Gli ucraini del dopo 1986: basta con il "Chernobyl show" FOTO

Interviste ai giovani, tragedia da non banalizzare - Speciale: tutto sui numeri, le vittime, le opinioni del fisico del CNR e le storie di liquidatori

 

Gli ucraini del dopo 1986: basta con il "Chernobyl show"  FOTO
Chernobyl 

Kiev - C’è chi gli ha dedicato un album musicale, chi una tesi di laurea, altri un film o la prima professione nel mondo adulto. Il disastro di Chernobyl - a cui in Ucraina ci si riferisce spesso solo col termine “avaria”, “l’incidente”- nei giovani ucraini nati negli anni a ridosso della catastrofe nucleare assume forme diverse, ma è costante la convinzione che quanto accaduto non vada dimenticato. Per la popolazione delle regioni più vicine all’epicentro del disastro, avvenuto quasi al confine con la Bielorussia, Chernobyl è qualcosa di familiare, mentre l’interesse scema allontanandosi da quelle zone, spiega ad AGI Fedor Aleksandrovich, 33 anni scenografo e artista di Kiev, protagonista del documentario ‘Il complotto di Chernobyl - Il picchio russo’, che al Sundance Film, Festival ha vinto il Gran Premio della Giuria nel 2015.  La sua testimonianza, insieme a quelle di altri giovani  incontrati nella capitale ucraina, è riportata di seguito. Kiev si trova a 130 km da Chernobyl.

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Speciale Chernobyl: tutto sui numeri, le vittime, le opinioni del fisico del CNR e le storie di liquidatori
 

Fedor Aleksandrovich, 33 anni, scenografo

“Il mio interesse per quanto successo quel 26 aprile è nato a teatro, quando per uno spettacolo ho iniziato a studiare l’Holodomor (la carestia che colpì l’Ucraina dal 1929 al 1933 e ritenuta ormai un vero e proprio genocidio ordinato dal regime sovietico) e vi ho trovato una similitudine con Chernobyl: l’annientamento a tavolino di un popolo”. Il docu-film di cui è protagonista e girato dal regista Chad Gracia, ha al centro la sua ricerca ossessiva della verità sul disastro nucleare che, secondo la sua tesi, è stato ordinato dai vertici dell’Urss. Tutto, a suo dire, è legato alla inspiegabile presenza, vicino alla centrale, di un’antenna gigantesca, nata in piena Guerra fredda, e che emetteva un suono costante in bassa frequenza conosciuto come “il picchio russo”, appunto. L’obiettivo era disturbare tutte le telecomunicazioni del mondo occidentale e captare gli eventuali movimenti missilistici americani. Ma l’immensa e costosissima opera non funziona e attraverso ingegneri ed ex politici di allora, il film lascia intendere che l’ardito esperimento alla centrale che ha portato allo scoppio del reattore n° 4 sia stato voluto da qualcuno in alto a Mosca per evitare una già programmata ispezione militare che di lì a breve avrebbe potuto certificare un enorme scandalo di corruzione. 

Fedor abbandona le riprese del film dopo aver ricevuto minacce e intimidazioni da parte di chi, a suo dire, "non vuole che la verità sulle responsabilità di quella tragedia venga fuori". “Mi sono spaventato e ho capito che Chernobyl può ucciderti sia quando non la vedi, in forma di radiazione, che quando la vedi, quando arrivi a toccare documenti e persone vicine a quei fatti”. “Oggi bisogna ricordare non solo quella tragedia, ma tutta la storia del XX secolo in Ucraina, che è stata terribile. Servirebbe un tribunale di Norimberga anche per Chernobyl e per l’Holodomor, perché gli ex dirigenti sovietici non hanno mai pagato per la loro responsabilità in questi crimini.

Affinché non si ripeta, bisogna studiare la storia, i fatti; dove sono i documenti, le registrazioni? Perché non sono ancora del tutto accessibili? Finché avremo ex membri del partito comunista sovietico al potere e non davanti a un giudice o in carcere, non sapremo mai cosa è accaduto veramente”. 

Questo il trailer del film:

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Natralia Zhizhcenko, 31 anni, leader del gruppo musicale Onuka 


Il club Sentrum, a pochi passi da Maidan a Kiev è pieno di giovani. Dal palco Natalia Zhizhchenko, fondatrice del gruppo electro-folk ucraino Onuka intona il pezzo “1986” e a tutti è chiaro di cosa si sta parlando. Il concerto lancia il mini album Vidlik, che la cantante e musicista ha voluto dedicare a Chernobyl, parola a lei familiare fin da quanto aveva un anno e il papà lavorava tra i liquidatori alla centrale esplosa. “Non ho ricordi concreti di quanto avvenuto ma mio padre è andato lì  regolarmente per due anni e mi diceva che tra di loro i soccorritori chiamavano Chernobyl la guerra”. “Lui è l’unico del suo gruppo di colleghi ancora vivo, ma dopo essere stato lì per esempio non mangia il gelato neppure d’estate, dice che gli fa male la gola”. “Io ho iniziato a studiare presto l’incidente”, racconta ad AGI alla fine della sua performance. “Chernobyl è una parola che è entrata nella vita di ogni famiglia ucraina, russa e bielorussa. Quando ero a scuola non c’era ancora internet e allora ho provato a raccogliere informazioni vedendo film, documentari, leggendo libri. Il 26 aprile, ogni anno, aspettavo di vedere i programmi di approfondimento in tv”. Sapremo mai la verità su Chernobyl? “La verità è un concetto astratto qui, l’unica verità che sappiamo è che è successo e al prezzo di numerose vite umane. Solo l’Ucraina poteva essere in grado di un tale sacrificio”, dice con molto orgoglio. “Purtroppo Chernobyl è uno di quei problemi che per quanto se ne è parlato in passato, ora tra la nostra gente ha perso di interesse”.

