Perché la Merkel non vuole Salvini nel Partito popolare europeo

Troppe le differenze, a cominciare dai migranti. E in generale la sfida populista obbliga l'Europa a difendere "i suoi valori fondamentali". Le ragioni della cancelliera 

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Malte Ossowski / SVEN SIMON / SVEN SIMON / dpa Picture-Alliance 
Angela Merkel 

Parola di cancelliera: la Lega di Matteo Salvini non entrerà mai nel Ppe. Troppe le differenze, a cominciare dai migranti. E in generale la sfida populista obbliga l'Europa a difendere "i suoi valori fondamentali". È una Angela Merkel molto esplicita e diretta quella che, in una grande intervista alla Sueddeutsche Zeitung, chiude le porte del Partito popolare europeo alla Lega e in generale alle formazioni populiste o sovraniste. "No": è così che l'ex "ragazza dell'est" risponde ai giornalisti sull'ipotetica possibilità che il ministro dell'Interni porti il Carroccio porti tra le braccia del Ppe, con l'appoggio del premier ungherese Viktor Orban.

"È evidente che abbiamo approcci molto differenti, per esempio sui migranti", e questo basta, a detta di Merkel, come motivo per "non aprire al partito del signor Salvini". Non solo: a detta della cancelliera "è certo che Manfred Weber nell'elezione a presidente della Commissione non si renderà dipendente dai voti" della Lega e di Fidesz, la formazione di Orban.

Sono messaggi diretti, quelli della cancelliera. "Questo è un tempo nel quale dobbiamo combattere per i nostri principi e i nostri valori fondamentali", afferma Merkel parlando dei rischi derivanti dall'onda dei populismi. Parla molto di Europa, del fatto di "essere preoccupata" per il suo futuro: "Ognuno ha responsabilità di trattare con cura una realtà così unica nel suo genere come l'Ue. Ognuno deve sapersi mettere nei panni dell'altro, essere pronto al compromesso, trattare l'uno con l'altro con attenzione e cura".

Nelle intenzioni, un manifesto anti-sovranista. Che riguarda anche i migranti e la difesa della "politica delle porte aperte" che caratterizzò il governo Merkel all'apice della crisi dei profughi, nel 2015: se ci sono "70 milioni di persone in fuga nel mondo", spiega Merkel, che l'Europa si occupi di "un milione" di questi, è il minimo. Per di più le conseguenze sarebbero state ben più gravi se allora il problema "non fosse stato affrontato o gestito in un altro modo".

Per quel che riguarda l'Italia, Merkel si augura che "ritrovi la via della crescita", ma ci tiene a ribadire, a proposito del debito e dei rischi sulla stabilità dell'euro, che "nessuno agisce in maniera autarchica o isolata". Anche per questo il voto europeo del 26 maggio è "di grande importanza, è un voto speciale". Una preoccupazione, la sua, da cui nasce "nasce un sentimento ancor più forte sulla responsabilità di occuparmi insieme agli altri del destino di quest'Europa": una frase che ha dato, soprattutto a Berlino, un nuovo impulso alle speculazioni sul fatto che il suo futuro politico, una volta lasciata la cancelleria, possa chiamarsi Ue.

In pratica, nell'ambio colloquio con il quotidiano bavarese, Merkel è tornata a vestire i panni di una leader globale che non le manda a dire. Conferma il suo sostegno allo "Spitzenkandidat" Weber, esprime la sua simpatia per il movimento dei ragazzi di "FridaysforFuture" che lotta contro il cambiamento climatico e recapita un messaggio all'alleato Emmanuel Macron: pur garantendo che le relazioni tra Germania e Francia rimangono solidissime, la cancelliera rivela di avere un "rapporto conflittuale" con il capo dell'Eliseo.

Il presidente francese risponde a stretto giro di posta, difendendo la sua idea di "confronto fruttuoso" con Frau Merkel e la Germania. "Dobbiamo riuscire ad accettare momentanee differenze di vedute e di non essere sempre completamente d'accordo su tutto", spiega Macron. Il messaggio è stato recapitato, l'arena è quella europea.



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