Ecco perché i colossi del Web puntano su Londra

Migliaia di assunzioni e miliardi di investimenti. Da Amazon a Facebook, i 'Big Tech' scommettono sulla Brexit

Ecco perché i colossi del Web puntano su Londra
 Facebook e Google logo (Afp)

di Francesco Russo @cicciorusso_agi

Roma - Nei giorni precedenti il referendum sulla Brexit, le principali testate, schierate in prevalenza per il 'Remain', avevano paventato una fuga di investitori dal Regno Unito in caso di divorzio da Bruxelles. Che fine avrebbero fatto, ad esempio - si domandavano alcuni articolisti - i 2.500 nuovi posti di lavoro che Amazon aveva annunciato a marzo in Gran Bretagna? Il 7 luglio, due settimane dopo la vittoria dei 'Leave', la compagnia guidata da Jeff Bezos comunicò l'assunzione di altre mille risorse tra Manchester, Londra, Cambridge, Edimburgo e Leicestershire. Totale: 3.500 nuovi posti di lavoro che faranno salire a 15.500 il personale di Amazon nel Paese. Non sarebbe rimasta un'eccezione.

Chi scommette sulla City
A fine settembre Apple annunciò il trasferimento della sede nell'iconica centrale elettrica abbandonata di Battersea (celebre per i suoi quattro comignoli art deco'), dove lavoreranno 1.400 degli oltre 6.500 addetti che il colosso di Cupertino impiega nel Regno Unito. Otto miliardi di sterline il costo dell'investimento. Il neo Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, parlò di "un altro voto di fiducia nell'economia britannica". E non certo l'ultimo a giungere dal mondo del 'big tech'. E' di appena una settimana fa l'annuncio dell'espansione del quartier generale londinese di Google, un ampliamento finalizzato ad allargare il personale a 3mila nuovi assunti entro il 2018. Oggi è stato il turno di un altro titano della Silicon Valley: Facebook, il cui vicepresidente per l'area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa), Nicola Mendelsohn, ha annunciato oggi la creazione di 500 nuovi posti di lavoro in quella che sarà la nuova sede londinese del social network (che controlla, a sua volta, pezzi da novanta come WhatsApp e Instagram). Considerando che al momento il gruppo di Mark Zuckerberg ha solo mille dipendenti nella capitale albionica, si parla di un aumento del personale del 50%. "Londra è assolutamente un hub globale per la tecnologia", ha dichiarato Mendelsohn durante una conferenza della Cbi, la Confindustria inglese, "è un posto dove, francamente, i nostri ingegneri vogliono venire a lavorare". Londra è una delle città più cosmopolite del mondo e Facebook, nella sua sede locale, impiega persone di 65 nazionalità diverse.

Che cosa hanno in comune Trump e la Commissione Europea

  • Il pugno duro di 'The Donald'. Ma non è certo questa la ragione principale per il quale i colossi di internet hanno tutta l'intenzione di rafforzare il ruolo di Londra come una delle capitali mondiali della tecnologia. I motivi più rilevanti (e che hanno portato sia Cupertino sia Menlo Park a due importanti annunci in tempi così ristretti) sembrano essere altri: l'elezione di Donald Trump e la stretta regolamentare in corso in Europa. L'ostilità dell'industria di internet alla candidatura alla Casa Bianca dell'immobiliarista newyorchese era stata palese sin dalla sua discesa in campo, quando Bezos (poi uno dei primi top manager a fargli i complimenti su Twitter il giorno dopo le elezioni) ribadì la sua intenzione di "mandarlo nello spazio". La campagna elettorale Usa è stata giocata più sui diritti civili e le questioni identitarie che sulla politica economica, scelta poi rivelatasi fatale per i Democratici. Naturale che gli ad delle maggiori società tecnologiche, quasi all'unanimità di orientamento progressista, dessero il loro 'endorsement' a Hillary Clinton. Parliamo di un settore che due anni fa vide il numero uno di Mozilla, Brendan Eich, costretto a dimettersi perché era stato scoperto che, alcuni anni prima, aveva donato mille dollari alla campagna per il 'no' al referendum sui matrimoni gay in California. Così come è noto l'appoggio di Zuckerberg al movimento "Black Lives Matter", nato soprattutto grazie ai social network. La radice principale dell'anti-trumpismo della Silicon Valley è però, come ovvio, di matrice economica. Per quanto sia difficile capire quanto del programma elettorale di Trump verrà attuato, quel che è sicuro è che le grandi aziende del digital sono quelle che rischiano più grosso e che meglio vedrebbero la proposta di secessione della California della quale si discute tanto, tra il serio e il faceto, in questi giorni. Prima di tutto, Trump ha promesso pugno duro contro le società che approfittano un po' troppo di quella che viene definita, con un eufemismo, "ottimizzazione fiscale", ovvero la pratica di spostare la sede fiscale in una nazione compiacente, che consenta magari di pagare la maggior parte delle tasse alle Bahamas o alle Cayman.
  • L'intransigenza contabile della Ue. La patria d'elezione dei signori della rete divenne presto Dublino, che consentiva tali disinvolte pratiche grazie alla famigerata triangolazione contabile denominata 'Double Irish with Dutch Sandwich'. In tempi di austerità obtorto collo, avere un paradiso fiscale di fatto nel cuore della Ue non è molto sostenibile dal punto di vista politico. Lo scorso 30 agosto la Commissione Europea scelse quindi la linea dell'intransigenza ingiungendo ad Apple di risarcire l'Irlanda con 13 miliardi di euro, più gli interessi, per aver beneficiato di un accordo fiscale illegittimo, che consentiva all'azienda di pagare un'aliquota dello 0,005% invece del normale 12,5%. Questo mese abbiamo invece assistito a un nuovo episodio della lunga diatriba tra l'Antitrust Ue e Google, accusata di abuso di posizione dominante. E, se la tensione sale sia a Washington che a Bruxelles, rimane un solo cavallo su cui puntare: Londra. 

Londra apre alle agevolazioni fiscali
Tutti danno per scontato che il Regno Unito, che non ha problemi di "zerovirgola", abbasserà le tasse sugli utili delle imprese per rilanciarsi una volta uscita dal mercato comune. A rendere Londra un luogo attraente per gli investimenti 'Big Tech' è quindi soprattutto la prospettiva di poter continuare a contare su un trattamento fiscale favorevole. Sembra esserne pienamente conscia la premier Theresa May, la quale, durante la stessa conferenza della Cbi, ha espresso l'intento di trasformare Londra nella terra promessa di "scienziati, innovatori e investitori in tecnologia" e promesso nuovi fondi per ricerca e sviluppo, nonché di chiudere subito un "accordo provvisorio" sullo status dei cittadini comunitari che lavorano nel Regno Unito. La promessa di una stretta sull'immigrazione che aveva spinto diversi elettori a esprimersi per il 'Leave' non sembra quindi destinata ad arrivare, se non in maniera assai diluita. "Il movimento di talento è qualcosa che, come ovvio, conta", ha sottolineato oggi Mendelsohn, affermando che fosse "troppo presto" per stabilire gli effetti della Brexit. "La vibrante scena tecnologica di Londra è l'invidia d'Europa", le ha fatto eco durante il convegno di oggi il sindaco di Londra, Sadiq Khan, "il continuo impegno di Facebook è un altro segno che Londra è aperta al talento, all'innovazione e all'imprenditorialita' da tutti i quattro angoli del mondo; la forza di Londra come hub tecnologico continua a crescere". "Per il genere di cose complesse delle quali ci occupiamo, abbiamo bisogno di mettere insieme persone che provengono da molte discipline, con molti diversi background, per risolvere i problemi", ha invece spiegato in un'intervista alla Bbc l'ad di Google, Sundar Pichai che si è "detto preoccupato" dalla possibilità che la Gran Bretagna ponga limiti eccessivi all'immigrazione di personale qualificato. Di contro, se Trump attuasse per intero il suo programma protezionista, accompagnandolo con una drastica stretta sull'immigrazione, appariranno in tutta la loro chiarezza i motivi per cui, nelle sedute successive alla sua vittoria, i titoli che andavano peggio in borsa erano quelli di Facebook, Amazon e compagnia. L'assunzione di risorse altamente specializzate dai Paesi più disparati è infatti stata tra le dinamo principali dell'irrefrenabile espansione della California del digitale. Inoltre le stesse grandi aziende digitali fanno un ampio ricorso all'outsourcing, ovvero all'esternalizzazione di attività, altro punto sul quale Trump intende imprimere un giro di vite. Dal momento che un approccio più morbido sull'immigrazione darebbe più chance al Regno Unito di spiccare un'intesa che gli consenta di mantenere un piede nel mercato unico europeo (la famosa "Soft Brexit"), il governo May avrà ulteriori buoni motivi per mostrarsi flessibile su questo fronte. Con buona pace di chi aveva votato 'Leave' per antipatia nei confronti del vicino di casa polacco. 

Per approfondire:
Sundar Pichai alla Bbc: www.bbc.com/news/business-37994344