"Licenziata perché indossa velo", corte Ue condanna azienda

Una donna ingegnere era stata mandata via dalla francese Micropole perché si era rfiutata di scoprirsi il capo per non "imbarazzare" un cliente

"Licenziata perché indossa velo", corte Ue condanna azienda
 Velo islamico lavoro

Bruxelles - Licenziare una lavoratrice perche' indossa un velo islamico rappresenta "una discriminazione diretta illegittima". Lo ha stabilito nelle sue conclusioni su un caso avvenuto in Francia l'avvocato generale della Corte europea di giustizia, Eleanor Sharpston. Il caso riguarda la signora Asma Bougnaoui, di religione musulmana e assunta come ingegnere progettista dalla societa' di consulenza informatica Micropole nel 2008. La signora indossava, a volte, un velo islamico che le copriva il capo, lasciandole il viso scoperto. Secondo la societa', pero' questa abitudine avrebbe "messo in imbarazzo" un cliente, che ha quindi chiesto di non indossarlo piu' nei successivi incontri. Al rifiuto della dipendente, la societa' ha deciso di licenziarla nel 2009, giustificando la decisione con il fatto che "il suo rifiuto di togliere il velo rendeva impossibile lo svolgimento delle sue mansioni in rappresentanza dell'impresa".

La Corte di cassazione francese, dinanzi alla quale pende il ricorso dell'ex dipendente, ha chiesto alla Corte di giustizia se il requisito di non indossare un velo islamico in occasione della prestazione di servizi di consulenza informatica ai clienti possa essere considerato un "requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell'attivita' lavorativa" e non vi si applichi pertanto il divieto di discriminazione in base alla religione o alle convinzioni personali di cui alla direttiva 2000/78. Oggi l'avvocato generale ha in particolare sottolineato che "nulla suggerisce che la sig.ra Bougnaoui non fosse in grado di eseguire i suoi compiti di ingegnere progettista per via del velo islamico. In effetti, la lettera di licenziamento della Micropole faceva espressamente riferimento alla sua competenza professionale" e conclude che il suo licenziamento "costituisce una discriminazione diretta e che nessuna delle deroghe previste dalla direttiva trova applicazione". (AGI)