Storia del Guardian, che da oggi diventa un tabloid

Il nuovo formato della testata, nata con un motto: "Il commento è libero, ma i fatti sono sacri" 

guardian tabloid

"Il commento è libero, ma i fatti sono sacri". Quando Charles Prestwich Scott, direttore del 'Manchester Guardian', scriveva questa frase, diventata il manifesto del giornalismo, erano passati cento anni dalla fondazione del giornale che da oggi ha cambiato di nuovo formato, indicando nel 'tabloid' il nuovo giro di boa di una storia fiera delle proprie radici e della propria indipendenza, assicurata da un 'trust' anche per il futuro.

La storia del Guardian

Il 16 agosto del 1819 una folla di 50.000 persone si era radunate a St Peter's Fields, appena fuori da Manchester, per invocare una Riforma della rappresentanza parlamentare. La reazione delle autorità fu feroce: la cavalleria caricò i manifestanti, morirono in 15 e 700 rimasero feriti. Il massacro passò alla storia con il nome di 'Peterloo', in riferimento alla battaglia persa da Napoleone quattro anni prima.

Il 'Manchester Guardian' nasce lì, tra il sangue della repressione: John Edward Taylor, mercante quacchero di cotone quel giorno era St Peter's Field. Taylor aveva già scritto qualche pezzo per la Manchester Gazette e quando si accorse che il reporter del London Times era stato arrestato, lui e un suo amico inviarono al giornale un dettagliato racconto di quanto avevano visto, e il giorno dopo lo videro pubblicato.

Era giunto il tempo di dare una voce ai progressisti, ai liberali, pensò Taylor: due anni dopo, grazie anche al sostegno di undici finanziatori, sarebbe nato il 'Manchester Guardian': "Esso - scrisse il mercante - affermerà i principi della libertà civile e religiosa, sosterrà la causa della Riforma".

La prima edizione, settimanale, fu pubblicata il 5 maggio del 1821. L'abolizione delle tasse sulla stampa dei giornali ne avrebbe permesso l'edizione giornaliera a partire dal 1955.

Quando Scott, giornalista di fermi principi liberali, scrisse del centenario era già da 50 anni al timone del 'Manchester Guardian", preso nel 1872. Vi rimase per altri sette anni prima di passare la mano al figlio Ted, e il suo cognome è anche oggi, letteralmente, la garanzia della non scalabilità della testata. Fu la necessità si sfuggire alle esagerate imposte di successione, infatti, che il giornale passò, alla morte di Ted, avvenuta in un incidente in mare quattro mesi dopo quella del padre, nelle mani di un 'trust' (un istituto del sistema giuridico anglosassone di common law, fondato sul legame fiduciario), messo in piedi dal figlio maggiore di C.P.Scott, John, che ne fu presidente fino al 1948.

L'obiettivo era ed è ancora oggi quello definito da John Scott: "I profitti dell'azienda vanno reinvestiti nell'azienda stessa, per aumentare la circolazione dei giornali, la loro diffusione e il loro miglioramento" mentre la linea editoriale deve "seguire le stesse linee sulle quali il giornale è stato condotto fino a ora".

Poche righe, insomma, indicavano un percorso che sarebbe stato tracciato con più precisione 44 anni dopo, nel 1992, quando ormai "The Guardian" è diventato un punto di riferimento dell'editoria internazionale, con un quartier generale a Londra, dove si era trasferita la direzione nel 1964 dopo aver tolto il riferimento a 'Manchester' dalla testata.

Le alleanze editoriali

Il board del quotidiano sente il bisogno - dopo aver condotto diverse battaglie (centrale, come per tutta la sinistra britannica, fu il braccio di ferro tra Margaret Thatcher e i minatori) e aver stretto alleanze editoriali con Le Monde e il Washington Post e essersi imposto in Gran Bretagna come la voce dei progressisti e terreno di confronto del dibattito che vide negli anni Ottanta la scissione nel Labour - di ribadire con più precisione e fermezza la strada da seguire per mantenere la propria identità: "Al fine di assicurare l'indipendenza finanziaria e editoriale in perpetuo si dovrà: restare un giornale di qualità nazionale senza alcuna affiliazione partitica; restare fedeli alla propria tradizione liberale; gestire l'azienda in maniera efficiente ed efficace in termini di costi".

Rilanciati i principi guida, "The Guardian" dà il via a nuove avventure: lancia il tabloid G2, contenuto nel quotidiano; compra l'Observer, il piu antico domenicale del mondo; avvia una joint venture con 'Auto trader national magazines' (una volta, la Bibbia per chi desiderasse comprare un'auto usata), di cui diventerà azionista di maggioranza (oggi non lo è più); sbarca timidamente sul web.

A preparare per venti anni la squadra per queste imprese è Peter Preston, scomparso l'8 gennaio scorso. Faccia da duro, schiena dritta e una visione chiara del tempo in cui agiva da direttore: fu lui, ricorda Alex Brunner sul Daily Mail, a gestire la pubblicazione dell'inchiesta sulle tangenti pagate dai sauditi che nel 1999 avrebbe infine condotto in carcere il ministro della Difesa Jonathan Aitken. Con Preston il Guardian arriva a vendere fino a 500.000 copie giornaliere; oggi ne vende 154.000. 

La rivoluzione digitale

La rivoluzione digitale viene guidata, invece, da Alan Rusbridger, a partire dal 1995. è con lui che si consolida il sito 'guardian.com', che conta una media mensile di 100 milioni di visitatori, e, sul cartaceo, si va verso il formato Berliner, a metà strada tra quello tradizionale e il tabloid. La direzione di Rusbridger segue la strada indicata da Preston, che aveva visto giusto nel voler rafforzare il desk internazionale: anche questa direzione dura vent'anni, che valgono al Guardian premi internazionali per la partnership con Wikileaks nel 2011 e poi il Pulitzer per la pubblicazione dei documenti diffusi dal contractor dell'intelligence americana Edward Snowden.

Rusbridger, che ha rifiutato di prendere la presidenza dello Scott Trust, lascia il posto a Katharine Viner nel 2015, in un contesto che vede anche il digitale a pagamento stentare nel produrre profitti. Il sito del Guardian mette ancora disposizione gratis i propri articoli, quasi sempre pregevoli (l'ultimo su Giulio Regeni sembrava però dettato da disprezzo verso il ricercatore più che da esigenza di verità sul ruolo di Cambridge nella vicenda).

La scelta del tabloid è obbligata dai costi della stampa, e sia Viner che lo Scott Trust sono chiamati a nuove sfide, nell'era della diffusione globale fake news tenendo bene a mente la frase di Charles Prestwich Scott: "Il commento è libero, ma i fatti sono sacri".



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