delude mai: la platea è bella scatenata, seppur composta, e quando iniziano 'loro' l'entusiasmo è a mille.

Avete presente ai lati del palco, dove c'è quell'oscurità fitta fitta? Ecco, l'altra sera, al lato destro c'era una pazza scatenata che cantava a squarciagola saltellando. E se ci fosse un premio Nobel per la pazienza, andrebbe sicuramente al fonico che regolava i suoni perché mi ha sopportato per tutto il tempo (ero dietro di lui) senza alzare nemmeno un sopracciglio. Per non parlare del batterista dei Madness che un paio di volte si è girato dalla mia parte e dovevo essere davvero buffa, perché è scoppiato a ridere. Finito il concerto, sulle note dei Monty Phyton, i tecnici cominciano a smontare ma gli artisti, no, non se ne vanno.

Sono chiusi in camerino: è, mi spiegano, il tempo della "decompressione". Batterista, chitarrista e batterista dei Madness escono poi dalla stanza con l'asciugamano al collo, perché hanno sentito l'odore della pizza, che arriva a iosa nei cartoni, e sicuramente gli avrà  fatto venire il languorino. Avrei voluto dire loro: è l'Italia, ogni momento è buono per mangiarne un trancio. Con loro, il famoso selfie riesco a farlo. Suggs, il cantante, invece non si schioda mentre nel back stage iniziano a smontare tutto e a caricare sui furgoni. I Giuda hanno già  messo a posto tutte le loro cose, ed è quindi tempo di andar via. Mi rendo conto solo ora di essere stata in piedi per nove ore consecutive: dura, ma bellissima, la vita del fan.

 



03 novembre 2017,12:37

Metti una sera da...rockstar o, meglio, da fan. Immaginate che la vostra band preferita, inglese doc, faccia una tourneè e capiti proprio in Italia. E a tutto ciò aggiungete pure che per il solito gioco di incastri del destino, conoscete i musicisti del gruppo 'spalla' (quello che suona prima della band principale della serata), meno famosi ma comunque di altissimo livello e molto apprezzati all'estero. Un pizzico di fortuna, e vi invitano al concerto: unico dettaglio, non suonate ma state dietro le quinte e scoprite come si 'vive' un concerto. Insomma, metti una sera da fan, definizione che sta per "fan che segue un cantante o un musicista rock durante una tournée". A quel punto, il sipario si apre ma stavolta su un altro mondo.

Perché  dietro quel palco, c'è davvero un altro universo. E quello dei Madness (il 29 ottobre scorso a Padova, al gran teatro Geox), storico gruppo ska - negli anni Ottanta, "One step beyond", tanto per citare un brano, divenne un successo mondiale - è immenso, grandissimo, proprio numericamente parlando.

Una schiera di tecnici, di valigie d'alluminio con le rotelle che scorrono lungo i corridoi dei camerini, di porte che si aprono e si chiudono, insomma un andirivieni frenetico che comincia ben prima dello show. Il concerto è fissato alle 21, ma già nel primo pomeriggio inizia a fervere il lavoro. Posizionati gli strumenti sul palco, accesi gli amplificatori, organizzati i giochi di luce, arriva un momento delicatissimo, quello del sound check: prima di un concerto, la band prova e così si controllano i suoni, le luci, insomma ci si rassicura che tutto funzioni alla perfezione.

Prima lo fanno i Madness, poi il sound check tocca ai Giuda perché, mi spiegano, la regola è che la prima band a suonare è anche l'ultima a fare il sound check, così appena inizia il concerto è già tutto a posto, strumenti, luci, mixer etc. Spetta al gruppo spalla insomma scaldare l'atmosfera e tra parentesi i Giuda, punk rock band romana fondata nel 2009 e con alle spalle un notevole successo (sono appena reduci da due tourneè negli Stati Uniti) ci riescono benissimo. Sono loro a salire sul palco e a suonare prima dei Madness. 

