Alle prossime Olimpiadi gli atleti italiani gareggeranno senza il tricolore?

I timori nascono da una lettera che il Cio ha inviato al Coni: l’Italia rischia di essere esclusa dai prossimi giochi olimpici a causa del provvedimento che delega al governo il potere di disciplinare lo sport

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MIGUEL MEDINA / AFP
Malagò, CONI

Negli ultimi giorni alcuni atleti italiani già qualificati per le prossime olimpiadi estive di Tokyo 2020, ad esempio la nuotatrice Federica Pellegrini e la fiorettista Elisa Di Francisca, hanno palesato la propria preoccupazione per il rischio di dover gareggiare ai Giochi senza il tricolore, senza inno, senza maglia azzurra.

Ma da dove nasce questo timore e quanto è fondato? Andiamo a vedere qual è la situazione.

La lettera del Cio

I timori degli atleti italiani nascono da una lettera che il Cio (il Comitato olimpico internazionale) ha inviato al Coni (il Comitato olimpico nazionale italiano) il 6 agosto.

Il testo della lettera non è pubblico, ma secondo il resoconto pressoché unanime delle fonti di stampa, il contenuto è chiaro: l’Italia rischia di essere esclusa dai prossimi giochi olimpici, di Tokyo e seguenti, e di perdere quindi anche le olimpiadi invernali di Milano e Cortina del 2026.

Il motivo? Il disegno di legge 1372, approvato definitivamente dal Senato proprio il 6 agosto. Questo è un provvedimento fortemente voluto dal governo Lega-M5s, che delega all’esecutivo il potere di disciplinare lo sport italiano (una riforma del Coni era stata promessa anche nel Contratto di governo). Secondo il Cio la norma rischierebbe di compromettere l’autonomia del Coni. E questo per il Comitato olimpico è inaccettabile.

«Le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico – avrebbe scritto il Cio nella lettera, secondo quanto riporta il Sole 24 ore – hanno il diritto e l’obbligo di autonomia, comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport, la definizione della struttura e della governance».

Questo diritto/dovere di autonomia è sancito proprio dalla Carta Olimpica (“Principi fondamentali”, n. 5, pag. 11), il documento ufficiale del Cio che contiene regole e linee guida per l'organizzazione dei Giochi olimpici, il governo del movimento olimpico e i suoi principi fondamentali. L’autonomia è infatti necessaria per garantira la “neutralità politica” del movimento olimpico e viene prescritta (art. 27 della Carta, pag. 60) anche per i comitati olimpici nazionali.

La legge italiana andrebbe invece nella direzione opposta. Secondo quanto riporta Sky Sport, nella lettera del Cio si leggerebbe che «il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante decisioni unilaterali da parte del Governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell’ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un micromanaging della sua organizzazione interna e delle sue attività».

E ancora, «le aree relative alle attività del Coni dovrebbero essere congiuntamente determinate con essi, in conformità con la Carta Olimpica».

Visto che la legge italiana rischia di mettere in pericolo l’autonomia del Coni – in particolare sottraendogli la gestione di gran parte dei fondi allo sport, che verrebbero dirottati su una nuova società (Sport e Salute Spa) i cui vertici sono di nomina governativa – per proteggere il movimento olimpico il Cio potrebbe arrivare a disporre «la sospensione o il ritiro del riconoscimento del comitato olimpico».

Il rischio esclusione

Ma che cosa succederebbe se davvero all’Italia venisse sospeso o ritirato il riconoscimento del Cio?

Per rispondere possiamo guardare a un recente precedente, quello del Kuwait. Il piccolo Stato arabo è stato sospeso dal Cio nel 2015, proprio perché una sua nuova legge aveva compromesso l’autonomia del comitato olimpico nazionale.

La sospensione ha comportato l’esclusione del Kuwait da tutte le attività organizzate dal Cio, in primo luogo quindi dalle Olimpiadi. A quelle di Rio de Janeiro del 2016 non fu quindi presente la bandiera dell’emirato e i suoi atleti già qualificati parteciparono da indipendenti. Possiamo citare ad esempio il caso di Fehaid Al-Deehani, che vinse l’oro nel tiro al piattello battendo in finale l’italiano Marco Innocenti.

Ma quanto è fondato il rischio di esclusione?

La situazione dell’Italia, anche se non è buona, non è nemmeno irrimediabile. Quella approvata dal Senato il 6 agosto è una legge delega, contiene cioè i principi generali – stabiliti dal Parlamento – a cui il governo dovrà attenersi nell’emanare la normativa di dettaglio.

Se nello scrivere le singole disposizioni il governo saprà eliminare il rischio che l’autonomia del Coni venga compromessa, non dovrebbero esserci ulteriori conseguenze.

Questa sembra in effetti l’intenzione di Giancarlo Giorgetti (Lega), sottosegretario alla presidenza del Consiglio con deleghe allo sport, secondo cui con i decreti legislativi e attuativi della legge delega «saranno chiariti anche i dubbi che nascono da un fraintendimento, come dimostra la lettera del funzionario del Cio». In caso contrario, l’Italia rischia di subire la stessa sorte del Kuwait.

Conclusione

La legge approvata dal Senato il 6 agosto sul riordino del mondo dello sport in Italia – che mantiene la promessa del Contratto di governo di dare più potere al governo nella gestione, soprattutto economica, di questo settore – ha causato preoccupazione al Cio, in quanto metterebbe a repentaglio l’autonomia del Coni.

Il Cio ha quindi scritto una lettera in cui mette in evidenza il rischio di una possibile esclusione del nostro Paese dai prossimi Giochi olimpici. Questo scenario può ancora essere evitato: la legge in questione è una legge delega che fissa dei principi generali. È possibile quindi che con i decreti legislativi e attuativi che scenderanno nei dettagli della materia si riescano a fugare le preoccupazioni del Cio.

Se così non sarà, da un’eventuale sospensione (o peggio ritiro) del riconoscimento del comitato olimpico deriverebbe l’esclusione dell’Italia dai prossimi Giochi, a partire da quelli di Tokyo 2020. Gli atleti già qualificati – ad esempio la nazionale di pallanuoto maschile, o di pallavolo femminile, e via dicendo – gareggerebbero comunque ma da indipendenti, senza cioè la bandiera, la divisa e l’inno nazionale.

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