Fact checker di tutto il mondo uniti contro le fake news

La verifica dei fatti si sta diffondendo anche in posti, come la Turchia e l'Iran, non così accoglienti per il giornalismo

Fact checker di tutto il mondo uniti contro le fake news

"È straordinario vedere quanto sia cresciuto il fact-checking e la sua comunità. Al nostro primo convegno, a Londra nel 2014, c’erano una cinquantina di persone. Quest’anno ne abbiamo circa centonovanta. Già dai numeri, abbiamo avuto una crescita enorme. Ancora più impressionante, il fact-checking si sta diffondendo in posti come la Turchia e l’Iran, non così accoglienti per il giornalismo".

Chi parla è Bill Adair, giornalista e fondatore di PolitiFact, nel primo giorno del convegno internazionale del fact-checking che comincia oggi a Madrid. Uno dei primi e più famosi progetti di questo tipo negli Stati Uniti insieme a FactCheck.org, il lavoro di PolitiFact per le elezioni presidenziali del 2008 è valso al progetto un Premio Pulitzer per il giornalismo nazionale l’anno successivo e ha contribuito a rendere la verifica dei fatti conosciuta al grande pubblico americano (e non solo).

"A oggi, ci sono 125 progetti di fact-checking attivi nel mondo", dice Mark Stencel, docente della Duke University ed ex giornalista del network statunitense NPR. Il Duke Reporters’ Lab per cui lavora tiene traccia con aggiornamenti regolari delle nuove iniziative che nascono in tutto il mondo e che si occupano della verifica dei fatti nel discorso pubblico.

"Le elezioni e i cambiamenti politici sono sempre una scintilla per far nascere nuove iniziative e far crescere quelle esistenti – dice Stencel – e per questo abbiamo visto novità, negli ultimi mesi, in Brasile, Corea del Sud, Turchia, Francia e Germania".

L’ultimo arrivato, il norvegese Faktisk.no, è stato lanciato proprio mentre a Madrid si apre Global Fact 4, il quarto convegno globale del settore organizzato dall’International Fact Checking Network (IFCN). I partecipanti di Madrid – 188 persone da 53 paesi diversi – sono un ottimo esempio della diversità di esperienze, strutture organizzative e modi di finanziamento della galassia del fact-checking, che ha poco più di dieci anni di storia ma sta vivendo un momento di grande fortuna.

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Fact-checking e censura

La verifica dei fatti è portata avanti in modo molto simile in gran parte dei progetti: a partire da una dichiarazione politica o da un’affermazione particolarmente diffusa nel dibattito pubblico, il fact-checking prova a confrontarlo con i dati disponibili ed emette un “verdetto”, un giudizio sintetico che ne valuta l’affidabilità.

"Il fact-checking non è astrofisica: è semplicemente del buon giornalismo. In sintesi, ricercare le fonti, comunicarle, essere chiari sulle fonti che si stanno usando", dice Alexios Mantzarlis, a capo dell’IFCN – che ha base presso la scuola di giornalismo di Poynter, in Florida (Mantzarlis è stato tra i fondatori dell’italiana Pagella Politica). "Chi fa fact-checking sta prendendo una serie di impegni, che abbiamo riassunto nella nostra lista di principi, per rendere il proprio lavoro il più possibile una casa di vetro". I principi riguardano la trasparenza nelle fonti di finanziamento, l’assenza rapporti con soggetti politici, la chiarezza dei metodi utilizzati.

Applicarli in Paesi dove la libertà di stampa è assicurata può risultare al massimo in qualche tweet arrabbiato o in una smentita ufficiale. Il discorso è diverso per quelle zone del mondo dove il panorama dei media è meno libero.

Gli esempi, in questo campo, non mancano. Farhad Souzanchi è un iraniano di 33 anni che, ispirandosi all’esperienza egiziana del MorsiMeter, ha lanciato un’iniziativa per tener traccia delle promesse fatte dall’allora neopresidente Hassan Rouhani. "Abbiamo cominciato il RouhaniMeter nel 2013, programmando di farlo solo per i primi cento giorni", dice Souzanchi. Il successo è stato rapido: quello che lo testimonia meglio è il fatto che, a meno di un mese dal lancio, il sito è stato oscurato in Iran.

Nonostante il blocco, le tre persone che oggi lavorano al progetto sanno che nel loro Paese sono ancora letti. "Siamo costantemente in contatto con i nostri utenti in Iran tramite i social media e Telegram", aggiunge Souzanchi. "Molte persone utilizzano gli strumenti informatici che permettono di aggirare il blocco dei siti". Ma il RouhaniMeter può continuare le pubblicazioni perché è basato in Canada, dove Souzanchi si è trasferito nel 2011, ed è finanziato tramite bandi canadesi nel settore pubblico e privato.

