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Gesto forte di Biden a Kiev tra F16 e Usa al bivio

Gesto forte di Biden a Kiev tra F16 e Usa al bivio

Vladimir Putin ha provato in dodici mesi a sfruttare le divisioni politiche di un'America polarizzata da dieci anni di scontri, ma la risposta bipartisan ha finito per spiazzarlo. La visita a sorpresa di oggi di Joe Biden a Kiev, nel corso del viaggio annunciato in Polonia, è un forte atto politico, perché è un messaggio all'Ucraina, agli alleati occidentali e alla stessa America

Gesto forte Biden a Kiev tra F16 e Usa al bivio

© DIMITAR DILKOFF / AFP - Biden e Zelensky

AGI - Vladimir Putin ha provato in dodici mesi a sfruttare le divisioni politiche di un'America polarizzata da dieci anni di scontri, ma la risposta bipartisan ha finito per spiazzarlo. Il punto è? A un anno dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina quanto reggerà il muro americano. E quante possibilità ci sono che Washington autorizzi l'invio degli F-16, i jet militari considerati decisivi per una svolta nel conflitto? La visita a sorpresa di oggi Joe Biden a Kiev, nel corso del viaggio annunciato in Polonia, è un forte atto politico, perchè è un messaggio all'Ucraina, agli alleati occidentali e alla stessa America.

Nell'incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Biden non ha parlato solo dei carrarmati Abrams o dei missili a lungo raggio, ma probabilmente anche degli aiuti futuri, e forse proprio degli F-16, i caccia militari considerati decisivi. Zelensky ha definito l'incontro il "più importante nella storia delle relazioni ucraino-americane", parole che serviranno a galvanizzare le linee ucraine al fronte, e a lanciare un avvertimento all'Europa e alla Russia:   Anche se aumentano le ombre, i dubbi e le pressioni per raggiungere una soluzione di pace. La situazione in Usa è in continua e rapida evoluzione e da qui dipende tutto il resto.

Due settimane prima dell'anniversario di guerra, un gruppo di sostenitori trumpiani guidati da Matt Gaetz ha presentato una risoluzione che, se dovesse passare, esprimerebbe la posizione della Camera a favore della fine immediata degli aiuti militari e finanziari all'Ucraina, e l'appello urgente a tutte le parti in causa a raggiungere un accordo di pace. La risoluzione è promossa dagli undici repubblicani del Congresso che fanno capo al Freedom Caucus, cioè la componente di estrema destra del partito.

È altamente improbabile che possa passare, ma rappresenta un pericolo sia per la leadership della Casa Bianca, sia per i Democratici che sostengono la linea e sia per la debole guida della Camera, il rappresentante californiano Kevin McCarthy, diventato speaker soltanto alla quindicesima votazione, come non accadeva da centocinquant'anni, e solo dopo aver accettato il ricatto degli esponenti dell'ultra destra. Con una maggioranza alla Camera ridotta a nove membri, il peso dei rappresentanti del Freedom Caucus sarà enorme. Quanto resisteranno McCarthy e gli altri?

Dall'inizio dell'invasione russa, gli Stati Uniti sono stati il maggior alleato dell'Ucraina: da quando Biden è alla Casa Bianca gli Usa hanno fornito aiuti militari e finanziari per 29,3 miliardi di dollari. Per avere un'idea delle proporzioni, il secondo donatore più grande è stato il Regno Unito con 2,3 miliardi di dollari. La Nato, come alleato, ha chiaramente dato un supporto militare e politico a Kiev, ma è indubbio che il peso di Washington sia dominante e misura dello stato di solidità del sostegno all'Ucraina.

Biden ha ribadito che gli Stati Uniti continueranno a dare una mano al presidente Zelensky, e l'aver denunciato pubblicamente la Russia per "crimini contro l'umanità", prima con la vicepresidente Kamala Harris e poi con il capo della diplomazia americana Antony Blinken, anche se non è stato un atto che porterà a conseguenze pratiche, la denuncia serve per due motivi: lanciare un avvertimento alla Cina a non sostenere militarmente Mosca, perchè lo farebbe con una nazione responsabile del crimine più grave, quello contro l'umanità, e fare pressione sull'Europa a non lasciare spazio a incertezze, dalla Germania all'Italia, in un momento considerato chiave per la crisi.

