Una startup insegna la programmazione ai 'dreamers' rimpatriati in Messico

Ironia della sorte, molti potrebbero trovare lavoro presso le sedi messicane delle grandi aziende Usa

Una startup insegna la programmazione ai 'dreamers' rimpatriati in Messico

Sono in ventidue, parlano bene inglese e le loro storie si assomigliano un po’ tutte. Ora studiano per diventare programmatori informatici, e lo fanno a Città del Messico, in una scuola che si chiama hola<code>. Fino a poco tempo fa, invece, vivevano oltre il confine, negli Stati Uniti, dove erano arrivati da bambini accompagnati da genitori senza documenti.

 

La Silicon Valley messicana

Per loro il ritorno nel paese d’origine è stata l’unica soluzione: alcuni sono stati espulsi, altri se ne sono andati prima che venissero costretti a farlo. Chi studia in questa scuola che in realtà è una start-up tecnologica sogna di lavorare nel mondo dell’informatica.

hola<code> è un “campo d’addestramento di cinque mesi - si legge sul sito -, un’impresa sociale la cui missione è promuovere l’accesso all’alta domanda di lavoro dei giovani che sono tornati in Messico dagli Usa”.

Venti settimane, tre fasi di lavoro (preparazione, immersione, perfezionamento) organizzate su sei giorni alla settimana. Il programma di hola<code> è “piuttosto intenso”, come recita il sito. Non si scherza, in effetti: gli orari oscillano tra le dieci e le tredici ore al giorno, ma oltre alla formazione in campo informatico ci sono una serie di altre attività, dallo sport alla danza, fino allo yoga. “I nostri studenti diventano persone in grado di riconoscere e risolvere ogni problema complesso, una capacità che li porterà ad avere migliori carriere lavorative e quindi vite di più alto livello”.

Essere pagati per studiare

“No, non cercatevi un lavoretto part-time”. Per quei cinque mesi di full-immersion, hola<code> suggerisce di concentrarsi sui corsi. Come me li pago i corsi? Semplice, non servono soldi perché non ci sono costi di iscrizione. E come mi mantengo? “I tre pasti al giorno vengono forniti dalla start-up”. No problem anche per le piccole spese extra: hola<code> garantisce ai suoi studenti uno stipendio da 250 dollari al mese, spiega il Wall Street Journal.

Soltanto quando avranno trovato un impiego, i ragazzi che escono da questo laboratorio pagheranno i corsi seguiti e restituiranno i soldi ottenuti. È un investimento sul futuro e un circolo virtuoso: il meccanismo infatti è basato sul fatto che chi ha trovato lavoro grazie a hola<code> sarà la fonte di sostentamento dei nuovi studenti.

Scherzo del destino, i programmatori potrebbero finire impiegati nelle sedi messicane di alcune società statunitensi, come per esempio Wizeline, quartier generale a San Francisco ma 330 lavoratori a Guadalajara. Quattro milioni di abitanti, capitale dello stato di Jalisca, questa città è chiamata ‘la Silicon Valley del Messico’, anche se dalla California e da Palo Alto dista tremila chilometri. Qui c’è anche una sede di Rever, una start-up nata a Menlo Park tre anni fa da ex dipendenti Apple, Google e Airbus, ad esempio. Ma in generale, a Guadalajara, nel settore tech lavorano qualcosa come 115 mila persone.

Visti (quasi) impossibili e Daca a rischio

“Un numero sempre crescente di società americane, tra cui Oracle, Amazon e diverse start-up, assumono in Messico”, scrive il Wall Street Journal. Il motivo è semplice: “Queste aziende soffrono una perenne carenza di ingegneri del software, e se finora la soluzione era cercare lavoratori stranieri, questa strada è sempre meno percorribile perché gli Stati Uniti stanno scoraggiando l’immigrazione e hanno reso più difficile ottenere l’H-1B, il visto per i lavoratori specializzati in ambito IT e tecnologia”.

Per non parlare dell’ipotesi abolizione del Deferred Action for Childhood Arrivals, il famoso Daca che il presidente statunitense Donald Trump vuole cancellare costringendo centinaia di migliaia di ragazzi stranieri a tornare nel proprio paese d’origine. Se ne parla da settembre, ancora non si è arrivati a una soluzione definitiva anche se proprio lo scorso 5 marzo sono scaduti i sei mesi che l’inquilino della Casa Bianca aveva dato al Congresso per trovare una soluzione per questi giovani figli di immigrati senza documenti.



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