Burning Man si è spento. Addio a Larry Harvey, filosofo ironico dell'autosufficienza

Aveva 70 anni e con Jerry Goodell fondò il Burning Man Festival, raduno di artisti e creativi che ogni anno ad agosto costruiscono una città nel deserto del Nevada dove viene bruciata una scultura in legno a forma di uomo

Burning Man si è spento. Addio a Larry Harvey, filosofo ironico dell'autosufficienza
 PHOTO: Juan P. Zapata, by Burning Man Journal
 Larry Harvey

Sabato a San Francisco è morto Larry Harvey, co-fondatore con Jerry Goodell del Burning Man Festival, in California. Aveva 70 anni e ad inizio aprile aveva avuto un infarto. Il Burning Man Festival è un evento che si svolge tutti gli anni ad agosto nel deserto del Nevada e a cui partecipano decine di migliaia di persone. Tutte le volte viene costruita una piccola città e viene bruciata una scultura di legno a forma di uomo. Il festival nacque come evento della controcultura, scrive Il Post, ma negli anni è cambiato e si è evoluto fino a diventare qualcosa di difficile da inquadrare. Ufficialmente è dedicato «alla comunità, all’arte, all’espressione personale e all’autosufficienza», ma da raduno contro-culturale tra nerd e appassionati di tecnologia che volevano esplorare liberamente droghe e pratiche sessuali e artistiche è diventato un evento sempre più alla moda, frequentato da gente in costumi bizzarri e molti ricchi e famosi, che a volte arrivano con jet privati e si servono di camper di lusso. 

Esattamente un anno fa Alessandro Ranellucci scrisse un blog su Agi.it dal titolo: 'Perché Burning Man è anche la casa dei maker'. Lo riproponiamo qui sotto, per ricordare Harvey e la sua geniale intuizione.

Su Harvey in queste ore hanno scritto in tanti. Qui gli articoli di La StampaIl GiornaleRepubblica.
 

 

Perché Burning Man è anche la casa dei maker

​di Alessandro Ranellucci (4 maggio 2017)

Bentornato a casa. Dopo due giorni di autostrade, quelle larghe, americane, e poi molte ore di guida nel deserto, al buio, compare all'orizzonte un punto nero che si ingrandisce mentre il sole sorge. Si scorgono segni di vita. Quelle braccia che si agitano sono i volontari del Greeters Team che ti vengono incontro e ti invitano a scendere per abbracciarti: "bentornato a casa" ti dicono, anche se è la tua prima volta, e soprattutto se è la tua prima volta.

Casa, ovvero Black Rock City: una città che nasce nel deserto del Nevada ogni anno ad agosto, dura una settimana e poi svanisce nel nulla senza lasciare traccia. È la città del Burning Man, un evento leggendario con 30 anni di storia che oggi tutti conoscono perché puntualmente alla fine di agosto circolano gli spettacolari servizi fotografici del deserto popolato da hippy seminudi in mezzo a grandi sculture che sputano fiamme: una via di mezzo tra un circo, un set fotografico steampunk, un festival techno, un rave, uno smisurato luogo per lo sballo, insomma apparentemente l'apoteosi dell'esagerazione e dell'ostentazione del "just because" tipicamente americana.

Gli articoli sono corredati dalle foto dei VIP, che fanno notizia, e riportano che il biglietto d'ingresso costa 390 dollari quindi viene da pensare ad uno show business esclusivo per ricchi che vogliono giocare a fare i selvaggi, eccetera eccetera. Questa rappresentazione è molto colorita, ma è sbagliata. Burning Man è una realtà complessa, sfaccettata e stratificata, che è quasi impossibile comprendere a fondo senza prendervi parte e che sfocia in una vera e propria "cultura burner".
 


​Burning Man è un festival artistico incentrato sulla scultura di grandi dimensioni, che si svolge in un luogo suggestivo ma fortemente inospitale e che come tale pone delle sfide: non c'è acqua, non c'è elettricità, non ci sono bagni, ma solo un enorme deserto pianeggiante (la playa) con un clima ostile. L'insediamento temporaneo prende il nome di Black Rock City e per le sue dimensioni (70mila abitanti) è una vera e propria città dotata di vita autonoma e costruita in modo volontario dagli stessi partecipanti.


