Francia, che succede a sinistra nel dopo Hollande

La decisione del Presidente di non ricandidarsi apre la strada al premier Manuel Valls e alle ambizioni di Arnaud Montebourg

Francia, che succede a sinistra nel dopo Hollande
Francois Hollande, presidente Francia (afp) 

Roma - Sarà stata l'intervista concessa la settimana scorsa da Manuel Valls, in cui il premier francese per la prima volta non escludeva pubblicamente una sua candidatura alle primarie socialiste, o la successiva colazione di lavoro riparatrice tra i due, a convincere il presidente francese, Francois Hollande, a mettere fine alle speculazioni e annunciare che non si ripresenterà per un secondo mandato. Il discorso pubblico alla nazione di ieri sera ha scosso la Francia, ma non è stato inaspettato: il leader socialista era da tempo consapevole della sua bassa popolarità e della batosta cui probabilmente sarebbe andato incontro se si fosse presentato alle primarie, con previsioni che non lo davano più in là del 10% dei consensi. Tanto che, all'indomani dell'annuncio, un sondaggio di Harris Interactive dice che l'82% dei francesi approva la sua decisione, presa "nell'interesse della Francia, della sua unità e del suo equilibrio sociale". Una decisione che ha raccolto un sostegno trasversale: a sinistra ma anche a destra, nel centro e tra i sostenitori del Front National.

Chi guiderà i socialisti alle elezioni?

La vera domanda ora è chi, tra i socialisti, sfiderà alle urne il candidato gollista, Francois Fillon, e la leader del Front Nationl, Marine Le Pen, per scardinare quella che si prospetta come una partita tutta interna alla destra. Il favorito sembra essere l'attuale premier, che da mesi lavora alla candidatura anticipata nell'intervista al Journal du Dimanche. Secondo l'ultima analisi, Valls guida la lista dei papabili con il 24% delle preferenze (un gradimento cresciuto del 5% rispetto al 21 novembre), seguito dagli ex ministri contestatari, Arnaud Montebourg e Benoit Hamon, rispettivamente al 14% e al 6%, entrambi usciti dal governo nel 2014 in contrasto con la sua politica economica.

Chi sono i papabili

Manuel Valls, il Sarkozy della sinistra 

Alla guida del governo dal 2014, (l'ex) delfino di Hollande da tempo scalpita per lanciarsi nella corsa per l'Eliseo. Rimasto a lungo sconosciuto al grande pubblico francese, prima della rapida ascesa degli ultimi anni, ma soprattutto preso in giro dai socialisti per le sue posizioni "sarkoziste", Manuel Valls, 54enne di origine catalana, è riuscito a imporsi con una crescente popolarità tra i più apprezzati dell'intero governo del presidente socialista. Con uno stile ispirato a Tony Blair, è stato sindaco socialista di Evry dal 2001 al 2012. Consigliere speciale di Hollande nella campagna presidenziale del 2012, è stato nominato ministro degli Interni due anni più tardi. Ambizioso, senza farne mistero, Valls ha dato una chiara impronta filoliberista al suo esecutivo, non solo in materia di economia, ma anche di sicurezza, riscuotendo critiche, ma anche tanti consensi dopo le recenti stragi compiute a Parigi. 

In attesa da mesi di questo momento, che ha favorito con una pressione discreta ma continua, Valls dovrà dimettersi, aprendo probabilmente la strada per l'arrivo di Bernard Cazeneuve a Matignon sede del governo francese. Ma non vuole affrettarsi, preferendo preparare l'annuncio della discesa in campo nelle migliori delle condizioni. La prima occasione pubblica sarà sabato al convegno della Bella Alleanza Popolare (Bap), dove Valls è atteso per la chiusura dei lavori. Dopo l'annuncio di Hollande, ha concesso al presidente l'onore delle armi definendo la sua "una scelta difficile, matura, seria, da uomo di Stato", esprimendo "emozione, rispetto, lealtà, affetto" e riconoscendo "il coraggio, la compostezza, un grande leader che è stato in grado di affrontare prove dolorose per la Francia". 

