Le mire di Erdogan nel Mediterraneo orientale

L'intervento in suolo africano è solo l'ultimo movimento del presidente turco per allargare la sua sfera d'influenza lontano da Ankara

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ADEM ALTAN / AFP
Recep Tayyp Erdogan

La mozione del Parlamento di Ankara, che autorizza l'invio di truppe in Libia, rappresenta un tassello dei movimenti del presidente turco Recep Tayyip Erdogan per allargare la sua sfera di influenza nel Mediterraneo orientale. Si tratta del primo intervento militare turco in un Paese non limitrofo dall'invasione di Cipro nel 1974: da allora, i soldati turchi hanno combattuto in forma sporadica nel nord dell'Iraq contro la guerriglia curda e, dal 2016, nel nord della Siria.

La Turchia è schierata a fianco del governo di Accordo nazionale, creato nel 2015 e guidato dal premier Fayez al-Serraj e riconosciuto dall'Onu. Erdogan deve fronteggiare l'asse formato da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati arabi uniti, Paesi che appoggiano tutti il generale Khalifa Haftar. Obiettivo dichiarato della missione è frenare l'offensiva delle milizie del generale ribelle, uomo forte della Cirenaica, ed evitare la caduta di Tripoli schierando una potenza militare, che è il secondo maggior esercito della Nato (477 mila uomini con fregate, cacciabombardieri, blindati, droni).

La Turchia è lontana oltre 1300 chilometri dalle coste di Tripoli: i 240 caccia F-16 turchi non possono dunque compiere voli di combattimento in Libia; dovrebbero decollare da una base in un Paese africano, il che aumenta la vulnerabilità della missione. Ankara dispone comunque anche di portaerei.

L'ASSE DEI FRATELLI MUSULMANI

Nello scacchiere del Vicino Oriente si sono cristallizzati due blocchi: quello che perseguita il movimento dei Fratelli Musulmani (sebbene includa regimi islamisti) e quello che lo sostiene. Il primo è guidato da Egitto e Arabia Saudita. Nell'altro ci sono il Qatar, la Turchia e, dalle elezioni dello scorso ottobre, la Tunisia.

La visita a sorpresa di Erdogan a Tunisi, a Natale, è stato un ulteriore passo per ricostruire l'asse da contrapporre a Riad e al Cairo. Dopo aver incontrato il presidente tunisino, Kais Saied, Erdogan ha detto che cercava una collaborazione per "stabilizzare la Libia". 

IL GAS DEL MEDITERRANEO

Pochi giorni prima di approvare il primo memorandum di collaborazione militare con la Libia, il mese scorso, il Parlamento turco ha approvato un accordo con la Libia che stabilisce i limiti della zona economica esclusiva tra i due Paesi: una trentina di chilometri nel Mediterraneo, a sud-est di Creta, ma l'accordo rivela formalmente le aspirazioni di Ankara, che preoccupano Grecia e Cipro.

Da un lato, la Turchia cerca di garantirsi l'accesso a parte dei giacimenti di gas naturale nel mare di Cipro, dall'altro cerca di impedire lo sviluppo di infrastrutture che portino il gas cipriota e israeliano in Europa, perché ha progetti che competono per lo stesso mercato.

È stato firmato ad Atene un accordo per la posa del metanodotto sottomarino EastMed, che collegherà le riserve di gas di Israele con Cipro, Grecia e Italia. Ankara è interessata al fatto che i tubi nel suo territorio facciano parte di un corridoio chiave per l'approvvigionamento energetico del ricco mercato europeo, cosa che ieri il vicepresidente turco Fuat Oktay ha ben chiarito: "Abbiamo fatto un grande passo avanti per diventare un importante corridoio energetico", ha detto in un'intervista all'agenzia Anadolou.

E in questo contesto, ha ricordato il piano per collegare i gasdotti Trans-Anatolico (Tanap) e Trans-Adriatico (Tap), nonché il prolungamento del Turkstream verso l'Europa, che sarà inaugurato il prossimo 8 gennaio da Erdogan e dal presidente russo Vladimir Putin.

In questa lotta geopolitica, la Turchia è interessata ad avere un partner a Tripoli che possa sostenere le sue posizioni. La vicinanza ideologica del nuovo governo tunisino potrebbe aver convinto il presidente turco che e' possibile formare questo asse. Ma se Haftar prende il potere in Libia, la Turchia dovrà ridurre i suoi sogni di potenza geopolitica nel Mediterraneo. 



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