C'è un ufficio postale, ci sono due biblioteche, e poi chiese, giornali, stazioni radio, e c'è persino un aeroporto. Tutto ideato e gestito da volontari, che pagano il biglietto e si creano un ruolo, che sia il bibliotecario o l'aiutocuoco o costruire le docce e così via. Ci sono strade, cartelli stradali e illuminazione pubblica, con tanto di squadre di volontari che vanno ad accendere i lampioni a gas. È una città di maker, anzi è la "maker city" per eccellenza: tutto si costruisce dal nulla con l'ingegno e la collaborazione. Non c'è commercio e i soldi sono vietati, così come qualsiasi brand, perché vige una "gift economy", che non va intesa come un'economia di baratto ma piuttosto come la consapevolezza di avere bisogno di poco o nulla per sopravvivere mentre tutto il resto è un regalo ricevuto dalla vita da condividere con gli altri. "Playa provides", dicono i burner: il luogo ti dà ciò di cui hai bisogno, anche se non sapevi di averne bisogno. "Hai bevuto?" ti chiede lo sconosciuto che incontri nel deserto, preoccupato della tua idratazione (da non sottovalutare per le temperature del luogo), oppure ti offre della créme brûlée da lui cucinata, o un massaggio. Tutti si preoccupano di tutti.
 


Le distanze sono smisurate ed è impossibile vedere tutto, così come è molto facile perdersi e passare magari due giorni lontani dalla propria tenda. La città è organizzata secondo una planimetria circolare-radiale che ospita i campi, ovvero insediamenti realizzati in autonomia dai partecipanti per ospitare anche decine di persone. In un campo si trovano i servizi, la cucina, magari un angolo bar, una zona relax e così via. I campi riflettono le aspirazioni, i bisogni, la cultura dei loro abitanti: possono essere più spartani o più lussuosi, possono radunare persone che condividono un interesse o una provenienza geografica o una religione o una minoranza etnica, politica o sessuale. Ci sono campi per musicisti, altri sono family-friendly, in altri si fa yoga dipingendosi o si balla nudi, altri sono per startupper e VC, e ci sono campi di soli ingegneri che parlano di intelligenza artificiale. C'è anche un campo che ospita un TEDx. Altri sono dedicati alla pittura, alle acrobazie, alle orge e così via.


Black Rock City non è quindi una tendopoli indistinta ma un insieme di campi tematici diversi tra loro. Secondo Steven T. Jones, autore di "The Tribes of Burning Man", si tratta di uno spazio comune che dà a tutti questi gruppi eterogenei una cultura condivisa; discutibile quindi considerare i burner come una controcultura a sé poiché non si contrappone a nulla e non ha ideologia. Larry Harvey, co-fondatore dell'evento attento soprattutto agli aspetti sociopolitici dell'esperimento più che a quelli ludici, parla piuttosto di una cultura parallela a quella americana, o addirittura di un pezzo di essa se guardiamo soprattutto alla West Coast e alla cultura hippy e beat e poi agli artisti di San Francisco, che negli anni '70 e '80 cercavano esperienze temporanee di realtà rifacendosi al situazionismo, ma anche la Silicon Valley e la cultura dell'innovazione. Del resto anche la Maker Faire è figlia di questa miscellanea culturale.

L'arte è un collante intorno a cui si sviluppa questo esperimento sociale, perché è un elemento di stimolazione e partecipazione. I ricavi dei biglietti servono a pagare le spese comuni ma soprattutto a finanziare gli artisti, con un budget annuale di 1,2 milioni di dollari che va a sostenere circa 60 progetti tra quelli proposti durante l'anno, purché siano opere interattive oppure collegate in qualche modo al tema proposto dai curatori ogni anno, oppure opere mobili note come Mutant Vehicles - ovvero gli unici veicoli ammessi, che devono essere delle grandi sculture semoventi e che in qualche modo assolvono anche al compito di trasporto pubblico.
 


