Il Washington Post dà ragione a Donald Trump: non ha contribuito al default di Porto Rico

Smontata la bufala sull'investimento del presidente Usa in un golf resort locale

Il Washington Post dà ragione a Donald Trump: non ha contribuito al default di Porto Rico

I factchecker del Washington Post hanno dato ragione a Trump. Già questa, di per sé, sarebbe una notizia. Ma, per essere più precisi, non si sono occupati direttamente del presidente ma hanno smontato una bufala che, negli ultimi giorni, è stata condivisa in varie testate (come Jezebel e Bustle) e sui social network. L'accusa era quella di aver contribuito al default dell'isola di Porto Rico, devastata dall'uragano Maria, attraverso il fallimento di un suo Golf Resort.

La situazione (tragica) di Porto rico

Il debito di Porto Rico attualmente supera i 70 miliardi di dollari. È dovuto soprattutto ad una recessione economica cominciata più di dieci anni fa e che ha portato il governo a non avere abbastanza denaro neanche per sostenere le spese per i servizi pubblici più basilari. L'arrivo dell'uragano Maria ha accelerato questa situazione mandando  in rovina l'isola e dipingendo un quadro piuttosto cupo per i suoi abitanti: dalla mancanza di un governo stabile per i prossimi mesi alla possibile carestia di beni primari come acqua e cibo, carburante e medicine.

Le accuse

Cosa c'entra dunque Trump con questa situazione? Partiamo dall'inizio. Nel 2008 il Presidente ha assunto la gestione di un'attività sull'isola dal nome lunghissimo: il Puerto Rican Golf Resort, Coco Beach Golf and Country Club. Nel 2015, lo stesso resort ha presentato istanza di fallimento con circa 33 milioni di dollari di obbligazioni, ricevute dal governo, mai saldate. Da qui l'accusa che Trump, con questa cifra (alcuni hanno parlato addirittura di 100 milioni), avesse contribuito in qualche maniera al collasso.

I fatti

Il Washington Post racconta però un'altra storia che inizia più di 15 anni fa. Per costruire il golf resort, inaugurato nel 2004, sono stati usati 25,5 milioni di dollari in obbligazioni statali, sfruttando un piano lanciato dal governo per incentivare il turismo. Nel 2008 Trump ha accettato di mettere il suo nome sull'attività, ribattezzata immediatamente Trump International Golf Club Puerto Rico, in cambio di una quota dei ricavi e degli utili netti annuali. Un accordo abbastanza ricorrente nell'industria del golf. La situazione già ampiamente compromessa non è però migliorata. Nel 2011 è stato necessario ricorrere a un nuovo prestito obbligazionario pari a 28 milioni di dollari ma Trump, come riportano le fonti citate dal Washington Post, non ha avuto un ruolo diretto in questo ulteriore indebitamento. 

La fine felice per Trump (un po' meno per l'isola)

Insomma, non è stato il suo avvento a determinare la crescita del debito e il successivo, inevitabile, tracollo. È stato il governo portoricano, nonostante fosse a conoscenza della situazione, a prestare ulteriori soldi ad un'attività destinata, con probabilità, a morire. Nel 2015, infine, la proprietà ha depositato la già citata istanza di fallimento usando il nome originale. Il Resort è stato poi venduto per circa 2 milioni di dollari ad un'impresa di investimento privata. Trump, da tutta questa operazione ne è uscito comunque vincitore abbandonato la struttura con un attivo di oltre 600.000 dollari provenienti dal solo contratto di gestione e licenza. Un guadagno che non pùò però essere considerato decisivo per il default di Porto Rico.  

 



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