Aleksandra Suprunchuk, 24 anni, guida al museo di Chernobyl a Kiev 

Aleksandra non era proprio nata al momento del disastro. Se non fosse stato per un’occasione di lavoro come guida turistica non avrebbe mai scoperto fino in fondo cosa è stata Chernobyl. Da tre anni fa la guida al museo a Kiev, dedicato alla catastrofe di 30 anni fa. Accompagna tra le stanze buie e piene delle storie delle vittime i bambini delle scuole elementari. “Sono tutti nati anche loro dopo Chernobyl e non tutti hanno un nonno liquidatore che possa tenere il ricordo vivo”, racconta ad AGI in una pausa tra le fitte visite che si susseguono in questi giorni. “Sanno già qualcosa, ma solo informazioni lette su internet e non sempre vere”. “Io spiego loro cosa è la radiazione, che può essere anche usata a scopi di bene come nella diagnosi e ricerca medica, dico loro che è come lo zucchero per cui una piccola dose non fa male”.

“Parliamo anche delle armi atomiche, di Hiroshima e Nagasaki e spieghiamo loro il lavoro dei liquidatori. A questo proposito i bambini associano subito questo nome al concetto di salvatori, uomini grazie ai quali oggi la zona di esclusione è di ‘solo’ 30 km e non ancora di più”. “Chernobyl è una storia che non trovi nei nostri libri di scuola, ma che continua a essere presente nella vita della gente ed è importante non dimenticarla; per questo mi spiace quando vedo tra i miei coetanei che non vi è interesse a sapere di più… tra di noi sappiamo solo che il 26 aprile 1986 c’è stato un grande incidente”. “C’è il rischio che si dimentichi, ma per fortuna ci sono posti come questo museo”.

Classe quinta, scuola n.163 di Kiev 

La classe ha appena finito la sua visita al museo di Chernobyl e i bambini saltano su e giù dal carroarmato in disuso, esposto fuori dalla sede del museo tra i mezzi usati per i soccorsi dopo l’incendio alla centrale. Maria, 9 anni: “Papà mi ha comprato un libro apposta su Chernobyl perché smentissi di fargli tante domande”, sorride. “Io so che nella Zona ci vivono gli Stalker e che c’è un video gioco fichissimo”, racconta Dima riferendosi al video game di successo omonimo lanciato nel 2007 e ambientati nella Zona di esclusione in un’atmosfera post-apocalittica e che si ispira al film di Tarkovsky, Stalker. Cosa ti è piaciuto più di tutto al museo, chiediamo a Vova: “Il carroarmato qui fuori”.

Yelizaveta Harulenko, 20 anni studentessa di sociologia all'Accademia Modigliana Kiev 

I compagni di università e gli amici chiedono spesso a Yelizaveta ‘chi te lo fa fare? dove prendi il coraggio?’. Preparando la sua tesi in sociologia sugli effetti di Chernobyl tra gli anziani tornati a vivere nella Zona di esclusione dopo l’evacuazione (i cosiddetti self settlers), questa giovane studentessa è andata a vivere con loro per diversi giorni, nel villaggio di Kupovate, a 36 km dal reattore; le è stato offerto cibo e acqua di sicuro radioattivi, ma non si è tirata indietro, si è immersa nella loro realtà e ne è uscita diversa. “Chernobyl è la storia della mia famiglia, mio padre aveva 16 anni allora e viveva a 26 km dal reattore. La sua famiglia è stata evacuata e trasferita da qui l’interesse a saperne di più”. “Quello che ho scoperto è che per questa gente, che anche prima del disastro viveva tagliata fuori dalla civiltà, Chernobyl non ha cambiato nulla, sono convinti che sopravviveranno senza problemi, che non è successo nulla di strano; è la guerra nell’est (contro i separatisti filo-russi), per esempio, a preoccuparli di più o il fatto che per la mancanza di regolari mezzi di comunicazione con i centri abitati vicini, manchi loro il pane spesso anche per 15 giorni. La mancanza di pane richiama in loro simbolicamente l’Holodomor ed è molto destabilizzante”, spiega.

"Chernobyl è stato un trauma culturale vero per la maggior parte degli ucraini, la Zona ha creato un confine psicologico che ha reso viva e tangibile la catastrofe ancora oggi, ma in Ucraina il dibatto su quanto successo non mi piace: ormai si è finito per ridurre la tragedia a un feticcio kitsch, alla minaccia radioattiva, a organizzazioni che fanno addirittura l’horror tour nella Zona; ma Chernobyl è stata e rimane una tragedia umana, una grande allegoria che riguarda l’irresponsabilità e incapacità della politica e che i giovani comprendano questo, oggi è molto importante”.

Banalizzazione del disastro, una colpa di cui si è macchiato anche il cinema Usa con il film horror del 2012 Chernobyl diaries - La mutazione ambientato proprio nella centrale nucleare.

Ecco il trailer:

(AGI)