Si tratta in ogni caso di opere di grandi dimensioni che tutti possano toccare e vivere in prima persona, e che spesso vengono bruciate alla fine dell'evento. Sono collocate in una grande spianata al centro della città, nel cui punto centrale viene costruito il grande uomo di legno che dà il nome alla manifestazione e che viene bruciato l'ultima sera in un grande rituale pagano privo di un significato ufficiale ma che unisce chi vi assiste. Le opere d'arte sono di altissima qualità scultorea e architettonica e sono quasi sempre realizzate con tecniche di fabbricazione digitale. La bellezza del deserto e la polvere sospesa nell'aria creano un contesto unico: le opere emergono dal nulla lungo il tuo cammino e ti rimandano a visioni oniriche. Ma oltre alle opere ufficiali, finanziate, chiunque è libero di portare qualcosa e di contribuire ispirando gli altri, a partire dalla propria bicicletta (mezzo di trasporto necessario), dal proprio abbigliamento e dal proprio corpo in generale concepito come mezzo espressivo. "No spectators" è il motto. L'atto creativo è collettivo.

Ogni anno viene affidata ad un artista la costruzione di un tempio, grande, a più piani. Si tratta di opere sofisticate e di grande bellezza. Il tempio non ha religione ed è dedicato alle persone scomparse: i burner lo riempiono di foto, di cartellini, di scritte, di lacrime. Vi si percepisce una grande tensione emotiva. Alla fine della settimana l'edificio viene bruciato di notte e tutti assistono in silenzio al gigante rogo liberatorio, uscendone molto provati ma profondamente uniti.


​Burning Man è gestito da un'organizzazione non-profit di San Francisco che conta oltre 80 dipendenti. Sono tanti, ma in realtà sono pochi per un evento di queste dimensioni. Il loro lavoro è quello di creare le condizioni perché tutto funzioni spontaneamente attraverso l'iniziativa dei volontari (su come governare un evento di tale complessità preservando il caos creativo si veda l'interessante libro di Katherine K. Chen "Enabling Creative Chaos"); è quindi più un lavoro di supporto dal basso che di organizzazione dall'alto; la cultura di Burning Man non è verticistica e persino i fondatori non sono visti come leader. Lo staff conta professionisti di altissimo livello, a cui viene riconosciuta una gestione impeccabile e la capacità di permettere l'anarchia curandola nel dettaglio. Si stima che la spesa totale di tutti i partecipanti, inclusi trasporti e attrezzature, sia intorno ai 56 milioni di dollari ogni anno.

Da una costola di Burning Man nel 2005 è nata persino una ONG umanitaria chiamata Burners Without Borders. Era l'anno dell'uragano Katrina e il governo USA aveva fornito una risposta insufficiente all'emergenza. C'era bisogno di costruire abitazioni e villaggi in poco tempo, con servizi e infrastrutture; un settore in cui i burner hanno di tutta evidenza grandi capacità. Da allora, grazie a più di 150 volontari, questa attività di supporto alle popolazioni si è svolta in occasione del terremoto di magnitudo 8,0 del Peru (2007), in Giappone dopo il disastro di Fukushima (2011), e poi in Guatemala, ad Haiti, in Nepal e persino nella famosa "giungla" dei migranti di Calais. Da Burners Without Borders nascono ulteriori iniziative a cascata, come Communitere e Field Ready, organizzazioni che si occupano di costruire makerspace nei luoghi colpiti da disastri naturali per aiutare le popolazioni ad essere autosufficienti.
 


Chi sono i burner? I partecipanti a Burning Man non sono degli hippy disadattati ma sono persone inserite nella società, anche con carriere importanti, che tuttavia solo lì trovano la possibilità di esprimersi a pieno in quello che quotidianamente non possono fare, che si tratti di vestire in modo strano o fare cose considerate insensate nel mondo esterno (il "Default World" come lo chiamano loro) o di farsi pervadere dal piacere di essere utili agli altri cucinando sushi o scavando buche per i servizi comuni o celebrando matrimoni (centinaia ogni anno). Per chi vive una quotidianità urbana alienante, ad esempio lavorando nella finanza o in azienda, questo senso di utilità misto alla mancanza di costrizioni sociali è un momento di massima libertà. Per questo ogni cittadino di Black Rock City è "bentornato a casa".

