Prima di Hillary, le donne che volevano la Casa Bianca

Prima di Hillary, le donne che volevano la Casa Bianca
Hilary Clinton (Afp) 

di Nicola Graziani

Roma - La prima rivincita Hillary Clinton se l'e' gia' presa, e non e' sui libri di storia su cui comunque finira' per essere stata per lo meno la prima donna ad avere la nomination da uno dei due veri contendenti alla Casa Bianca. E' su quel gruppetto di maschietti sessisti, politicamente scorretti e frustrati (facile immaginarseli oggi ad ingrossare le file di Donald Trump) che nella campagna elettorale di otto anni fa gli sventolavano sotto il naso, scritta su cartelli, l'esortazione insultante "Stirami la camicia!". E' anche a loro che l'ex segretario di Stato e senatrice di New York pensa in queste ore in cui pare aver chiuso la partita con Bernie Sanders, ed aperto quella ben diversa con The Donald. Probabilmente, pero', un pensiero sta andando a Victoria Woodhull, Margaret Chase Smith e Shirley Chisholm, le tre donne che prima di lei hanno tentato lo stesso passo, con poca fortuna.

Non si tratta, in realta', delle uniche rappresentanti del sesso femminile ad aver cercato di entrare alla Casa Bianca senza accontentarsi dei panni della first lady. In realta' ve ne sono state oltre duecento. Ma loro rappresentano i casi piu' emblematici di un lungo cammino iniziato con Abigail Adams, moglie di John Adams secondo presidente degli Stati Uniti, che nel 1776, quando la Patria non era ancora nata, scriveva al marito gia' indirizzato ai piu' nobili destini: "Ricordati di essere piu' generoso e ben disposto nei confronti delle donne di quanto non siano mai stati i tuoi antenati. Non lasciate che troppo potere si concentri nelle mani dei mariti. Non dimenticate che tutti gli uomini, se potessero, si trasformerebbero in tiranni. E ricordate che se non si presta alle donne la dovuta attenzione, e' nostra intenzione fomentare una Ribellione, e non ci riterremo vincolate da nessuna legge in cui non abbiamo alcuna voce, ne' rappresentanza".

Non c'e' da stupirsi che, se nel '700 una moglie osava rivolgersi in questi termini al proprio autorevole marito, cento anni piu' tardi una donna si candidasse a dirigere l'intero paese. Victoria Woodhull lo fece nel 1870, nettamente in anticipo sui tempi: il voto alle donne non era stato nemmeno concesso, a quell'epoca, e non lo sarebbe stato per almeno altri cinque decenni. Sposata, divorziata, risposata, lei era un ricchissimo speculatore di borsa con una certa fama di chiaroveggenza ed il pallino dei giornali. Una sorta di Ciziten Kane in gonnella. Fece le cose sul serio, girando gli Stati Uniti d'America per due anni e fondando all'uopo un giornale tutto suo. Non tutta la stampa le era favorevole, pero', se qualcuno dalle colonne avversarie l'apostrofava come "l'oca giuliva di Wall Street". Ma pare che dietro tanto disprezzo ci fosse anche il ben piu' concreto timore per le istanze libertarie della signora: lotta alla "avarizia insaziabile" delle "obese corporation" ed al "dispotismo delle banche" rappresentato dalla grande ferrovia che univa l'Est all'Ovest. Fini' che a pochi giorni dalle elezioni, il 3 novembre 1872, fu arrestata insieme al marito (un ufficiale dell'esercito) e alla sorella, per un'inchiesta pubblicata dal suo giornale sull'adulterio di un reverendo che si opponeva alle idee - assolutamente libertarie - della candidata in tema di amore libero. Resto' in carcere sei mesi, e dalla cella assistette al trionfo di Ulysses Grant, il volto tutto maschile dell'America dei Robber Baron e delle banche che finanziano la ferrovia.

Nel 1938 una first lady di provincia arrivava al Congresso grazie a quello strano meccanismo chiamato "widow's mandate", che permette alla vedova del politico eletto ad una carica pubblica di subentrare al defunto consorte. Sono gli anni, del resto, di "Mr Smith va a Washington" di Frank Capra, che in fondo inizia quasi allo stesso modo. La Signora Smith (Margaret Chase Smith, per l'esattezza) arriva in citta' e fa capire che non si limitera' a scaldare il seggio per il resto del mandato. Al contrario: il de cuius era, per dirne una, isolazionista, e lei inizia immediatamente a predicare il verbo dell'intervento in Europa per bloccare Hitler. Si guadagnera' la rielezione, e sara' alla fine della carriera la prima donna a sedere al Senato al termine di una regolare campagna elettorale, come anche la prima donna a servire in entrambi i rami del parlamento americano. Era repubblicana, ma a modo suo, ed i suoi colleghi di partito amavano dire che seguiva le direttive di voto solo quando si sbagliava. In effetti odiava McCarthy e la sua caccia alle streghe comuniste, appoggiava i sindacati e quando l'estblishment repubblicano cercava di mettere in imbarazzo Truman sulla Guerra di Corea, lei si schierava sulle posizioni del Generale McArthur. Una delle sue battaglie piu' memorabili (che ricorda da vicino quella in corso tra Obama e 11 stati dell'Unione) e' sull'uso del bagno: a lungo unica donna parlamentare, pretese di non essere costretta ad andare a quello degli uomini. Alla Casa Bianca, pur invitata, non ando' per molto tempo perche' il protocollo non prevedeva accompagnatori di sesso maschile. Nel 1964 decise di passare dalla porta principale, ma il Grand Old Party le preferi' quell'altro strano oggetto che era Barry Goldwater. Che la societa' americana non fosse ancora matura lo spiegano le parole di quei commentatori che raccontavano di un esistente aspirante First Husband il quale, ad ogni sosta elettorale, si sarebbe trovato a dover accettare enormi mazzi di fiori e scambiarsi le ricette di cucina con un nugolo di giornalisti donne. Risultato del 1964: vinsero i democratici, con Lyndon Johnson.

Ma, nei fantastici Anni '60, qualcosa si muoveva davvero, se nel 1968 Shirley Chisholm diveniva la prima donna afroamericana ad essere eletta al Congresso. Quattro anni dopo, in mezzo allo scetticismo - o peggio - dei suoi stesso compagni di partito, tentava il salto piu' alto di tutti. Non vinse in nessuno stato, durante le primarie, ma alla fine ebbe 150 voti dai delegati della convention democratica. Molti comunque le furono dati da un Hubert Humphrey alla fine di una lunga carriera politica, per contrastare l'emergente George McGovern. Fu il trionfo della svolta liberal del partito, sull'onda della Guerra del Vietnam, della legge sui diritti civili e della reazione alla presidenza Nixon. Peccato fosse tutto inutile, perche' non solo la nomination ando' a McGovern, ma le elezioni di quell'anno si conclusero con un bagno di sangue per i democratici: Nixon trionfo' in tutti gli stati tranne che nel Massachussetts. Nel frattempo lei aveva avuto modo di scampare a ben tre attentati. E' morta nel 2005, senza farte in tempo a vedere l'elezione del primo presidente afroamericano, ne' la designazione di un'altra donna alla nomination del suo partito. Oggi un suo ritratto campeggia nella galleria della Camera dei Rappresentanti. "Stirami la camicia!" gridavano fino a poco tempo fa dietro a Hillary. Ma ormai e' un altro mondo.(AGI)