Con elezioni "superanticipate", riusciranno a presentarsi meno partiti?

Emma Bonino ha espresso al Quirinale "viva preoccupazione sulla procedura democratica"

Con elezioni "superanticipate", riusciranno a presentarsi meno partiti?

Al termine dell’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, il 7 maggio, la leader di +Europa Emma Bonino – accompagnata dal segretario dei Partito socialista italiano Riccardo Nencini – ha dichiarato: “Abbiamo espresso la più viva preoccupazione sulla procedura democratica, o antidemocratica, che si manifesterebbe con elezioni superanticipate. Non vi sfuggirà che, nella complessità della legge Rosatellum e quant’altro, nell’eventualità di elezioni anticipate a luglio o ottobre, è chiaro che potranno presentarsi alle elezioni solo il Pd i 5 stelle e il centrodestra, gli altri saranno esclusi proprio per le procedure previste dalla legge in corso: firme, procedure, tempi”.

Si tratta di un’affermazione che, in effetti, denuncia un rischio concreto.

Il precedente

Emma Bonino fa riferimento soprattutto al problema della raccolta di firme necessaria per presentarsi alle elezioni. La normativa, secondo l’accusa della leader di +Europa, renderebbe di fatto impossibile per tutte le formazioni al di fuori di Pd, M5S e centrodestra (FI, Lega e Fdi) la partecipazione a eventuali prossime politiche.

Già prima del voto del 4 marzo 2018 si era parlato di questo problema.

Alla vigilia delle scorse elezioni era nata una polemica tra +Europa e il governo, in particolare con i rappresentanti del Pd, proprio sui requisiti che la legge elettorale in vigore – il Rosatellum – e l’interpretazione delle norme data dal Viminale imponevano per la raccolta firme.

Il Rosatellum prevede 180 giorni (l. 53/1990, art. 14, comma 3) per raccogliere le firme. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli: non si possono infatti raccogliere le firme se non si conoscono già le liste dei candidati che si vogliono presentare nei diversi collegi. E questo complica molto le cose, come vedremo, soprattutto quando si parla di coalizioni.

La normativa

Ma di quante firme stiamo parlando? Secondo l’articolo 18-bis del D.P.R. 361 del 30 marzo 1957, “la dichiarazione di presentazione delle liste  di candidati per l'attribuzione dei seggi nel collegio plurinominale, con l'indicazione dei  candidati  della  lista  nei  collegi  uninominali compresi nel collegio plurinominale, deve essere sottoscritta da almeno 1.500 e da non più di 2.000  elettori”.

La presentazione delle liste va fatta per ciascun collegio. Dunque, dato che l’Italia è divisa dal Rosatellum (v. Allegati) in 63 collegi plurinominali alla Camera e 34 al Senato, si tratta di circa 100 mila firme (94.500) per Montecitorio e 51 mila per Palazzo Madama. Un numero molto elevato.

Qui però c’è la prima eccezione. In caso di elezioni anticipate di almeno 120 giorni rispetto ai cinque anni previsti normalmente per la durata della legislatura, il numero si dimezza. Inoltre, per le scorse elezioni – e solo per le scorse elezioni – c’è stata un’ulteriore eccezione: il requisito era stato ridotto a un quarto dalla legge di Bilancio per il 2018 (art. 1 co. 1123).

In concreto, alla scorsa tornata elettorale il minimo era stato abbassato fino a 25 mila firme circa per la Camera e 12.525 per il Senato, un numero certamente più accessibile.

Le tempistiche

Il problema sollevato prima del voto del 4 marzo 2018 riguardava le tempistiche della raccolta firme. Non solo: anche il modulo su cui quelle firme vengono raccolte, in concreto, gioca un ruolo non secondario nella polemica.

Secondo l’interpretazione che diede il Viminale della nuova legge elettorale, quella attualmente in vigore, il modulo per la raccolta delle firme deve indicare sia i candidati nei collegi plurinominali sia l’indicazione dei candidati della lista nei collegi uninominali.

Insomma, finché le liste non sono “chiuse” non si può procedere a raccogliere le firme necessarie per presentarsi alle elezioni.

Ma i candidati sono oggetto di trattative – spesso fino all’ultimo – fra i partiti che vogliono presentarsi in un’unica coalizione, visto che bisogna mettersi d’accordo su ogni singolo candidato “unitario” da presentare in ciascun collegio uninominale.

Secondo il Testo Unico, le coalizioni devono essere ufficializzate per legge solo il 42esimo giorno prima del voto, mentre il termine ultimo per presentare la dichiarazione di presentazione delle liste è il 34esimo giorno.

Dunque +Europa, prima delle scorse elezioni, se voleva far parte di una coalizione doveva comunque aspettare la scadenza del 42esimo giorno prima del voto e, una volta chiuse e presentate le liste, raccogliere le firme necessarie per presentarsi insieme al PD in meno di dieci giorni.

Di qui le proteste della formazione guidata dalla Bonino e la minaccia di andare da sola, iniziando dunque a raccogliere le firme fin da subito, senza aspettare che venissero concordati i candidati comuni nei collegi uninominali.

La questione fu risolta solo grazie all’intervento “salvifico” di Bruno Tabacci, che portò il suo partito, Centro Democratico, all’interno di +Europa (un’associazione di tre partiti, Forza Europa, Radicali Italiani e appunto CD di Tabacci) e in questo modo “prestò” l’esenzione dall’onere di raccogliere tutte le firme necessarie in pochi giorni di cui – come vedremo più avanti - godeva la sua formazione.

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La situazione adesso

La situazione, se non verrà cambiata la legge elettorale, sembra destinata a ripresentarsi in modo ancor più grave in eventuali prossime elezioni anticipate.

Le liste definitive, come dicevamo, vanno depositate entro il 34esimo giorno prima della data prevista per il voto. In caso di voto a fine luglio, vorrebbe dire presentarle a fine giugno: circa un mese di tempo, cominciando nei prossimi giorni. Se si votasse a ottobre, il tempo a disposizione sarebbe di circa tre mesi, la metà dei sei mesi “regolari”.

Anche il numero di firme sarebbe un problema. La riduzione a un quarto del numero di firme necessarie era prevista dal Rosatellum solo per “le prime elezioni successive alla data di entrata in vigore della presente legge”, e non ci sarebbe più nel caso si tornasse a votare a normativa invariata nei prossimi mesi. Dunque +Europa, e altri partiti nelle medesime condizioni, sarebbero costretti a raccogliere, come minimo, circa 75 mila firme (circa 50 mila per la Camera e 25 mila per il Senato).

Se poi il partito decidesse di allearsi con un’altra formazione, si riproporrebbe il problema delle tempistiche strettissime (meno di dieci giorni) di cui si diceva, dato che la singola forza politica non può raccogliere le firme fino a che non vengono definiti i candidati comuni nei collegi uninominali.

Perché M5S, Pd e Centrodestra non hanno problemi

Emma Bonino ha ragione nel sostenere che questi problemi non riguardino M5S, Pd e centrodestra. Questo non dipende delle maggiori dimensioni di questi partiti, ma dalla stessa legge elettorale.

In base al secondo comma dell’articolo 18-bis del D.P.R. 361 del 30 marzo 1957, infatti, “nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi”.

Dunque il M5S, il Pd, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – gli unici che hanno costituito dei gruppi parlamentari sia alla Camera sia al Senato in questa legislatura appena iniziata - non dovranno presentare le firme. Le dovrà invece presentare LeU, che ha un gruppo parlamentare solo a Montecitorio.

Ma +Europa potrà “salvarsi” con lo stesso meccanismo della volta scorsa?

Questa volta, inoltre, è preclusa la possibilità che +Europa possa salvarsi grazie a un’operazione simile a quella delle scorse elezioni, quando Tabacci concesse l’utilizzo del simbolo di Centro Democratico. Si trattava infatti di un’eccezione valida solo per le scorse elezioni.

Infatti, la disposizione che garantiva l’esenzione dalla raccolta firme anche a quei partiti costituiti in gruppo parlamentare “in almeno una Camera alla data del 15 aprile 2017” - come Centro Democratico, che prestò l’esenzione a +Europa, o Ncd, che la prestò a Civica Popolare, il partito di Beatrice Lorenzin - era limitata alla prima elezione dopo l’entrata in vigore della legge elettorale, e cioè le elezioni del 4 marzo 2018.

Alle prossime elezioni, insomma, i partiti che non facciano riferimento a gruppi parlamentari già esistenti nella legislatura in corso in entrambe le camere, dovranno raccogliere tutte le firme richieste nei vari collegi.

Conclusione

Anche se non è vero, in astratto, che alle prossime elezioni possano candidarsi in autonomia solo M5S, Pd e i tre partiti del centrodestra, lo è molto probabilmente nei fatti.

Le norme che disciplinano tempi e modi della raccolta firma impongono infatti alle formazioni che non abbiano un gruppo parlamentare in entrambe le camere nella legislatura in corso di raccogliere un numero molto elevato di firme (quasi 50 mila nel caso, di cui si discute, di elezioni anticipate) in un lasso di tempo molto ristretto: in caso di corsa solitaria un mese scarso se si voterà a fine luglio e circa tre mesi se si voterà a ottobre, in caso di coalizione meno di dieci giorni.

Non sarà più possibile, poi, una soluzione come quella trovata prima del voto del 5 marzo 2018 con Tabacci, oltre che per l’assenza di gruppi papabili per una simile operazione nel Parlamento attuale, soprattutto perché la norma che lo consentiva valeva solo per quella specifica elezione.

È possibile che ci siano modi di far candidare comunque rappresentanti di formazioni minori come i Radicali, ad esempio inserendoli all’interno delle liste di altri, ma di certo la presentazione di liste autonome sarà quasi impossibile, se la legge elettorale resterà quella di oggi.

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