Il Pentagono, non a caso, ha avvertito che la Russia nei prossimi mesi approfitterà delle condizioni climatiche per rinforzare le linee al fronte e rifornirsi di armi, per uscire dal vicolo cieco in cui si è infilato.

Questo è il momento in cui Mosca sta cominciando davvero a sentire le conseguenze delle sanzioni occidentali. I dati forniti dal Cremlino, che parla di disoccupazione sotto il quattro per cento, vanno presi con le molle, considerando le perplessità degli osservatori internazionali verso la trasparenza dell'informazione russa. Gran parte dei giornalisti stranieri e indipendenti hanno lasciato Mosca. Intanto l'import di gas naturale dei ventisette Paesi Ue è crollato, con la chiusura del gasdotto Yamal e di Nord Stream 1. Restano operativi i gasdotti Truckstream e Brotherhood, ma con una portata inferiore di cubaggio.

Se le sanzioni guidate dagli Usa dovevano portare a un golpe interno e alla caduta di Putin, il tentativo è fallito, ma dal punto di vista dei conti stanno avendo il loro peso. E lo confermano gli appelli lanciati dai leader pro-Putin a mettere fine alle sanzioni, considerate invece molto afflittive. Di pari passo, però, sta cambiando lo scenario americano: nell'opinione pubblica emerge una certa stanchezza, quasi una assuefazione alla ferocia della guerra. I resoconti dal fronte sono sempre più rari sui grandi network, oscurati da altri casi nazionali. Lo shock è meno efficace.

Un recente sondaggio, condotto dal National Opinion Research Center con Ap, ha rilevato come il sostegno degli americani agli aiuti militari stia calando: a maggio dell'anno scorso era pari al 60 per cento, ora è del 48. Tecnicamente, la minoranza del Paese. Ed è proprio per contrastare questa "stanchezza" che Biden è volato in Polonia e ha voluto dare un mano a Zelensky.

Ma il rischio di un raffreddamento repubblicano resiste. A Washington temono che McCarthy, per salvare la propria fragile posizione, possa stringere patti con la componente dell'ultra destra. Di sicuro, rispetto ai mesi scorsi quando era leader di minoranza, non firmerà più "assegni in bianco" per garantire sostegno militare e finanziario a Zelensky.

 In questo contesto di evoluzione, si inserisce un cambiamento di toni, per il momento non netto ma evidente, degli Stati Uniti rispetto all'ipotesi di fornire a Kiev gli ormai celebri e discussi F-16. L'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Linda Thomas-Greenfield ha detto domenica alla Cnn che, riguardo agli F-16, "Washington sta lavorando a stretto contatto e in modo diretto" con Kiev, per individuare "quali sono le loro necessità e quando ne avranno bisogno". Parole inusuali, che hanno sorpreso. A gennaio Biden era sembrato escludere un'apertura sugli F-16.

Alla domanda se avrebbe accolto la richiesta di Zelensky, il presidente americano aveva risposto in modo secco: "No". Questo cambiamento di toni non presuppone che l'apertura ci sia già, anche perchè la Casa Bianca continua a temere un'escalation del conflitto. Di questo hanno parlato, sotto traccia, le diplomazie americane e cinesi. Pechino non sarebbe favorevole all'ipotesi F-16, ma intanto a livello interno si sono alzate voci a favore della "soluzione finale".

Il senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha partecipato alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha detto di ritenere "imminente una decisione" che preveda un addestramento militare per i piloti ucraini con gli F-16. "Loro - ha detto a Abc - hanno bisogno di un sistema militare, noi abbiamo bisogno di cominciare ad addestrare i piloti ucraini".

Appena sabato il generale Christopher Cavoli, alla guida del Comando supremo alleato, ha detto ai legislatori di Washington che l'impiego di F-16, assieme a droni e missili a lungo raggio, potrebbero aiutare Kiev a raggiungere quel vantaggio decisivo sulla Russia e ad aprire le porte a un negoziato di pace. In una crisi che ha visto molte volte superare la "linea rossa", gli Stati Uniti si trovano di fronte all'ennesima linea da attraversare. A un anno dall'inizio del conflitto, la fine non appare vicina, ma una svolta sembra adesso meno lontana, in un senso o nell'altro.