Nord Stream, a Berlino si ragiona su un piano B per il gasdotto

Nord Stream, a Berlino si ragiona su un piano B per il gasdotto

La Germania è alla disperata ricerca di un 'uovo di colombo' per uscire da un vicolo cieco

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 Gasdotto Nord Stream - sito

AGI – Una moratoria, una exit strategy, un piano alternativo, una trattativa internazionale: la Germania è alla disperata ricerca di un ‘uovo di colombo’ che le permetta di uscire dal vicolo cieco chiamato Nord Stream 2.

Sullo sfondo del braccio di ferro sul mega-gasdotto russo-tedesco la questione sempre più difficile dei rapporti con Mosca, a maggior ragione con il riacuirsi della crisi ucraina, le tensioni intorno al destino di Aleksei Navalny e la non meglio specificata “linea rossa” posta minacciosamente da Vladimir Putin nelle relazioni con l’Occidente.  

Tensioni che iniziano a fare sempre più breccia a Berlino, nonostante che Angela Merkel abbia finora sempre tenuto duro nel volere difendere la pipeline lunga 1200 chilometri volta a raddoppiare il flusso di gas naturale dalla Russia alla Germania - in generale dovrebbe portare nell’Unione europea ulteriori 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno - considerandola niente più che un “progetto economico”.  

Ma a questo punto nessuno nei palazzi di potere berlinesi esclude che sia necessario trovare un “piano B”, non solo tra i Verdi – da sempre contrari al gasdotto – ma anche tra le fila della Grosse Koalition ancora al governo, ossia Cdu/Csu ed Spd

Dove per la prima volta si ragiona apertamente su quali possano essere le opzioni per salvare il salvabile (la costruzione della pipeline è quasi ultimata) e al tempo stesso modificare la natura di Nord Stream, anche alla luce della strenua opposizione di Washington, che – come ribadito in varie occasioni dallo stesso Joe Biden e dal segretario di Stato Tony Blinken - vuole impedire la sua realizzazione “a qualsiasi costo”. 

Pressioni sempre più dure (tanto che qualcuno teme che possano appesantire non poco le relazioni con gli Usa, per l’appunto dopo che si era tanto sperato in uno spettacolare rilancio dopo la difficilissima stagione trumpiana), alle quali si aggiungono anche quelle di diversi Paesi dell’Est europeo nonché delle repubbliche baltiche. Idem la Francia, che in varie occasioni si è espressa esplicitamente contro il progetto.   

Ecco che d’improvviso a Berlino si cominciano a sentire toni nuovi. “La domanda è se il gasdotto venga effettivamente utilizzato, se ci passerà effettivamente del gas, e quanto”, ha detto qualche giorno fa la ministra alla Difesa tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer ad un dibattito a Parigi.

“Ne stanno già ragionando i giuristi”, ha aggiunto Akk, che pure non vede “molto spazio di manovra” per un vero e proprio blocco dei cantieri. Sono segnali che si moltiplicano. “Il fatto è che per la nostra politica estera il prezzo da pagare rischia di diventare troppo alto”, commenta a microfoni spenti un deputato della Cdu, il partito di Frau Merkel.  

Così nel partito che fu di Adenauer e di Kohl si fanno più rumorose le voci di chiedere di mettere “nel freezer” il gasdotto. Mentre in casa Spd si inizia a ragionare sul fatto che la realizzazione del progetto potrebbe essere connesso a precise richieste di natura politica da rivolgere a Mosca.

Alla Welt il parlamentare cristiano-democratico nonché esperto di politica estera Roderich Kiesewetter lo ha detto chiaramente: “Abbiamo bisogno di una soluzione che salvi la faccia a tutte le parti in causa. Potrebbe esserlo una moratoria”.  

La stessa Kramp-Karrenbauer e altri esponenti della Cdu si erano già d’accordo sulla possibilità di valutare la possibilità di questa ‘moratoria’. Evidentemente, il punto è capire a quali condizioni legare questa sorta di sospensione del progetto.

Qualche idea in proposito arriva proprio dai socialdemocratici: “E’ possibile collegare l’attività del gasdotto a determinate condizioni: è di questo che dovremmo parlare”, ha affermato per esempio il portavoce dell’Spd per gli affari esteri al BundestagNils Schmid, che invece è contrario ad un blocco ‘tout cort’, troppo difficile adesso che è quasi terminato. 

Nondimeno, è un’esternazione significativa, se si considera che la Spd ha sempre difeso a spada tratta il progetto, a cominciare dal leader del partito Norbert Walter-Borjans e dal ministro alle Finanze (nonché candidato cancelliere) Olaf Scholz, senza considerare governatori direttamente interessati per motivi geografici, come Manuela Schwesig in Meclemburgo, terra d’approdo della pipeline. In realtà l’idea della moratoria si potrebbe facilmente coniugare con le condizionalità di principio.

A detta della Cdu, sarebbe l’opzione ‘freezer’ già di per sé sarebbe “un segnale” rivolto al governo russo per cui situazioni come l’arresto di Navalny oppure una nuova escalation nell’Ucraina orientale non verrebbero più accettate passivamente.

Per la Spd, in più, si tratterebbe di rendere esplicito il meccanismo: se determinate condizioni non saranno rispettate Nord Stream 2 si “spegne” in automatico. Vedi al capitolo diritto internazionale e diritti civili, in particolare. Il problema è che un semplice blocco dei lavori avrebbe un costo esorbitante: oltre 10 miliardi per violazione di contratti in essere e altri in risarcimento danni, dato che quasi il 95% della tubatura sottomarina è terminato. Denaro che peserebbe sulle tasche dei contribuenti tedeschi, il che non è il massimo nell’attuale super-anno elettorale (le urne federali si apriranno il 26 settembre, in mezzo ci sono anche tre elezioni regionali).

“Un’alternativa potrebbe essere che il gasdotto venga portato a termine, ma che non si importi il gas russo finché non siiano chiarite le grandi questioni di politica estera ancora aperte”, spiega ancora il cristiano-democratico Kiesewetter alla Welt.

Secondo questo schema, anche il tema dei risarcimenti potrebbe risultare contenuto se le motivazioni di un eventuale fermo sono determinate da questioni di diritto internazionale (vedi alla voce sanzioni).

Tra i socialdemocratici invece l’altra possibilità della quale si ragiona è esplorare con gli stessi americani “se la politica energetica possa essere utilizzato come strumento di sanzione nei confronti della Russia”, afferma ancora Schmid. “E quali obiettivi si possono perseguire? La liberazione di Navalny? Il ritiro dal Donbass?”.

Il punto politico è che per la Germania diventa sempre più complicato gestire la pressione sul caso Nord Stream 2. Se sul fronte interno l’opposizione dei Verdi inizia ad avere un’eco sempre più forte (la candidata alla cancelleria Annalena Baerbock ha ribadito che fosse stato per lei il gasdotto sarebbe una storia già finita, il martellamento da parte statunitense non conosce cedimenti: per dire, due parlamentari Usa, il repubblicano Michael McCaul e la democratica Marcy Kaptur, hanno scritto al segretario di Stato Blinken una lettera nella quale affermano che la pipeline “permetterebbe a Putin di utilizzare le risorse energetiche russe come un’arma volta ad esercitare pressione politica su tutta l’Europa”.

Pertanto, “è necessario assicurarsi che Nord Stream 2 non venga mai terminata”. A Berlino si prende febbrilmente nota.