Yuan più forte? Gli Usa perdono 400mila posti

Lo scontro Usa-Cina sulla "manipolazione" del cambio da parte di Pechino per avvantaggiare il proprio export è stato per ora rinviato, ma la tensione fra Washington e Pechino resta alta. