Lo sforzo per salvare i congolesi dalle continue violenze dei ribelli

Lo sforzo per salvare i congolesi dalle continue violenze dei ribelli

Kenya, Burundi, Uganda, Rdc e Rwanda hanno deciso di schierare, con effetto immediato, una forza regionale

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© CARL DE SOUZA / AFP 
- Congo

AGI - La Repubblica democratica del Congo, in particolare il Nord-est, nelle regioni del Kivu e dell’Ituri non trova pace. Nonostante lo stato di assedio imposto dal governo di Kinshasa, per far fronte alle scorribande dei gruppi ribelli che infestano tutta la regione, la sicurezza per la popolazione è solo una chimera. Nulla riesce a fare l’esercito congolese che, spesso, in alcuni suoi elementi è complice delle violenze a cui sono sottoposti gli abitanti dei villaggi.

Ecco perché quattro paesi – oltre alla Repubblica democratica del Congo (Rdc) - hanno deciso di schierare, con effetto immediato, una forza regionale per combattere i ribelli. La decisione è stata presa a Nairobi, in un vertice tra i presidenti di Kenya, Burundi, Uganda, Rdc e Rwanda. Tutti paesi che hanno un qualche interesse nella regione, ricca di materie prime, che fanno gola un po’ a tutti. I cinque paesi, inoltre, hanno rivolto un “invito” ai gruppi ribelli di “partecipare senza condizioni al processo politico. In mancanza di ciò, tutti i gruppi armati congolesi saranno considerati come forze negative e trattati militarmente”.

La decisione di schierare questa forza regionale dimostra che la realtà è incandescente, sembra non trovare una via di soluzione, anche perché queste milizie armate – sono oltre 100 nell’Est del paese - operano per “procura”, cioè diventato guardiani e braccio armato per quelle realtà, compresi i paesi confinanti, che parteciperanno alla forza regionale, che hanno interessi strategici, cioè a difesa delle materie prime e operano, talvolta, come veri e propri contractor per le imprese impegnate nell’estrazione delle risorse di cui è ricco il sottosuolo.

La forza regionale, inoltre, si aggiunge a una presenza massiccia di caschi blu, la Monusco che conta circa 15 mila soldati. La presenza dell’Onu, nel paese da vent’anni, non è riuscita nell’intento di pacificare l’Rdc, e in particolare le regioni dell’Est. Questo ha creato un notevole risentimento nella popolazione. I caschi blu sono venuti “per portare la pace”, dice un cittadino di Goma dove ha sede un contingente dell’Onu, “purtroppo è da diversi anni che sono presenti, ma le stragi continuano nel nostro paese”. Le violenze, infatti, non si sono mai fermate e, spesso, avvengono anche davanti alle basi della Monusco, senza che i caschi blu possano intervenire e sono in molti a Goma che, ormai rasseganti, si dicono: “Possono anche partire, senza problemi”.

E proprio da quelle aree arrivano testimonianze agghiaccianti e terrificanti. Violenze e stupri si moltiplicano e sono diventati un’arma per terrorizzare la popolazione. 

La testimonianza di Alice

“Mi hanno violentata sul ciglio della strada, e anche mia figlia di 12 anni”, racconta con frasi brevi Alice, 28 anni, in una sala d’ascolto dell’Ospedale di Masisi. “Stavamo tornando dal funerale di mia suocera. Avevano iniziato legando mio marito”, continua la donna, a scatti, con la voce rotta dal dolore. L’attacco è avvenuto a metà febbraio, su una strada nei pressi della cittadina di Masisi, a meno di 100 chilometri da Goma, capitale del Nord Kivu.

Questa provincia e quella vicina dell’Ituri sono sotto assedio da parte delle forze governative di Kinshasa dal maggio del 2021. Questa misura, che conferisce ai militari pieni poteri, è stata adottata nel tentativo di sradicare i gruppi armati che hanno brutalizzato le popolazioni dell’est del paese per più di 25 anni. Ma l’orrore non si è fermato.