Prima della fatidica ora X, prosegue l'andirivieni nel corridoio dove sono posizionati i camerini che altro non sono che stanze dalle pareti di alluminio, una di seguito all'altra: a noi ne spetta una piccolina, ma sufficiente per poggiare i cappotti, sedersi su un divanetto e anche bersi una bibita (Coca Cola, acqua, Fanta e anche birra). La regola, implicita, per me neofita fan è - oltre a quella di usare buona educazione - un’altra molto semplice e di buon senso e la si intuisce benissimo. Ed è questa: qui si sta lavorando, e non solo gli artisti, ma gli addetti alla sicurezza, i vigili del fuoco, i tecnici, i fonici, i facchini. Quindi, tu che sei lì per libera scelta e hai deciso di esserci con tanto entusiasmo, non devi intralciare la loro opera, o rendere la loro 'fatica' più difficile. In quel caos, insomma, quasi ti viene voglia di camminare sulle punte per non fare rumore. Ad un concerto. Strano, no?

Eppure, è così. Mi apposto (è il caso di dirlo) nel corridoio dei camerini, aspettando che spuntino i Madness per strappare una firma, un autografo o, confesso la banalità, anche un selfie. Quelli dello staff vanno e vengono, e quando per caso lo sguardo incrocia il mio mi chiedono solo in inglese "Right?", ma anzi senza punto interrogativo. Quel "tutto bene" e' quasi rivolto a se stessi, cioè mi stanno comunicando - sì, proprio a ME - che il loro lavoro procede bene.

Ad un certo punto, arriva l'ora della cena. In una stanza, vengono allestiti dei tavoli e c'è una piccola varietà di piatti, tutti a buffet: non c'è una turnazione, si mette a tavola qualcuno dello staff dei Madness e mangiamo anche noi  (per noi intendo i Giuda). Probabilmente i Madness mangiano direttamente in camerino o forse, mi dicono, sono in albergo a riposarsi un po'. Vengo a sapere tra l'altro che quando ci sono le tourneè, per spostare tutta la strumentazione, ci si muove col 'bus tour'. Si tratta di un mega pullman che ha proprio le cuccette come la cabina di una nave, dove gli artisti si riposano per poi trovarsi comodamente il giorno dopo nel luogo della prossima tappa.

Così facendo, a parte i risparmi dei costi, non si è soggetti ad orari di aerei, treni etc. (e in Italia e' anche prudente...) e non ci sono quindi sorprese. In questo modo, affittano una stanza d'albergo solo qualche ora il pomeriggio prima del concerto: il tempo di farsi una doccia, e di rilassarsi un po'. 

Inizia intanto il count down: una certa tensione è scontata, a parte qualche addetto alla vigilanza che in tono rilassato mi chiede notizie su chi suona e quale musica fanno. In realtà mi rendo conto che a essere tesa sono principalmente io, assieme allo staff, perché sia i Giuda sia i Madness salgono sul palco con no chalance, ridendo e scherzando fra di loro. E io che mi immaginavo scene isteriche...niente di tutto questo. Insomma, fatto sta che attaccano i Giuda e... il punk rock non delude mai: la platea è bella scatenata, seppur composta, e quando iniziano 'loro' l'entusiasmo è a mille.

Avete presente ai lati del palco, dove c'è quell'oscurità fitta fitta? Ecco, l'altra sera, al lato destro c'era una pazza scatenata che cantava a squarciagola saltellando. E se ci fosse un premio Nobel per la pazienza, andrebbe sicuramente al fonico che regolava i suoni perché mi ha sopportato per tutto il tempo (ero dietro di lui) senza alzare nemmeno un sopracciglio. Per non parlare del batterista dei Madness che un paio di volte si è girato dalla mia parte e dovevo essere davvero buffa, perché è scoppiato a ridere. Finito il concerto, sulle note dei Monty Phyton, i tecnici cominciano a smontare ma gli artisti, no, non se ne vanno.

Sono chiusi in camerino: è, mi spiegano, il tempo della "decompressione". Batterista, chitarrista e batterista dei Madness escono poi dalla stanza con l'asciugamano al collo, perché hanno sentito l'odore della pizza, che arriva a iosa nei cartoni, e sicuramente gli avrà  fatto venire il languorino. Avrei voluto dire loro: è l'Italia, ogni momento è buono per mangiarne un trancio. Con loro, il famoso selfie riesco a farlo. Suggs, il cantante, invece non si schioda mentre nel back stage iniziano a smontare tutto e a caricare sui furgoni. I Giuda hanno già  messo a posto tutte le loro cose, ed è quindi tempo di andar via. Mi rendo conto solo ora di essere stata in piedi per nove ore consecutive: dura, ma bellissima, la vita del fan.