Nuova tegola per Trump, 97 aziende si schierano contro il Muslim Ban


Anche Apple, Twitter e Google tra le società che hanno iniziato una battaglia legale contro il bando sull'immigrazione
 

Nuova tegola per Trump, 97 aziende si schierano contro il Muslim Ban
 Donald Trump (Afp)

Ennesima levata di scudi contro l'ordine esecutivo promulgato da Donald Trump che congela l'ingresso negli Stati Uniti per i cittadini di sette Paesi musulmani considerati ad alto rischio di terrorismo. Novantasette compagnie, quasi tutte operanti nel mondo dell'hi-tech, hanno presentato una memoria congiunta per denunciare l'illegittimità del provvedimento. Dal 27 gennaio, data di promulgazione del cosiddetto Muslim Ban, è stato il caos intorno alla questione di validità. 

La guerra a colpi di ricorsi tra l'amministarzione guidata da Donald Trump e il potere giudiziario a ogni livello ha portato alla paralisi nella gestione delle richieste di asilo, ma anche alla totale confusione tra i cittadini dei Paesi messi all'indice. L'ordine esecutivo che bloccava l’accoglienza dei richiedenti asilo di qualsiasi nazionalità per 120 giorni e sospendeva per tre mesi l’accesso al territorio americano per i cittadini di Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen, anche se in possesso di regolare permesso di soggiorno è stato sospeso da un giudice federale di Seattle. Poi è arrivata la decisione della Corte di Appello federale per il IX Circuito che ha bocciato il ricorso del Dipartimento della Giustizia confermando la sospensione del bando. Un doppio 'schiaffo' a Trump e il Presidente non l'ha presa bene e su Twitter si è sfogato: "Non posso semplicemente credere che un giudice abbia potuto mettere così a rischio il nostro Paese. Se dovesse succedere qualcosa, date la colpa a lui e al sistema giudiziario", ha scritto.


Ricostruiamo la vicenda per capire a che punto è la sfida tra Trump e i giudici

  • Venerdì 27 gennaio:
    • in tarda serata Donald Trump emana un ordine esecutivo per tenere lontani dagli Usa potenziali terroristi islamici. Viene bloccata l’accoglienza dei richiedenti asilo di qualsiasi nazionalità per 120 giorni e  sospeso per tre mesi l’accesso al territorio americano per i cittadini di Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen, anche se in possesso di regolare permesso di soggiorno.
    • Hameed Khalid Darweesh atterra al JFK dall'Iraq. Ha 53 anni e ha lavorato per conto del governo degli Stati Uniti da 10 anni come interprete, ingegnere e imprenditore. Al suo arrivo a New York, viene trattenuto con la moglie e i figli per 19 ore.
    • Anche Haider Sameer Abdulkhaleq Alshawi, un ragioniere di 33 anni, nato a Baghdad, approda al JFK. Viene dalla Svezia ed era in viaggio per incontrare la moglie, che ha lavorato come contractor degli Stati Uniti in Iraq e vive in Texas. Anche lui viene trattenuto.

 

  • Sabato 28 gennaio: 
    • negli aeroporti - non solo in quelli americani - è il caos. Le compagnie aeree negano l'imbarco ai cittadini dei sette Paesi nella lista stilata della Casa Bianca e centinaia di profughi sul punto di raggiungere gli Stati Uniti finiscono in una 'terra di nessuno' a tempo indeterminato.
    • Ovunque scattano manifestazioni spontanee e dalle cancellerie partono note di protesta.
    • L'Unione americana per le libertà civili (ACLU), insieme ad altre organizzazioni pro-immigrati, viene a sapere della situazione di Darweesh e Alshawi e fa causa al governo al fine di bloccare temporaneamente l'ordine della Casa Bianca.
    • La sera stessa, il giudice Ann M. Donnelly del distretto federale di Brooklyn si pronuncia a favore della tesi della ACLU, sostenendo che il rimpatrio forzato dei viaggiatori potrebbe causare "un danno irreparabile". La sentenza è temporanea, però, e non richiede che vengano ammesse le persone che non sono ancora partite per gli Stati Uniti.
  • Domenica 29 gennaio: il segretario per la Sicurezza Nazionale John Kelly chiarisce che i bando non riguarda i titolari di carte verdi contraddicendo quanto in giorno prima aveva detto un portavoce del Dipartimento di Sicurezza Nazionale 
  • Sabato 4 febbraio: 
    • il giudice federale di Seattle, James Robart, sospende il bando sui visti accogliendo il ricorso presentato dagli stati di Washington e Minnesota che avevano chiesto per primi il blocco del provvedimento ed emana quindi una ingiunzione restrittiva verso il provvedimento che ha effetto a livello nazionale. 
    • Il Dipartimento di Stato americano sospende l'applicazione del bando e ripristina i 60mila visti che ne erano stati colpiti.
    • Le compagnie aeree ricominciano a imbarcare passeggeri che erano stati respinti.
    • Il ministero della Giustizia americano presenta appello contro la sentenza di Robart perché "viola la separazione costituzionale dei poteri, ferisce l'interesse pubblico ostacolando l'applicazione di un ordine esecutivo emanato da chi, eletto, e' rappresentante responsabile dello Stato in materie quali immigrazione e affari esteri".
  • Domenica 5 febbraio:
    • la Corte di Appello federale per il IX Circuito, competente per territorio in secondo grado boccia il ricorso del Dipartimento della Giustizia 
    • Trump ha commentato la sentenza su Twitter: "Non posso semplicemente credere che un giudice abbia potuto mettere così a rischio il nostro Paese. Se dovesse succedere qualcosa, date la colpa a lui e al sistema giudiziario. La gente (straniera) inizia a riversarsi (negli USA). E' un male". Poi ha aggiunto di aver comunque "dato ordine alla Sicurezza Interna (Homeland Security) di verificare molto attentamente le persone che arrivano nel nostro Paese. I tribunali stanno (però) rendendo il lavoro molto più difficile".
  • Lunedì 6 febbraio: 97 compagnie presentano una memoria congiunta per denunciare l'illegittimità del provvedimento voluto da Trump. Tra i firmatari Apple, Microsoft, Google, Netflix, Snap!, Spotify, Uber, Airbnb e addirittura Twitter, il social network prediletto dal neo-presidente Usa. Non mancano anche altre grandi aziende attive in diversi settori, come Levi Strauss, produttrice dei blue-jeans omonimi. Il documento è stato depositato presso la Corte d'Appello federale per il IX Circuito, competente per territorio in secondo grado rispetto alle decisioni della Corte per il Distretto Occidentale dello Stato di Washington. 

Cosa c'è scritto nella memoria presentata dalle aziende

La memoria delle 97 imprese ha assunto la forma di un 'amicus brief', vale a dire di un esposto a sostegno e maggiore informazione dei magistrati, presentato da terzi che intervengono in un giudizio, al quale sono formalmente estranei ma in cui sono coinvolti propri interessi di grande rilievo, per esporre pareri su questioni di diritto o di fatto. 

Nella memoria si afferma che l'ordine anti-islamico "viola le leggi sull'immigrazione e la Costituzione, e infligge danni significativi all'economia, all'innovazione e, come conseguenza, alla crescita americane". I firmatari sottolineano poi come "gli immigrati siano autori di molte tra le più importanti scoperte della Nazione, e creino alcune tra le società maggiormente innovative ed emblematiche del Paese.

Gli Stati Uniti, proseguono, hanno "da tempo riconosciuto l'importanza di proteggere se stessi da coloro che vogliono nuocerci, ma lo hanno fatto mantenendo fermo il nostro fondamentale impegno a dare il benvenuto agli immigrati". Si avverte infine che il bando di Trump rendera' piu' difficile il reperimento di validi dipendenti nel resto del mondo, provocherà un aumento dei costi, e quindi ostacolerà la capacità di "competere sui mercati internazionali".

Per approfondire: