"La Cia voleva Guevara vivo": la versione dell'agente Usa sull'ora estrema del 'Che'

Cinquant'anni dopo, Félix Rodríguez racconta a 'El País' che il rivoluzionario scoppiò a ridere mentre gli scattavano l'ultima foto. Quando gli dissero che doveva morire rispose: "Meglio così"

"La Cia voleva Guevara vivo": la versione dell'agente Usa sull'ora estrema del 'Che'
Foto: Afp
 Che Guevara durante la guerriglia in Bolivia

“La Cia voleva prendere vivo Che Guevara”: lo assicura l’agente cubano dell’intelligence americana che coordinò la cattura del Che in Bolivia, Félix Rodríguez, 76 anni, in una intervista esclusiva al corrispondente di El Pais da Miami, Pablo de Llano. E’ lui l’uomo che figura, con aria compiaciuta, alla destra del Che catturato, nell'ultima foto prima dell’uccisione che correda l'articolo del quotidiano spagnolo. Accadde giusto cinquant'anni fa, il 9 ottobre 1967.

Il giornalista lo ha incontrato nella sua casa di Miami, circondato dai ricordi tipici di un agente della Guerra Fredda: “Pistole, pugnali, granate e sue fotografie con presidenti degli Stati Uniti e spie che ormai non ci sono più”. Su una mensola, Rodríguez custodisce una vecchia pistola Star di fabbricazione spagnola: “Se la tocca stia attento, è carica…”. La casa di produzione spagnola Scenic Rights sta preparando un documentario sulla vita di Rodriguez, veterano del Vietnam e coinvolto nella controrivoluzione in Centro America, il quale afferma che fu il governo boliviano a ordinare l’esecuzione di Che Guevara. “Provai a salvarlo senza successo”, dice l’ex spia, malgrado egli lo consideri tuttora “un assassino”.

"La Cia voleva Guevara vivo": la versione dell'agente Usa sull'ora estrema del 'Che'
Afp
 Che Guevara durante la guerriglia in Bolivia

Quando il 'Che' resta ferito

Racconta Rodríguez: “Ricevemmo la notizia della cattura del Che domenica mattina 8 ottobre. Era stato addestrato un gruppo di giovani soldati che parlavano quechua, aymarà e guaranì allo scopo di precedere il battaglione per cercare notizie e informazioni in abiti civili, perché così era più semplice comunicare con i contadini. Questi uomini in borghese ritornano la sera di sabato 7 e informano il capitano Gary Prado che un contadino ha indicato loro un’area chiamata la Quebrada del Yuro dove s'erano nascosti i guerriglieri, perché il contadino aveva un orticello là vicino e li vide. Così, sulla base di questa notizia, il capitano Gary Prado circonda la Quebrada del Yuro alle sette di sera. E domenica mattina 8 ottobre comincia a avanzare e comincia lo scontro a fuoco. In questa operazione il Che resta ferito alla gamba sinistra da un pallottola tra il ginocchio e la caviglia, ma niente di serio. E’ qui che muore la maggior parte dei guerriglieri e muoiono alcuni soldati, è qui che viene catturato Che Guevara, mentre cerca di aiutare a uscire Simeon Cuba Sarabia, il quale usava il nome di Willy: un guerrigliero boliviano bassino, minutino, con un barbone enorme, più folto di quella tipico dei cubani, che non riportò un graffio. Lo acchiappano con questo tizio".

"Nel momento in cui lo vanno a prendere, mi raccontarono i soldati che il Che gli disse: ‘Non sparate perché io sono il Che. Valgo più vivo che morto’. Così se lo portano e lo mandano alla scuoletta di La Higuera - prosegue nell'intervista a El Pais l'ex agente segreto Rodríguez - dove lo mettono, guardando l’edificio di fronte, nella sala di sinistra, e dietro, nello stesso quartino, depongono i cadaveri di due cubani. Da lì, dunque, mi trasmettono la notizia in codice nella mattinata, che diceva: ‘Papà stanco’:voleva dire che il leader della guerriglia era stato catturato ed era vivo. Ma non sapevamo ancora se ‘Papà’ era il Che Guevara o se fosse l’Inti Peredo, che era il capo della guerriglia per parte boliviana. Sicché ci precipitammo nell’area delle operazioni e qui ci confermarono che il ‘Papà stanco’ era Che Guevara. Lo straniero. Ci dissero il Che, dissero ‘lo straniero’”.

"La Cia voleva Guevara vivo": la versione dell'agente Usa sull'ora estrema del 'Che'
foto: AIZAR RALDES / AFP 
La Higuera, dove il Che  prigioniero trascorse le ultime ore

Lunedì mattina, 9 ottobre, Rodríguez e i suoi uomini arrivarono alla scuola su un piccolo elicottero pilotato da Niño de Guzmán, dove col prigioniero li aspettavano gli ufficiali del battaglione, tra cui il tenente colonnello Selich che era in possesso di tutta la documentazione tolta al Che, il quale usava una grande borsa di cuoio color cammello, dove teneva un'agenda del 1967 con varie foto di famiglia, medicinali per l’asma, alcuni notes ad anelli neri con chiavi numeriche per messaggi in codice firmati da un certo ‘Ariel’, che riceveva da Cuba. Rodríguez sostiene che i cubani diedero al Che un trasmettitore rotto affinché non potesse comunicare, “perché lo mandarono lì affinché lo uccidessero. Perché il Che era filo-cinese e Cuba dipendeva dalla Urss. Ossia, i sovietici non avevano alcun interesse che il Che Guevara trionfasse in Bolivia”.

"500-600": codice della condanna a morte

“Quando entrammo nella scuola il Che stava in una stanza, steso a terra, mani e piedi legati sotto a una finestrella a lato della porta, più in là i due cadaveri. L’unico che parlò fu il colonnello Centeno Anaya. Gli faceva domande, ma il Che lo guardava e non rispondeva niente. Non parlò, tanto che il colonnello gli disse: ‘Mi ascolti, lei è uno straniero, lei ha invaso il mio Paese. Il meno che può fare è avere la cortesia di rispondere’. Ma niente”. “Chiesi al colonnello se mi poteva passare la documentazione del Che perché la fotografassi per il mio governo e su ordine di Selich me la diede. Mi porse la borsa di cuoio e me ne andai a lavorare su quella da un’altra parte. Fotografavo il diario e tornavo per parlare con il Che. Entravo e uscivo di continuo, dalla mattina fino all’una del pomeriggio. A un certo punto squilla il telefono e uno dei soldati mi dice: ‘Capitano, una chiamata’. Vado a telefono e mi danno ‘ordini superiori: 500-600’. Era un codice assai semplice che avevamo concordato:

500 era Che Guevara. 600 morto. 700, lo lasci vivo. Chiedo che mi ripetano. Me lo confermano. ‘Ordini dell’alto comando: 500-600’.

Quando arriva Centeno Anaya lo chiamo in disparte e gli dico: ‘Colonnello, sono giunte istruzioni dal suo governo di eliminare il prigioniero. Quelle del mio governo sono di provare a salvargli la vita e abbiamo elicotteri e aerei per portarlo a Panama per un interrogatorio’. Lui risponde: ‘Vedi, Félix, sono ordini del signor presidente e comandante delle Forze Armate’. Guarda il suo orologio e mi dice: ‘Hai tempo fino alle due per interrogarlo. E alle due del pomeriggio puoi giustiziarlo nella maniera che desideri perché sappiamo il danno che ha fatto alla tua patria. Ma voglio che alle due mi porti il cadavere di Che Guevara’. Gli rispondo: ‘Colonnello, ho provato a farle cambiare idea, ma se non c’è un contrordine le do la mia parola d’uomo che le porto il cadavere del Che’”.

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Foto: MARC HUTTEN / AFP
Il corpo senza vita del Che

"Guarda l'uccellino!"

“Più tardi, mentre parlavo con il Che, arriva il pilota Niño de Guzmán con una macchina fotografica Pentax del capo della intelligence. ‘Capitano, il maggiore Saucedo vuole una foto con il prigioniero’. Guardo il Che e gli dico: ‘Comandante, le spiace?’. E lui: ‘No, a me no’. Allora abbiamo camminato. Lui camminava con difficoltà per la pallottola nella gamba sinistra. Uscimmo dalla scuoletta e qui fu che ci preparammo a fare questa foto. Diedi la mia macchina fotografica al pilota e dissi al Che: ‘Comandante, guardi l’uccellino!’. Cominciò a ridere, perché è quello che diciamo noi a Cuba ai bambini… Pensai che stava ridendo nel momento che si scattò la foto. Ma, naturalmente, cambiò espressione della faccia in quella che vede adesso. Io portavo l’uniforme delle truppe speciali degli Stati Uniti, ma senza alcuna insegna. Allora avevo 26 anni. Lui 39. Sembrava un mendicante. I vestiti erano frusti, sporchi, puzzolenti. Non portava stivali, ma certe pezze di cuoio legate ai piedi. I capelli inzaccherati. Davvero, a momenti parlavo con lui e non prestavo attenzione a quel che mi stava dicendo, perché non lo avevo mai visto di persona, ma mi ricordavo le immagini del Che in visita a Mosca, coi russi, di quando visitava Mao Zedong a Pechino. Quell’uomo arrogante, con quei dannati cappotti… E vederlo adesso simile a uno che chiede l’elemosina... Provavo pena”.

La pena di Rodríguez tuttavia, ancora oggi non prevale sulle considerazioni politiche di allora: il Che, dice a El País, “non aveva alcuna virtù. Quel che posso dire è che era una persona dedita ai suoi ideali, che erano chiaramente sbagliati e si rivelarono un disastro totale”… “Fu un assassino che si divertiva a uccidere la gente ed era pieno di odio verso il nemico. Una persona che mandò alla fucilazione migliaia di cubani”.

Tornando a quel giorno, Rodríguez dovette comunicare a Che Guevara che lo avrebbe giustiziato: “‘Comandante, mi dispiace, è un ordine superiore’” gli disse. “Lui capì perfettamente quello che stavo dicendo”. Cosa rispose? “’E’ meglio così. Non avrei mai dovuto essere preso vivo’. Allora estrasse la pipa e mi disse: ‘Vorrei far avere questa pipa a un soldato boliviano che si è comportato bene con me’. Guardai la pipa e gli domandai: ‘Chiede qualcos’altro per la sua famiglia?’. Mi rispose, credo in modo sarcastico: ‘Bene, se puoi dici a Fidel (Castro) che presto vedrà una rivoluzione trionfante in America’. Lo interpreto come se avesse detto a Fidel: ‘Mi hai abbandonato, ma in un modo o nell’altro si vincerà’. Poi cambiò espressione e mi disse: ‘Se puoi, di’ a mia moglie che si risposi e che cerchi di essere felice’. Queste furono le sue ultime parole. Mi si avvicinò, ci stringemmo la mano, ci abbracciammo, fece qualche passo indietro e si fermò pensando che fossi io che gli avrei sparato”.

E la pipa? “Fu una delle cose di cui mi pento. Alla pipa tolsi il trinciato e lo conservai”… L'ex agente tiene ancora quel tabacco, ma la pipa… “Venne il sergento Mario Terán dicendo: ‘Capitano, voglio la pipa! L’ho ucciso io, me la merito!’. E io, che dentro di me non volevo adempiere al desiderio del Che sapendo tutto quel che aveva fatto alla mia patria, presi la pipa e la diedi al sergente: ‘Prendi, così ti ricordi della tua impresa…’. Se la pigliò e andò via a testa bassa”.

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 Afp
 Che Guevara durante la guerriglia in Bolivia

"Un uomo distrutto"

Cosa lo colpì di più del Che?

“Vedere un uomo così distrutto”. Che provò mentre parlava con lui? “Onestamente, in quel momento non avevo la percezione di quanto stava succedendo, la grandezza che aveva quell’operazione. Per me era un'operazione in più. Per me il Che Guevara non era quella gran cosa, non era la figura che poi costruì Cuba”.

Lo sorprese qualche altra cosa di ciò che disse?

“Ogni volta che gli facevo domande di interesse tattico per noi mi rispondeva: ‘Sa che a questo non le posso rispondere’...". "Ci fu un momento in cui cominciammo a parlare dell’economia cubana, e lui si mise a incolpare di tutto l’embargo americano. Gli dissi: ‘Comandante, lei è stato presidente della banca centrale e neanche era un economista’… Allora mi replicò: ‘Sa come arrivai a essere presidente della banca?’. E raccontò che ‘un giorno sentii che Fidel stava cercando un comunista dedito e alzai la mano. Ma stava cercando un comunista dedito’”.

Assistette alla sua esecuzione?

“No. Non avevo alcun interesse a farlo. Mi appartai in un posto e sedetti a un banchetto a un centinaio di metri per prendere appunti. Sentii una breve raffica e annotai: l’una e un quarto del pomeriggio. L’ora esatta in cui fu giustiziato”.



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