Un primo uomo violenta Alice. Poi il capo della truppa “mi ha infilato un coltello nella vagina. Ci sono stati degli spari. Sono scappata, abbandonando mio marito e le mie due figlie, compresa quella che vedete lì”, racconta al cronista della France Presse - che ha raccolto le testimonianze e ha dato nomi di fantasia alle vittime - allattando al seno un bambino di 7 mesi. A distanza di più di un mese, non ha ancora notizie del marito fuggito, né della figlia che i soldati affermano di aver salvato e affidata a un’associazione. I suoi carnefici? “Uomini armati”, alcuni indossavano uniformi dell’esercito congolese, altri no. Quindi non ben identificabili.

Le donne continuano a essere ricoverate nel reparto delle vittime sessuali dell’ospedale di Masisi, supportate da Medici Senza Frontiere. Tutte le donne intervistate sono state violentate almeno due volte nella loro vita. Tutte hanno perso i loro mariti, o perché sono fuggiti dopo i ripetuti stupri delle loro mogli, e talvolta delle loro figlie, o perché sono stati uccisi da “uomini armati”.

Chloé, 26 anni, indossa un vestito blu e giallo e dice, con lo sguardo rivolto verso il basso: “Ero già qui a luglio dell’anno scorso. Due uomini armati mi hanno violentata mentre ero nei campi”. Il 24 febbraio, mentre stava raccogliendo fagioli dietro il crinale che domina il centro di Masisi, un “bandito armato” l’ha violentata di nuovo mentre un “complice” controllava i dintorni. Suo fratello, al quale ha raccontato l’aggressione, la indirizza in ospedale. Quando è tornata a casa, nel campo di Bihito, alla periferia orientale di Masisi, suo marito non c’era più, scomparso. “Non avrebbe potuto sopportare che fossi stata violentata una seconda volta”, cerca di spiegare Chloé. Ora è sola, sfollata, vive nel fango in un campo di fortuna, sotto gli acquazzoni quotidiani, con quattro bocche da sfamare.

Impossibile denunciare

Il dramma nel dramma. Nessuna delle donne intervistate sta prendendo in considerazione la possibilità di sporgere denuncia. Come Marie, 37 anni, abbandonata nuda in un campo il 26 febbraio dopo essere stata violentata con una sua amica. “Non conosco la faccia del mio aggressore. Che senso ha sporgere denuncia, nessuno ci renderà giustizia”. Storie come quella di Alice, Chloé, Marie, ce ne sono a decine al Masisi General Hospital. Centinaia ogni anno, in una sorta di competizione e sadismo. Medici senza Frontiere, inoltre, osserva che molte donne ospitate nei siti per sfollati interni vengono violentate quando, per mancanza di cibo perché la distribuzione è carente, devono tornare nei loro campi per sfamare le loro famiglie.

Jean-Marc Biquet, project manager di Msf a Masisi, è preoccupato per questa “violenza silenziosa che perpetua un clima permanente di insicurezza e lascia le vittime e la comunità profondamente traumatizzate”. Dall’inizio dell’anno, l’Unità per l’assistenza alle vittime di violenza sessuale ha accolto, ascoltato e curato 211 “sopravvissuti” a Masisi e nelle sue periferie.

Violenze che si ripetono ogni anno, senza interruzione. Ma è difficile avere dati certi, numeri corrispondenti alla reale portata del fenomeno. Uno dei motivi è che la Monusco, secondo un rapporto di una Ong, ha offerto nel 2020 e nel 2021 sostegno alle vittime e la ha esortate a denunciare gli autori dietro compenso. “Ciò ha portato, da un lato a un aumento di presunti falsi casi di violenza sessuale e, dall’altro, rappresaglie nei confronti di alcuni sopravvissuti, come torture e furti”, specifica il rapporto.

Stupri e violenze, uccisioni senza un motivo e una ragione. Dall’inizio del 2022 sono centinaia i civili che hanno perso la vita per mano dei miliziani e migliaia sono sfollati dopo aver visto le loro case bruciare. Secondo le Nazioni Unite la Repubblica democratica del Congo ha 5,5 milioni di sfollati interni, circa 1,2 milioni di rimpatriati e oltre mezzo milione di rifugiati e richiedenti asilo provenienti dai paesi vicini. Un orrore che sembra non avere fine.