A che punto è la questione sulle nomine Ue

I popolari isolano Anghela Merkel, che puntava sulla nomina di Timmermans alla Commissione. Conte: "l'Italia non può accettare un pacchetto precostituito, nato altrove". Si cerca un'intesa sui nomi, ma la tela è fragile e si strappa ad ogni tentativo 

nomine ue 
Malte Ossowski / SVEN SIMON / SVEN SIMON / dpa Picture-Alliance 
Angela Merkel 

Nessun accordo e tutto da rifare. Quasi 19 ore di trattative serrate e negoziati a oltranza non bastano ai 28 Capi di stato e di governo per trovare un'intesa sulle nomine Ue. Il vertice straordinario, convocato da Donald Tusk alla vigilia della plenaria di Strasburgo, si riaggiorna a domani alle 11. Ma con una buona possibilità che i veti incrociati impediscano un'intesa.

La data per un altro vertice è già segnata a matita sull'agenda dei leader, probabilmente il 15 luglio. La maratona negoziale inizia nel pomeriggio di ieri, quando Tusk mette sul tavolo dei leader il cosiddetto 'pacchetto Osaka', maturato a margine del G20 in Giappone e sponsorizzato da Francia, Germania, Spagna e Olanda.

L'incastro base prevede l'approdo di Frans Timmermans alla Commissione e di Manfred Weber al Parlamento per cinque anni, poi una serie di mosse negoziabili per comporre il mosaico, come il premier belga Charles Michel al Consiglio europeo e il francese Francois Villeroy de Galhau alla Bce. Lo 'schema Osaka', di cui si discute tutta la notte e tutta la mattinata, non piace però a 11 governi, tra cui l'Italia, che fa sponda con il gruppo di Visegrad, con Irlanda, Romania, Lettonia e Cipro e di fatto impedisce l'accordo sul nome del socialista olandese.

"Niente contro Timmermans, ma l'Italia non può accettare un pacchetto precostituito nato altrove", dice Giuseppe Conte al termine della riunione e prima di ripartire per Roma dove in serata è previsto il Consiglio dei ministri che dovrà adottare le misure di assestamento del bilancio ed evitare all'Italia una procedura per violazione della regola del debito. Procedura di cui la Commissione avrebbe avrebbe dovuto discutere domani, ma che non sarà sul tavolo, perché il collegio dei commissari, a causa prosecuzione del vertice, non ci sarà.

I popolari dicono no alla scelta della Merkel

Ma la vera pietra tombale sul pacchetto, a sorpresa, arriva dal Ppe. Il Partito di Angela Merkel, da decenni falange compatta e unita attorno alla sua leader, a sorpresa prima dell'inizio del vertice si divide e si ribella alla cancelliera, madrina dell'operazione. I Popolari dicono 'no' a Timmermans, l'irlandese Varadkar, il bulgaro Borisov e il lettone Karins ne certificano di fatto la fine.

La cancelliera proverà per tutta la notte a cercare di ammorbidirli, senza esito. Il braccio di ferro con i suoi ferisce la leader tedesca, che alla fine del Vertice ammetterà che "non siamo andati al voto perché nessun candidato avrebbe avuto la maggioranza" aggiungendo che un accordo fatto contro metà dei Popolari e senza l'appoggio di Italia e Polonia sarebbe stato destinato al fallimento. Molto piu' duro Emmanuel Macron, che parla di "fallimento che restituisce un'immagine molto negativa dell'Europa. Non si può essere ostaggio di piccoli gruppi", aggiunge.

Tusk tiene duro per tutta la notte sperando di arrivare a una conclusione. Per superare il veto su Timmermans si sondano possibilità alternative, risalgono e tornano a scendere, come un fiume carsico, le quotazioni di Michel Barnier, francese ma di centrodestra, per accontentare i Popolari 'orfani' della Commissione.

Ma la tela è fragile, si strappa a ogni tentativo. Non passa nemmeno l'ipotesi Margrethe Vestager, appoggiata da Macron e che i Popolari non vogliono proprio per questo. Gli incontri continuano senza sosta, a metà nottata si torna su Timmermans e sembra che la svolta sia vicina, ai Popolari viene promesso oltre al Parlamento anche la presidenza del Consiglio.

Ma nemmeno questa ipotesi passa, finché la notte di Bruxelles diventa alba. Alla fine di una trattativa lunghissima (battuto il record dei vertici straordinari sulla crisi greca) di un vertice che doveva essere decisivo, resta un rinvio che complica di nuovo tutto. I nomi di oggi saranno quelli di domani, minaccia Macron. Ma ricomporre la frattura con Visegrad, che vede in Timmermans il nemico pubblico numero uno a causa delle decisioni dell'olandese sul rispetto dello stato di diritto, e ritessere la tela con i Popolari non sarà facile. Il rischio stallo è dietro l'angolo.



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