Perché l'Isis non ha ancora rivendicato la strage dei musulmani Sufi in Egitto 

Uccidere un musulmano innocente è uno dei peccati più gravi, persino per gli estremisti. Ma non solo 

Perché l'Isis non ha ancora rivendicato la strage dei musulmani Sufi in Egitto 

Le rivendicazioni dello Stato islamico delle azioni terroristiche in giro per il mondo sono sempre arrivate puntuali, in alcuni casi perfino frettolose. A distanza di quasi una settimana i canali dalla strage di sufi compiuta venerdì scorso alla moschea egiziana di Rawdah, dove hanno perso la vita 305 fedeli, tra cui 27 bambini, dai canali del sedicente Califfato non è, invece, arrivato alcunché in proposito. Si tratta, secondo diversi analisti e fonti di intelligence e diplomatiche, di un atto così efferato, e insensato, che persino i leader dell'esercito nero faticano a volersene prendere il merito: colpire una moschea sufi, frequentata anche da chi non ha alcuna appartenenza ideologica particolare, vuol dire colpire dei musulmani innocenti. E uccidere un musulmano senza una motivazione è considerato uno dei peccati più gravi, persino nell'ideologia estremista sposata dal califfo. 

Questa, forse, è la spiegazione più plausibile al ritardo: rivendicare la strage vuol dire assumersene la responsabilità, e farlo significa perdere popolarità e credibilità. Tanti fan dell'Isis erano corsi già a venerdì a difendere l'innocenza del gruppo negando il suo possibile coinvolgimento. Tutti i gruppi jihadisti operanti nel Sinai, incluso Jund al Islam legato ad Al Qaeda, hanno condannato il massacro. I sostenitori dell'Isis sui social media si sono infuriati quando una presunta registrazione audio di comunicazioni tra due membri del califfato che si vantavano dell'attacco è stato diffusa sui canali Telegram di Al Qaeda.

Eppure chi ha preso d'assalto quella moschea, nel piccolo villaggio nella provincia di Arish, nel Sinai del Nord, ha voluto mettere bene in mostra l'appartenenza all'Isis sbandierando i vessilli neri. Lo hanno riferito i testimoni che erano presenti e lo ha confermato la procura generale con le indagini. Inoltre, poche settimane prima dell'attacco, i militanti avevano minacciato gli avventori del luogo di culto, legato alla dottrina sufi, perché considerati eretici. 

Non è la prima volta che il califfo prende di mira una moschea: sempre la settimana scorsa un kamikaze si era fatto saltare in aria all'interno di una moschea in Nigeria causando oltre cinquanta morti, in passato tanti luoghi di culti sciiti sono stati oggetti di attacchi. Ma appunto erano sciiti, quindi secondo lo Stato islamico appostati da combattere. Il massacro di Rawdah, che ha colpito dei sunniti, ha però scioccato anche i sostenitori dei gruppi armati del Sinai: "Probabilmente, il contesto egiziano rende questo tipo di attacco più aberrante e rende il gruppo meno propenso a guadagnare sostegno locale", spiega ad Afp un analista che ha chiesto l'anonimato.
Non è escluso che il gruppo locale abbia agito senza l'autorizzazione del comando centrale in Iraq e in Siria, per questo manca la rivendicazione. Ed è probabile che non arrivi nemmeno in futuro.



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