Mutilazioni genitali, in Kenya rito alternativo, storia di Seikan

Mutilazioni genitali, in Kenya rito alternativo, storia di Seikan
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Lensikin (Kenya) - (di Angelo Ferrari) Seikan sta per diventare donna, ma a lei non capitera' cio' che e' successo ad altre giovani donne: non verra' mutilata nella sua intimita', diventando per cio' stesso "sposabile". Si e' preparata. Il villaggio di Lensikin, nel distretto di Kajiado a nord del Parco dell'Amboseli (Kenya), e' animato da quattro giorni da piu' di 200 ragazze maasai che si apprestano al grande passaggio. A diventare donne salvando la tradizione e la loro intimita'. Sono sempre di piu' le ragazze che nel Maasailand non sono piu' costrette alla barbarie della mutilazione genitale. In tre anni, grazie al lavoro di Amref, piu' di 10mila ragazze sono state "salvate", e gli anziani hanno approvato questo rito alternativo. Cio' e' stato possibile grazie a Nice Nailantei Lengte, oggi 24enne, cresciuta in un villaggio rurale su un pendio del monte Kilimanjaro, che a otto anni si e' ribellata alle tradizioni ancestrali della tribu'. Seikan ha passato due giorni nelle aule della scuola del villaggio, insieme alle sue coetanee, a studiare, imparare, capire il suo corpo, la sua sessualita', l'igiene, i comportamenti da tenere con l'altro, il maschio, che fatica ancora a vivere la donna come una sua pari. La tradizione ancestrale e' dura a morire, ma gli anziani hanno deciso che e' cosi': basta barbarie. Un lavoro educativo fatto dalle insegnanti, dalle mamme, sotto l'occhio vigile degli anziani. Cartelloni rudimentali scritti a mano che frusciano al vento nelle aule con finestre senza infissi, raccontano gli effetti delle mutilazioni, delle malattie sessualmente trasmissibili, dell'Hiv - una piaga da queste parti - di diritti delle donne, dell'infanzia. L'eta' delle ragazze che partecipano al "rito di passaggio alternativo" vanno dagli 8 ai 15 anni.

Seikan, insieme alle altre, e' stata attenta e si e' preparata per la festa della sera e per la cerimonia del giorno dopo. Il giorno che sancisce una nuova nascita. Le ragazze hanno preparato con passione e gioia le danze tradizionali da presentare agli anziani. Danze che raccontano il cammino fatto, la consapevolezza dell'essere diventate donne. E lo dicono a testa alta agli uomini. Non hanno piu' paura. La sera in un rudimentale edificio di cemento, sotto un tetto di lamiera, raccontano il loro essere donna. La stanza e' illuminata da una sola lampadina grazie a un piccolo generatore a gasolio che alimenta anche il computer, dove scorrono le immagini di altre cerimonie, di altri riti, di altri successi. Da una parte gli anziani che guardano, ascoltano, non dicono una parola, compresi nel loro ruolo. Dall'altra le insegnanti che chiederanno, dopo le danze, alle ragazze cosa hanno appreso. Alcune, scelte a caso, vengono interrogate. Il momento e' carico di tensione, poi si stempera in un sorriso delle ragazze e delle insegnanti, soddisfatte del lavoro fatto e dell'apprendimento delle giovani donne. Noi assistiamo a tutto cio' con l'approvazione degli anziani. Ma questi, d'improvviso si alzano. Escono dalla stanza. Poi, dopo un conciliabolo, fanno ritorno: hanno dato la loro approvazione alla visione di alcuni filmati che mostrano, in tutta la loro crudezza la barbarie delle mutilazioni. Tutti guardano, pure noi, anche se con grande fatica. Si legge l'orrore negli occhi delle ragazze. Ma a loro non capitera'. Ecco perche' la sera si chiude con la cerimonia delle candele. Tutte le 200 ragazze ne accendono una, cantano alla luce dell'educazione e, poi, all'unisono le spengono. Il fuoco del male viene fatto tacere. Ma la festa e' per il giorno dopo. Tutte, negli abiti tradizionali ricchi di colori, si recano alla maniatta, il tipico insediamento maasai, cantando e danzando. Entrano tra due ali di anziani che le benedicono con latte di mucca. Gli anziani sorridono, le donne si commuovono, le ragazze gioiscono a una nuova vita. Anche queste ragazze sono state salvate dalla barbarie, il cammino verso una dignita' piena e' cominciato, il sogno di autodeterminarsi si sta avverando. Ma soprattutto la tradizione ancestrale non e' immutabile. (AGI)

(5 febbraio 2016)