Da parte sua, Hollande, nel discorso giovedì sera, non ha dato alcuna investitura ufficiale, promettendo di continuare a occupasrsi esclusivamente della guida del Paese. ha citato i due governi che si sono succeduti, ma senza entrare nel merito. La mancata benedizione presidenziale non è necessariamente un male: anche se gli avrebbe dato legittimità per il ruolo istituzionale di Hollande, la debolezza del presidente si sarebbe riverberata su di lui che già soffre per aver guidato un esecutivo voluto da un uomo in crollo di consensi. Il premier è finora l'unico esponente della 'sinistra di governo' che intende presentarsi alle primarie socialiste.

Arnaud Montebourg

Ex ministro dell'Economia nel primo governo Valls, uscito per forti contrasti con la politica filoliberista del premier, il socialista Montebourg si presenta come il campione della classe media e operaia. Volto noto sui magazine d'Oltralpe, ritratto come lo strenuo difensore del Made in France, ha alle spalle diverse vite: avvocato, deputato e infine imprenditore, dagli anni '90 a oggi ha attraversato la vita politica ed economica del Paese. Eletto per la prima volta nel 1997, già da qualche anno si era fatto un nome come legale. Tra i suoi casi più celebri, la 'cacciata' di Alain Juppé da un appartamento del Comune di Parigi, affittato a un prezzo irrisorio. Dopo aver lasciato l'esecutivo Valls nell'agosto 2014, si lancia nel mondo del business, crea Les Equipes du Made in France, una società che sostiene e promuove la creazione e l'operato di imprese francesi.

Figlio della scuola socialista classica, uno dei suoi cavalli di battaglia è il rilancio della produzione francese: nel 2012, allora ministro dell'Economia, si battè per la sopravvivenza del centro siderurgico di Florange, nel dipartimento della Mosella, arrivando a proporne una nazionalizzazione temporanea. Una propostra che non piacque al premier Jean-Marc Ayrault, che alla fine però si schierò a favore di un accordo con ArcelorMittal, proprietario del sito. La sua ricetta per il futuro del Paese passa per il sostegno alle Pmi, alle quali propone di attribuire l'80% degli appalti pubblici per un periodo di 8 anni, il tempo necessario perché la Francia "si reindustrializzi". Quanto alle riforme istituzionali, vorrebbe ridurre il numero dei deputati da 577 a 350, di cui 50 eletti con il sistema proporzionale, e i senatori da 348 a 200. Tra le proposte, anche l'elezione a suffragio universale in ogni regione di un commissario incaricato della riduzione della disoccupazione e per la formazione professionale. 

 

 

Le primarie socialiste non sono un'esperienza nuova per Montebourg, che già nel 2011 aveva sfidato il gotha del partito, concludendo con un onorevole terzo posto (17,2%), dietro Francois Hollande e Martine Aubry, ma con un notevole distacco su Segolene Royal (6,9%) e lo stesso Manuel Valls (5,6%). Con Hollande i rapporti non sono mai stati eccellenti: non piacque al leader socialista la battuta a favor di telecamere pronunciata nel 2007, quando dichiarò che "Segolene Royal non ha che un difetto, il suo compagno". 

Benoit Hamon

L'offensiva è partita: l'ex ministro dell'Istruzione, che insieme a Montebourg rappresenta la parte più a sinistra del partito, ossia la fronda interna che ha sempre mal digerito Valls, ha già aperto le ostilità. Annunciando la sua candidatura alle primarie socialiste, ha attaccato il premier, che "oggi non riesce a incarnare il futuro della sinistra". "Alle primarie della destra - ha sottolineato - hanno scelto una destra totale: penso che dobbiamo incarnare una sinistra totale, non radicale, ma che aspiri a governare, a trasformare profondamente la società. Mi sembra che oggi Manuel Valls non posso essere la risposta". 

 

 

La scadenza per partecipare alle primarie è il 15 dicembre, per allora si saprà per certa la lista di candidati. In tanti si chiedono cosa faranno Martine Aubry, battuta da Hollande alle ultime primarie e acerrima nemica di Valls, Christiane Taubira che al premier si è sempre opposta, e la stessa Segolene Royal. Hanno già annunciato l'intenzione di correre anche Marie-Noelle Lienemann, il sindacalista Gérard Filoche, gli ecologisti Jean-Luc Bennahmias e François de Rugy e Pierre Larrouturou, espressione del movimento 'Nouvelle Donne'.

I candidati indipendenti

Emmanuel Macron, ex ministro dell'Economia francese, giovanissima promessa della politica, ad aprile, in tempi già sospetti, ha fondato il proprio movimento politico 'En Marche' (In Marcia), lanciando un chiaro segnale al partito e all'Eliseo. Em, che richiama nella sigla anche le sue iniziali, è una formazione "nè di destra nè di sinistra", come ha voluto puntualizzare presentandolo, e la cui ragione d'essere è  fornire "nuove idee" al Paese per innescare un cambiamento. Giovane, ambizioso, ex banchiere d'affari mai entrato in Parlamento, in origine simpatizzante socialista, è divenuto nel 2009 un indipendente, ma senza rivelarlo pubblicamente fino al 2015. Molto presente sulla stampa e in televisione, il 38enne Macron raccoglie consensi anche in campo conservatore, mentre tra i progressisti non gode di grande popolarità a causa della sua ostilità per alcuni tradizionali capisaldi della sinistra, dalle 35 ore al posto garantito nel pubblico impiego, che ha in varie occasioni liquidato alla stregua di meri "tabù". Tra i promotori della riforma del lavoro che ha scatenato scioperi generali e manifestazioni di protesta, è definito sprezzantemente da alcuni avversari un "social-liberale".

Jean-Luc Mélenchon, eurdeputato, ex membro del Paritto socialista da cui è uscito nel 2008 per creare una nuova formazione, è stato il candidato all'Eliseo alle ultime presidenziali per un fronte della sinistra che ha coinvolto anche i comunisti, arrivando quarto con l'11% delle preferenze. Per la sua campagna di comunicazione, che strizza apertamento l'occhio ai nativi digitali, con una presenza costante sui social media e l'utilizzo di You Tube, blog e Snapchat, è stato definito il Bernie Sanders francese. Nel suo programma "L'avvenire in comune", ci sono proposte radicali per conquistare il consenso dei giovani, dal diritto di voto a 16 anni, alla creazione di un assegno di autonomia per i 18-25 anni per tre anni, fino al servizio civile obbligatori per nove mesi.

Le ultime rilevazioni

Un sondaggio Odoxa, pubblicato due giorni fa da Franceinfo, prima che Hollande annunciasse il suo ritiro dalla mischia, dava Valls come candidato migliore per la sinistra rispetto all'attuale presidente. Un risultato chiaro sia che a rispondere siano i francesi (74% favorevoli al premier contro 22% per Hollande), sia che si considerino solo i simpatizzanti di sinistra, socialisti compresi (68%). Quanto all'obbligo delle dimissioni in caso di candidatura alle primarie non c'è unanimità: il 47% lo considera un passaggio obbligato mentre per il 51% potrebbe restare in carica.

Nelle ultime rilevazioni, la prevalenza di Valls viene mantenuta anche nei confronti dei probabili sfidanti: secondo un'analisi diffusa dalla Bva il 15 novembre scorso, Hollande era dato in netto svantaggio rispetto a Montebourg, senza Valls in gara: il presidente avrebbe infatti perso al secondo turno delle primarie contro l'ex ministro dell'Economia, 48% a 52%. Se fosse però il premier a candidarsi, invece di Hollande (scenario divenuto il più probabile), vincerebbe 57% a 43% contro Montebourg

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