La guerra in Libia si blocca alla periferia di Tripoli

Impasse militare, c’è spazio per la diplomazia. L’Italia per una soluzione politica, anche la Francia si dice d’accordo

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La battaglia per il controllo di Tripoli si è arenata, e anche sul piano politico si registra un’impasse con gli attori internazionali impegnati senza successo in una lotta su versanti contrapposti. Dall’Italia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha ricordato che la soluzione non può che essere politica, posizione ribadita anche dal collega francese, Jean-Yves Le Drian che dalla conferenza sullo Stato dell’Unione a Firenze ha sottolineato la necessità di un percorso che “passi per una conferenza nazionale ed elezioni”.

In Libia "non può esserci soluzione militare in una situazione così difficile, la guerra non deve essere strumento per risolvere le controversie”, ha sottolineato il titolare della Farnesina.

“Bisogna perseguire una soluzione di carattere civile e politica. Se si vuole promuovere il dialogo tra gli altri bisogna essere in grado di dialogare con tutti ed è quello che stiamo cercando di fare", ha aggiunto Moavero davanti alla Commissione Esteri della Camera, riferendo di essere in contatto telefonico quotidiano con l'inviato speciale Onu, Ghassam Salamè.

Cosa vuole il governo italiano

Il governo punta a “evitare situazioni che possano accentuare la minaccia terroristica, situazioni emergenziali sotto il profilo dei migranti, tutelare gli interessi economici italiani, in particolare nel settore energetico”.

L’obiettivo in Libia, ha puntualizzato Moavero, è preservare "l'unità territoriale, la sovranità, l'integrità e una stabilità duratura" nel Paese. Quanto al consolato italiano a Bengasi, il contesto di sicurezza "è cambiato" ed è per questo che non è ancora tornato operativo.

"E' nei programmi ridare operatività al consolato, che è sempre rimasto aperto, con l'invio di un console", ha dichiarato il ministro, “ma questo era stato concordato in un contesto libico che andava verso maggiore stabilizzazione. Ora il contesto è cambiato e in Libia c'è una guerra".

Il capo della diplomazia italiana ha sottolineato come “perfino nel periodo in cui le relazioni erano più difficili con la Francia il contatto tra ministri degli Esteri" di Francia e Italia "c'è sempre stato. Questo non significa che non esista competizione con la Francia su versanti di influenza e interessi economici e politici".

Ribadendo che non si può parlare di isolamento dell'Italia né sul dossier libico, né su altre questioni, Moavero ha denunciato che "ogni Paese cura i propri interessi, la politica estera comune dell'Ue è embrionale e a volte non esiste, questo lo sappiamo".

Il ministro ha poi tenuto a sottolineare che "stiamo facendo passi per arrivare il 13 maggio ad una dichiarazione a 28 del Consiglio Affari esteri dell'Ue sulla Libia visto che il tema è all'ordine del giorno. Ne siamo promotori e dovremmo riuscire a farla".

La questione migranti

Quanto alla crisi migratoria e ai timori di un possibile aumento dei flussi, Moavero ha assicurato che il governo italiano è "vigile", ma "per il momento non si segnalano situazione di carattere emergenziale e atipico".

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 Migranti donne Libia (Afp)

"Tuttavia il contesto è tale da poter determinare" un incremento dei movimenti, ha aggiunto, precisando che nei campi Onu in Libia sono attualmente "censite 6000 persone" e che ci sono "sfollati interni nell'ordine di 40 mila" persone.

Sul tema Libia è intervenuto anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che da Firenze ha ricordato che "l'Italia continua a fare la sua parte, ma è responsabilità collettiva di tutta l’Europa stabilizzare il Mediterraneo e, nel caso specifico, favorire un processo politico di pacificazione" nel Paese maghrebino. 

Intanto in Libia, alla quinta settimana dell’offensiva di Haftar, nessuna delle due parti sembra in grado di assicurarsi la vittoria e la situazione umanitaria resta molto preoccupante. Il bilancio degli scontri è arrivato a 392 morti e 1.936 feriti, ha fatto sapere l'Organizzazione mondiale della Sanità, e le persone fuggite dalle loro case sono ormai 50 mila.

Maria do Valle Ribeiro, la delegata speciale delle Nazioni Unite e vice capo della missione Onu di sostegno in Libia, ha parlato di situazione "pericolosa" e che rischia di peggiorare.



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