Burning Man è un pezzo di Silicon Valley, dicevamo. Larry Page e Sergey Brin di Google partecipano ogni anno, da dieci anni. Anche Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Facebook), Elon Musk (Tesla), Drew Houston (Dropbox) e Alexis Ohanian (Reddit) sono presenti, per citarne alcuni.

Ho chiesto a Cosimo Lorenzo Pancini, art director di Lucca Comics e docente allo IED di raccontarmi cosa lo ha spinto a Burning Man nel 2014 e poi di nuovo nel 2016. «La mia attrazione era di natura visiva» mi spiega. «Vedevo questi vestiti steampunk, scenari alla Mad Max, spazi dilatati e un visual post-atomico fine anni '80; ci ritrovavo le atmosfere dei fumetti psichedelici di Moebius. Altre persone magari sono più attratte dagli aspetti musicali o sociali (o lisergici!); non era il mio caso. Ma poi ti attrae anche la sfida, perché il luogo ti mette a dura prova: un deserto maestoso dal clima mutevole, con albe e tramonti strappacuore e improvvise tempeste di sabbia che rendono il mondo un bagliore di ombre. È un ambiente ostile in cui percepisci la tua fragilità e sviluppi un legame con gli altri e un'inaspettata fiducia nelle tue risorse. Immagina di uscire di casa per una settimana senza soldi, cellulare, orologio, chiavi di casa, navigatore, e di vivere con scorte limitate. Sopravvivi solo grazie al senso di comunità e sei messo alla prova dalla tensione tra difficoltà e entusiasmo. La mattina ti svegli e dici: perché sono in un cavolo di deserto polveroso? Poi sali in bici nel nebbione e dal nulla salta fuori una piramide azteca, o fai incontri improvvisi che ti mettono in discussione.
 


Gli chiedo di raccontarmi uno di questi incontri. «Il primo anno incontrai una ragazza vestita di rosa che camminava con un carrello deambulatore con attaccati tanti nastrini bianchi. Me ne porge uno e dice: scrivi quello che ti ha impedito di essere felice finora. Lo faccio, lei lo annoda al carrello e mi dice: ora porterò io il peso di questa cosa, tu sei libero, vai e sii felice. È come una continua performance teatrale di cui tu sei parte, mescolata ad una seduta di arte-terapia collettiva ed una mega puntata di Art Attack… Se vai ad un festival hai una scaletta di concerti da seguire, lì invece hai un programma infinito perché è una vera città e sei di fronte al dilemma: che vita voglio fare veramente?»

Una delle cose su cui Cosimo insiste è quanto sia sentito il rispetto delle regole: in un accampamento anarchico che di notte è un open bar da 70mila persone che bevono e ballano ti aspetteresti una distesa di rifiuti, come dopo qualsiasi serata o concerto, ma lì non ce n'è una sola che orini per terra o lasci una cartaccia. Questa attenzione all'ecosostenibilità è legata al principio del "Leave no trace", forse il più importante del Burning Man: non esistono rifiuti, perché ogni cosa, che sia una cartaccia o la tua tenda, non appartiene a quel posto in ogni caso ed è considerata "Matter Out of Place" da rimuovere.

Chiedo a Cosimo se ha intenzione di ritornare. «Certo che sì. Vorrei aprire un mio bar nella playa. Dove tutti vengano a disegnare.» (Mi ha colpito la semplicità di questo desiderio, così apparentemente ingenuo nella nostra società, ma così normale laggiù. Come quando i bambini sognano realtà parallele ad occhi aperti: «facciamo che io ero…» - e questa realizzazione dei sogni puri, infantili, è una delle principali chiavi di lettura di Burning Man.)

Ho conosciuto gli Italian Burners a Bologna, in una piovosa domenica. Volevo assistere ad un loro incontro per osservarli da vicino e cercare punti di contatto tra burner e maker, parenti inconsapevoli; ma pur essendo arrivato in punta di piedi ho ricevuto un'accoglienza festosa. No spectator, dimenticavo. Mi siedo a tavola vicino ad un burner di vecchia data, che dopo pochi minuti comincia a raccontarmi, con assoluta normalità, del tamburo gigante di 3 metri che ha costruito per far suonare insieme tante persone nel deserto. Sono nel posto giusto. Lui è Massimiliano Giudici ed è il co-organizzatore dell'evento milanese The Monster is on Fire che si ispira per alcuni aspetti al Burning Man, almeno nel rituale del falò. Gli Italian Burners organizzano incontri e serate informative in varie città italiane e l'annuale Italian Burning Weekend che ad oggi è cresciuto da 60 a 200 persone.

Le sedie sono in circolo, il tasso di gentilezza è altissimo. A guidare l'incontro è Dario Battini, informatico fiorentino. È stato a Burning Man cinque volte ed è oggi referente regionale per l'Italia. Ha aiutato decine di persone ad organizzarsi (Burning Man non è un villaggio vacanze, ma richiede una lunga preparazione di mesi se non anni per mettere insieme contatti e attrezzatura, e dall'Italia è tutto più complicato e abbastanza costoso). «Una parte fondamentale dell'esperienza», mi racconta, «è il costruire e lo sporcarsi le mani tutti insieme. Gira un adesivo tra i burner che dice: la mia vacanza è il tuo peggior incubo. Ricordo nel 2008 un amico che perse la tenda il primo giorno durante una tempesta di polvere e che in poche ore ne ricevette una di riserva in prestito da uno sconosciuto. I gesti di gentilezza e generosità inaspettati sono un'esperienza memorabile: un pezzo di frutta o un gelato sotto il sole, ma anche della vodka al peperoncino, così come gli incontri inaspettati, ad esempio quando trovai un'enorme altalena nel mezzo del deserto, a chilometri di distanza dal resto».
 

Osservo gli Italian Burners mentre discutono su come organizzare le proprie attività e come rapportarsi con soggetti del Default World che non sposano appieno i loro principi. Il linguaggio è pulito, entusiasta, collaborativo, fermo nel difendere il senso ultimo di ogni scelta ma senza alcun tratto di ideologia; percepisco una sensibilità comune tra di loro, un atteggiamento che istintivamente mi piace e mi fa pensare che se ci fossero più persone così il mondo sarebbe migliore, anche se non saprei dire esattamente cosa e perché mi porta a pensare questo. Alcuni di loro sono vestiti secondo l'estetica della playa, con cilindri, mantelle e occhiali da saldatore, ma sono artigiani, avvocati, insegnanti, studenti. Durante gli interventi chi vuole mostrare apprezzamento per qualcosa agita le mani in modo silenzioso per non interrompere con un applauso o un commento.

Molti di loro non sono mai andati al Burning Man, e non sono particolarmente interessati ad andarci. La maggior parte frequenta gli eventi burn italiani e soprattutto il Nowhere di Barcellona, un evento da 2.500 persone. Mi dicono tutti che ad una scala più piccola è più facile sentirsi utili e che lo spirito è più genuino.

Tra loro c'è Roberta "Laroby" che ha iniziato a Nowhere e dopo quattro anni di preparazione è riuscita ad approdare a Burning Man. È partita con un'amica conosciuta nella comunità burner, un suo amico e la madre di 70 anni. Mi racconta di aver sofferto il deserto per il forte sbalzo di temperatura tra giorno e notte (di giorno in costume a 40°, di notte con cappotto e guanti a 5°), con la polvere che ti arriva fin dentro i polmoni, nella tua tenda, nel tuo cibo, e poi l'acidità della sabbia che ti fa uscire dei tagli sulle mani e ti fa sanguinare le gengive, almeno finché qualcuno non ti spiega i rimedi naturali con sale e aceto. Già il primo impatto a Nowhere era stato durissimo per lei: era il 2013, «l'anno delle tempeste», e vedendo il suo camp volare in aria con tutte le sue cose ha avuto degli attacchi di panico. Ma un ambiente ostile si trasforma in una sfida per la sopravvivenza e la motivazione aumenta.