I suoi autori si sono accorti presto che il progetto stava avendo un impatto nella Repubblica Islamica. «Giusto un mese fa – racconta Souzanchi – la TV di stato iraniana ha mandato in onda un servizio sulla verifica delle promesse politiche. Anche se non siamo stati nominati – e hanno nominato un sacco di Paesi – è stato davvero un bel momento per me. Ci abbiamo lavorato quattro anni e ora vediamo che anche in Iran se ne comincia a parlare».

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Come si finanzia il fact-checking oggi?

Lasciando da parte i luoghi del mondo dove il giornalismo indipendente non è visto di buon occhio, una delle principali sfide del fact-checking è legato alle piccole dimensioni dei progetti e al loro impegno per rendersi sostenibili economicamente, come conferma anche Bill Adair: «Tra i problemi maggiori che vendo oggi c’è il finanziamento».

In questo campo, un esempio di successo viene dal Sudamerica. "Abbiamo fatto attenzione fin dal primo giorno al nostro modello di business", dice Laura Zommer, giornalista e direttrice del progetto argentino Chequeado. "In Argentina è pieno di gente con ottime idee ma senza soldi per svilupparle".

Con uno staff di sedici persone, di cui otto a tempo pieno, Chequeado è al momento una delle operazioni di fact-checking più grandi del mondo. Quattro persone si occupano a tempo pieno di questioni finanziarie, legali e istituzionali, come l’organizzazione di eventi e raccolte fondi, le collaborazioni e il lavoro dei volontari.

"Abbiamo quattro fonti di finanziamento, tutte pubblicamente visibili sul nostro sito», spiega Zommer. «Per prima cosa ci sono i singoli utenti, che scelgono di finanziarci con donazioni individuali che vanno dai cinque dollari una volta ogni tanto ai diecimila l’anno. Oggi sono circa quattrocento, di cui ottanta fanno una donazione periodica. Se fosse possibile, mi baserei solo sugli utent".

Ma le donazioni individuali non sono sufficienti, e Chequeado si rivolge quindi anche alle società: le aziende sono invitate a finanziare eventi speciali, tra cui la Chequeado Night, una sera durante la settimana argentina del giornalismo di marzo a cui partecipano un centinaio di giornalisti da tutta l’Argentina.

Ci sono poi le collaborazioni internazionali, che oggi pesano per circa metà del budget: la società di investimenti Omidyar Network, l’Open Society Foundations, ma anche alcune ambasciate come quelle di Olanda, Regno Unito, Canada e – in passato – Stati Uniti.

Infine, Chequeado ha un’importante presenza nei media del Paese: ogni settimana collabora con una televisione, tre radio e un quotidiano.

L’organizzazione spende molte delle sue risorse nello sviluppo di strumenti al passo con i tempi ed efficaci per la diffusione dei propri contenuti: due persone dello staff si occupano solo di questo. "Cerchiamo in continuazione i modi che possono rendere i dati interessanti per la gente", dice Zommer.

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Un problema di fiducia

"Penso che il fact-checking valga perché si occupa di riequilibrare il potere tra il mondo politico – e non solo – e le persone. Dà la possibilità di scegliere tra fidarsi ciecamente di un politico e non fidarsi altrettanto ciecamente", dice Phoebe Arnold, capo della comunicazione del progetto britannico FullFact. "È uno strumento per ricostruire la fiducia, in un modo utile e significativo, tra la gente e chi detiene il potere".

Per questo motivo, FullFact cerca di concentrarsi sull’affermazione, piuttosto che sul politico che l’ha fatta. Non dà verdetti e cerca un dialogo costante con le istituzioni e i loro rappresentanti. "Sono convinta che il fact-checking non si fermi con la pubblicazione. Poi comincia la fase di promozione e di attenzione ai risultati: cerchiamo di ottenere dalle persone di cui ci occupiamo – che siano politici, celebrità, o anche giornalisti – una correzione pubblica della loro affermazione scorretta".

Mark Stencel del Duke Reporters’ Lab è d’accordo sul fatto che si tratti soprattutto di una questione di fiducia: "I rapporti di fiducia sono in crisi un po’ dappertutto. Il fact-checking sembra essere una delle forme del giornalismo più giuste per il tempo in cui viviamo".

La crisi viene anche dal fatto che il campo avverso è molto agguerrito. "Nella politica, negli affari, in tutti aspetti della società, la gente è diventata molto brava a mentire. La grande maggioranza delle persone che studiano i media e la comunicazione non vanno a lavorare nel giornalismo, ma nella comunicazione politica o aziendale, oppure nella pubblicità. Il fact-checking prova a contrastare queste forze di confusione, in un periodo in cui così tante persone sono interessate a non dire tutta la verità", conclude Stencel.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it