Kim vivo o morto, il regime terrà comunque

Kim vivo o morto, il regime terrà comunque

Intervista esclusiva a due esperti, John Delury e Peter J. Hayes, Per il momento il mistero sulla salute del leader nord-coreano rimane tale

Nord Corea Kim regime

© Shealah Craighead/Official Whi/Anadolu Agency - Stretta di mano tra il presidente americano Donald Trump e il leader della Corea del Nord Kim Jong Un

Nessuno tsunami a Pyongyang e neanche un inatteso cambiamento nei suoi palazzi di potere, con tutti i rischi globali connessi, a cominciare da quello nucleare. John Delury e Peter J. Hayes, due dei massimi esperti mondiali in questioni nordcoreane - intervistati in esclusiva dall'AGI - hanno pochi dubbi sulla tenuta del regime, nonostante la tempesta di voci incontrollate ed il buco nero di informazioni sulla diffusione del coronavirus nel Paese più inaccessibile al mondo.

E questo proprio mentre il mistero sulle reali condizioni del leader Kim Jong-un - gravemente ammalato, addirittura morto oppure "vivo e vegeto", a seconda delle fonti - continua ad aleggiare imperterrito.

"È improbabile che questo mistero possa essere risolto e che le speculazioni finiscano finché lo stesso Kim e i media di Stato nordcoreani non decidano di rivelare che è vivo e che sta bene, oppure che è vivo ma in via di guarigione, oppure addirittura deceduto", afferma Delury, professore di Studi cinesi alla Yonsei University di Seul.

"Tuttavia, dal mio punto di vista, le probabilità che sia morto sono incredibilmente remote. Ma non dispongo di informazioni speciali o conclusive in merito, per cui penso che dovremo attendere ancora".

È d'accordo Peter Hayes, direttore del think-tank Nautilus con sede a Berkeley e professore al Center for International Security Studies di Sidney: "Ci sono poche possibilità che il regime possa collassare", spiega l'analista.

"Sappiamo che Kim è un soggetto a rischio: è un accanito fumatore, è notevolmente sovrappeso e probabilmente la maggior parte del tempo è stressato, ma non vi sono indicazioni affidabili secondo le quali non sia vivo e in salute com'era prima dell'attuale tempesta mediatica".

Tuttavia, a detta del professore australiano, "nel caso che Kim Jong-un non sia più in grado di esercitare la leadership, probabilmente assumerebbe il potere un altro membro della sua famiglia oppure un tecnocrate modernizzatore ma schierato con i militari. Dunque ripeto: ci sono poche possibilità di un collasso del regime".

La domanda che si pone Hayes casomai è un'altra: "Perché questo 'rumor' sul suo stato di salute è stato così amplificato dai mass media statunitensi? In parte forse si deve all'ipersensibilità al rischio di Trump dal punto di vista delle sue prospettive di rielezione, e forse è anche una forma di tentativo di spiazzamento per tornare a 'normalì relazioni internazionali pre-pandemia".

Il professore australiano ha però anche un'altra ipotesi: "Secondo me si tratta di un ulteriore sintomo 'morbido' dell'interregno da egemonia post-nucleare nel quale ci troviamo attualmente".

In altre parole: sullo sfondo del 'mistero Kim' si staglia l'ombra dell'atomica nordcoreana. "È probabile che Pyongyang stia realizzando miglioramenti marginali alle testate nucleare, al design e alla costruzione dei suoi missili", spiega Hayes, "ma senza effettuare test c'è poco che possa essere fatto per rafforzare il proprio arsenale, a parte realizzare un maggior numero di testate a seconda delle riserve disponibili di materiale fissile".

E si tratta di una strategia, aggiunge l'analista, "che probabilmente non cambierà anche se vi fosse un nuovo leader, perché è radicata nelle circostanze geopolitiche e nell'isolamento determinato dalle sanzioni, non nell'ideologia".

Delury, dal canto suo, aprire uno squarcio su un'ulteriore prospettiva di questo 'misterò: il coronavirus. "Vi sono vari precedenti per Kim nello stare per certi periodi alla larga da eventi pubblici", afferma il docente americano, "motivo per il quale la presunzione di morte appare sproporzionata, anche se è apparsa 'fuori posto' l'assenza del leader alle celebrazioni per l'anniversario della nascita di suo nonno Kim Jong-il, lo scorso 15 aprile. Tuttavia, vale la pena tenere a mente che sta infuriando una pandemia che ha colpito pure la Corea del Nord: mentre il governo afferma che nel Paese non vi sia un solo singolo caso di contagio, non vuol dire che Pyongyang ignori il Covid-19 oppure lo tratti con leggerezza. Al contrario: i suoi confini sono stati chiusi completamente già a febbraio. Lo stesso Kim ha parlato in pubblico varie volte della necessità di vigilare per contrastare l'epidemia. Forse la spiegazione più semplice della sua assenza è che sta cercando di evitare gli eventi pubblici per lo stesso motivo per cui lo fanno tanti altri: stare alla larga dal coronavirus".

Appunto, il capitolo pandemia: è difficile avere informazioni affidabili sulla diffusione del virus nella Corea del Nord. "è vero" - ora è Hayes a parlare - "però è quasi certo che ci sono vi sono casi di contagi e focolai locali, poi isolati grazie ad un lockdown totale, e chi è rimasto infetto o si sta riprendendo o sta morendo sul posto", dice il professore.

Che apre uno squarcio terribile: "Nessuno va in ospedale, perché non vi è niente nelle loro strutture mediche che aiuti a sopravvivere al virus".

Il punto è che il destino di Kim è un indicatore potente in quanto a instabilità sullo scenario geopolitico globale.

Hayes, da questo punto di vista, non esclude un ulteriore scenario, potenzialmente devastante: quello di un conflitto su larga scala.

"Il dialogo ed un impegno pieno su più canali è il modo giusto per creare una relazioni funzionale con la Corea del Nord e per ridurre il rischio di una guerra nucleare in Corea e oltre", sostiene il professore. Che tuttavia non manca di puntare il dito su Washington: in teoria, "la strategia di Trump avrebbe potuto portare ad una svolta, ma la sua incapacità di essere coerente, le sue mosse erratiche e incompetenti, il suo approccio contraddittorio nel vertice di Hanoi hanno probabilmente convinto la leadership nordcoreana che è che impossibile contare su un accordo con gli Usa, persino sotto Donald Trump".

La conseguenza è che Pyongyang "dovrà contare ancora più pesantemente sulla Cina per i rifornimenti vitali ed il sostegno geopolitico: che è il contrario di quello che il Paese vuole, dato che non ha nessuna fiducia nei confronti di Pechino".

È proprio la Repubblica popolare cinese il convitato di pietra in questa storia di misteri intorno a Kim Jong-un: sostiene Hayes che "se gli Stati Uniti rimangono concentrati su se stessi per il coronavirus e per il trambusto delle elezioni presidenziali, sarà la Cina a sfruttare l'occasione" data dalla finestra di opportunità "di una cooperazione tra Pyongyang e la Corea del Sud derivante dalla possibile crisi da coronavirus nella Nord".

E questo considerando che Kim non è né un pazzo né un ingenuo sulla scena internazionale: "Ha mostrato un approccio cauto combinato con la capacità di assumersi grandi rischi nei momenti critici, nonché un'evidente volontà di avviare un dialogo con gli altri leader. Sta cavalcando una tigre in circostanze molto difficili e pericolose, ma sa esattamente cosa sta facendo".