Le chiedo di confrontare Burning Man con un evento più piccolo come Nowhere. «Ero attratta soprattutto dalla dimensione sociale, dal poter conoscere persone nuove» mi spiega, «ma nel deserto di Burning Man le interazioni con le persone sono brevi; 30, forse 60 minuti, e poi ognuno per la sua strada. Ho un po' sofferto di questa cosa. È impossibile darsi appuntamenti o rivedersi, il tempo non esiste e le distrazioni troppe, che in realtà è anche il fascino del luogo. Impari a non avere aspettative perché è tutto imprevedibile: esci con un obiettivo ma nel tragitto incontri talmente tante cose che non ci arriverai. Ho imparato il concetto di immediacy: l'importanza di viversi il presente. Le opere d'arte di Burning Man sono superiori, di altissimo livello e impressionanti, ma non sono rimasta in fondo così impressionata dalla playa perché ci ero arrivata con un mio percorso. A chi voglia entrare in una community, massimizzando il senso di partecipazione, consiglio di passare per i burn più piccoli, mentre a chi vuole l'esperienza shock della vita consiglio di andare direttamente a Burning Man.»
 


Laroby mi chiede di mantenere la sua privacy perché svolge una professione da cui la gente si aspetta serietà e sobrietà; sarebbe socialmente inaccettabile pensarla mentre balla con un tutù nel deserto, per l'ipocrisia secondo cui una persona credibile non abbia il diritto di avere spazi intimi di libertà espressiva.

C'è un deserto anche in Spagna, ed è lì che si svolge Nowhere. La project manager è un'italiana, Sarah Poer, che lo scorso anno invitai a Maker Faire Rome per raccontare il legame tra burner e maker. Le chiedo se la cultura burner in Europa sia necessariamente un pezzo di cultura americana d'importazione o se esista una via europea. Mi risponde che la via europea passa proprio per il non inseguire le grandi dimensioni, ma anzi limitare la crescita (dopo 17 anni i partecipanti a Nowhere sono appena 2.500 perché c'è un tetto massimo di nuovi partecipanti anno dopo anno pari al 30% per far sì che ci siano sempre tante persone che possano accogliere i nuovi arrivati): in Europa il tema della community è più forte delle dimensioni. Come per Burning Man, Nowhere è diviso in campi tematici e finanzia gli artisti. Ma un aspetto importante su cui Sarah pone l'attenzione è lo sforzo per l'innovazione: innovazione è costruire forni solari per cucinare gratis con il sole, o migliorare l'uso dell'energia, o diminuire l'impatto sull'ambiente, o aumentare l'illuminazione, o far durare di più il ghiaccio. Per chi fornisca soluzioni a questi problemi è previsto un assegno-premio. Il tema attualmente aperto è quello del trattamento delle acque grigie. La maggior soddisfazione di Sarah è stato ricevere il messaggio di un ragazzo che lavora per un progetto sociale in Africa che chiedeva istruzioni su come costruire i forni solari sviluppati a Nowhere.

Altri eventi burn internazionali noti sono l'AfrikaBurn (Sudafrica 13mila persone) e il MidBurn (Israele, 8mila persone), mentre per luglio è previsto nei Paesi Bassi un evento che ha ottenuto la possibilità di usare il nome "Burning Man Netherlands", che sicuramente richiamerà molte persone, ma che è stato erroneamente raccontato come una novità: i burn internazionali, anche in Europa e anche nei Paesi Bassi, esistono da quasi vent'anni.

La storia di Burning Man in realtà passa per un'evoluzione non lineare e per una continua ricerca di senso. Il tema più attuale è quello di limitare il fenomeno dei campi per ricchi, gestiti da staff pagato, che non apportano alcun contributo in un evento basato sulla partecipazione e sull'autosufficienza. Ma si parla anche molto dell'evoluzione della struttura gestionale, che è passata ad essere non-profit proprio di recente. L'organizzazione ha comprato anche un grosso terreno, non lontano da Black Rock City, dove sperimentare una comunità permanente che si ispiri ai valori burner. Non sappiamo se funzionerà, ma non sarà inutile: anche la breve ed effimera vita di Black Rock City lascia tracce indelebili in chi cerca di raccontarti quest'esperienza e sente di non riuscirci, perché le parole non bastano e l'unica cosa che puoi fare per capirla veramente è sospendere il giudizio e metterti alla guida nel deserto sotto le stelle finché qualcuno non ti accoglierà a braccia aperte: bentornato a casa.

Alessandro Ranellucci

@alranel



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