YUAN: RECORD SU DOLLARO, POI DISCESA

Pechino, 27 lug.- Lo yuan ha toccato oggi un nuovo massimo storico sul dollaro per poi perdere lievemente quota, mentre dall'estero si continuano a chiedere ulteriori apprezzamenti della moneta cinese, nonostante le resistenze di Pechino.

 

 

 

Il tasso di cambio dello yuan-renminbi viene determinato all'interno di una banda di oscillazione fissata di volta in volta dal governo: la Banca centrale di Pechino ha fissato mercoledì la parità centrale dollaro-yuan a quota 6.4426, ancora più in basso rispetto al 6.4470 di ieri, martedì, segnando così il quinto punto più alto negli ultimi sei giorni di contrattazione.  In tarda mattinata, ora locale, la moneta cinese era stata scambiata a 6.4375, il record assoluto sul biglietto verde. Nel corso della giornata il dollaro ha poi lievemente riguadagnato terreno.

Le cause del primato sono evidenti: se da un lato c'è il record nella banda di oscillazione decisa da People's Bank of China, dall'altro il dollaro sconta la sua debolezza, dovuta al mancato accordo al Congresso sul tema chiave dell'innalzamento del tetto al debito pubblico americano.

 

 

 

Nel solo mese di luglio la moneta cinese si è apprezzata sul dollaro dello 0.3%, e del 2.3% dall'inizio dell'anno. I dati ufficiali di Pechino mostrano anche un apprezzamento del 6% dal giugno 2010, quando la Cina disancorò la sua moneta dal dollaro, una manovra che era stata adottata nel luglio del 2008 per proteggere lo yuan dalle intemperie della crisi finanziaria globale.

 

 

 

Da tempo le economie mature, e Washington in particolare, accusano Pechino di mantenere lo yuan al di sotto del suo valore effettivo per ottenere un vantaggio sleale negli scambi con l'estero: nel suo ultimo rapporto che risale esattamente a una settimana fa, ad esempio, il Fondo Monetario Internazionale sosteneva che la moneta cinese fosse sottovalutata tra il 3% e il 23% rispetto a un paniere composto da diverse divise internazionali. "I controlli sul tasso di cambio stanno rallentando le riforme che potrebbero rendere il sistema finanziario cinese più flessibile ed efficiente. Uno yuan più forte - si leggeva nel dossier- "costituisce un fattore chiave per accelerare la trasformazione del modello cinese di crescita economica". Una versione alla quale si è opposto lo stesso  rappresentante cinese nel board dell'FMI He Jianxiong, che in una relazione di minoranza acclusa al rapporto ha sostenuto invece che dal 2005 lo yuan si è apprezzato del 21% in termini reali, e che gli oltre 3mila miliardi di dollari accumulati da Pechino in riserve di valuta estera sono da attribuire soprattutto ai bassi tassi d'interesse registrati in Europa e negli Stati Uniti, che avrebbero dirottato ingenti capitali verso le economie emergenti. 

 

 

 

E anche i media cinesi respingono con forza al mittente le lamentele sull'apprezzamento dello yuan: in un lungo articolo apparso sul National Finance News, Sun Lijian,  vicerettore della Facoltà di Economia dell'Università Fudan - una delle più prestigiose della Cina - ricorda come il Vietnam, che nel 2007 cedette alle richieste americane di apprezzamento della valuta nazionale, si trovò successivamente ad affrontare una crisi economica. "Il Fondo Monetario Internazionale dovrebbe rivolgere maggiore attenzione ai bassi tassi d'interesse delle nazioni europee - conclude il vicerettore della Fudan - e chiedere agli Stati Uniti di bloccare la loro politica di alleggerimento quantitativo il più presto possibile".

Ma di fatto Pechino si trova a dover bilanciare tra due diverse esigenze: se da un lato lo yuan più forte consentirebbe di contrastare la forte inflazione - che a giugno ha conseguito l'aumento record del 6.4% -, dall'altro un apprezzamento eccessivo potrebbe effettivamente avere impatti sulle esportazioni, sull'occupazione e sulla crescita economica.

 

 

 

Nel frattempo, la questione valutaria si ripercuote su vari aspetti della vita economica della nazione: la SAFE, l'authority forex di Pechino, ha reso noto ieri che tanto le società che i singoli investitori cinesi sono ormai riluttanti a detenere troppa valuta straniera, a causa delle aspettative su un ulteriore rivalutazione dello yuan. La stessa SAFE, secondo quanto riporta il quotidiano Shanghai Securities News, avrebbe inoltre ordinato alle banche di intensificare i controlli sulle società straniere in Cina, al fine di evitare gli afflussi di quei capitali speculativi dall'estero che - nello scommettere sul rafforzamento dello yuan - rischiano di alimentare ancora di più l'inflazione.

 

 

 

Uno yuan troppo forte significa rallentamento della crescita, ma uno yuan troppo debole aumenta il costo della vita: la leadership di Pechino naviga tra i due estremi alla ricerca dell'equilibrio.

 

 

di Antonio Talia

 

 

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