Cristiani e musulmani uniti nella speranza. È il Natale dei siriani

Il Paese martoriato dalla guerra civile torna a vivere. Da Damasco a Homs, un desiderio di festa per rimuovere sei anni di terrore

Cristiani e musulmani uniti nella speranza. È il Natale dei siriani

È il Natale della speranza, della vita che continua dopo tanta morte, della pace che cerca di riemergere dopo una guerra durata troppo a lungo, della luce che torna a cacciare l'oscurità dell'orrore. È il Natale siriano. Il primo con la voglia di celebrarlo per rinascere, con il desiderio di sentirsi in festa per rimuovere i sei anni di terrore. Da Damasco a Homs, spuntano gli alberi improvvisati e le luminarie riciclate tra le macerie per mandare un messaggio al mondo: noi ci siamo ancora, cristiani e musulmani. Uniti dal desiderio di vincere la rassegnazione e di dimostrare che la pace sopravvive sempre. Incarnando i messaggi delle due fedi. Gesù diceva "beati i miti perché erediteranno la terra; beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati". Il profeta dell'Islam, Mohammed, raccomandava che "la vittoria viene con la pazienza, il sollievo dopo l'afflizione e con la difficoltà la soluzione". Questo è lo spirito che unisce il popolo martoriato che si ritrova a dover rimettere in piedi il proprio futuro, dopo aver perso affetti e averi.

Riapre il monastero di padre Dall'Oglio

La vita è tornata anche al monastero di Mar Musa, dove è ospitata la comunità monastica di Khalil Allah, fondata dal gesuita romano Paolo Dall'Oglio, di cui non si hanno notizie da quando venne rapito nel luglio 2013 a Raqqa. I monaci e le monache che percorrono il suo sentiero quest'anno hanno diffuso una lettera, di cui ha riferito l'agenzia Fides, in cui raccontano della ripresa dell'attività pastorale e dell'accoglienza rivolta ai pellegrini, sia cristiani che musulmani.

Cristiani e musulmani uniti nella speranza. È il Natale dei siriani
 I babbi Natale di Damasco scortati dai soldati

"La valle del nostro monastero si è vestita di un affascinante abito rosso fatto dei fiori di papavero sparsi dovunque - si legge nella cartolina - Con l'arrivo della primavera abbiamo sperimentato quest'anno, per la prima volta dopo i lunghi anni della guerra, un'enorme gioia nel vedere l'ingresso della via al monastero pieno di movimento per la presenza di tante famiglie in visita da Nebek. I giorni del venerdì sono stati giorni in cui abbiamo ricevuto centinaia di visitatori. Quanta gioia nel vedere famiglie cristiane e musulmane salire di nuovo insieme per ricevere la benedizione dal luogo santo. Quanta consolazione nel ricevere le visite di ragazzi e ragazze musulmani di Nebek che vengono per far conoscere il "loro" monastero ad amici e colleghi cristiani di altre zone che non lo conoscevano. E quanta commozione, quando alcune donne musulmane si sono avvicinate alle suore per chiedere preghiere per una loro intenzione. Le stanze del monastero dell'Hayek sono state liberate della polvere dovuta alla guerra aprendo le proprie porte per accogliere i visitatori che sono venuti a passare un periodo di preghiera e di meditazione, lontani dal rumore della città e dalle preoccupazioni della vita, per tornare carichi di forza per affrontare le sfide quotidiane".

Cristiani e musulmani uniti nella speranza. È il Natale dei siriani
Un albero di Natale nella città vecchia di Homs

"La felicità è tornata a Homs"

Homs si trova a un'ora di strada da Mar Musa e anche qui è tornata, timidamente, un'allegria festosa che non si sentiva da anni. Nel cuore bombardato della terza città siriana, nel quartiere Hamidiyeh, annuncia la festa un albero di Natale verde metallizzato. Lo hanno addobbato gli abitanti con tutto quello che poteva tornare a essere bello. È stato illuminato giovedì. Un volontario ha invece martellato una piattaforma di metallo in vista di un concerto del coro e di spettacoli per bambini. "Nel 2014, quando eravamo appena tornati in questo quartiere distrutto, il nostro albero di Natale era fatto di macerie", ha raccontato ad Afp Roula Barjour, direttore esecutivo della Ong di beneficenza Bayti, "Casa mia". "Ma quest'anno, con il ritorno dei residenti e della vita, la gente sta di nuovo ritrovando l'allegria".

Quell'albero, a cui hanno lavorato in tanti, rappresenta una gioia non solo per i bambini ma anche per gli adulti. È diventato un punto di raduno dove ricercare la serenità e ammirare qualcosa di nuovo e diverso dalle cicatrici che i palazzi di Homs faticano a nascondere, nonostante qualche intervento di muratura. C'è anche chi scatta le foto "da spedire in Germania" per dimostrare che "la felicità è tornata a Homs". Molti dei suoi 800mila abitanti sono fuggiti quando è scoppiata la guerra, ma decine di migliaia sono tornati indietro, anche alla Città vecchia, che ospita numerose chiese e monasteri, tra cui quello gesuita dove venne ucciso, nell'aprile 2014, il prete olandese padre Frans van der Lugt. Ora è l'ennesimo luogo di pellegrinaggio. 

La Città vecchia di Homs aveva una popolazione cristiana significativa prima della guerra e la celebre Chiesa di Santa Maria ne era rappresentava uno dei gioielli. Nonostante il restauro, all'estero porta ancora le feriti dei bombardamenti che non hanno risparmiato nessuno. "C'era sempre una tristezza nelle vacanze passate, a causa delle persone che sono state uccise e della distruzione delle chiese, pregavamo sulle macerie", racconta il custode Imad Khoury. "Ma oggi la chiesa è stata restaurata e le decorazioni sono tornate, la nostra celebrazione quest'anno sembra quella di prima della guerra".



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it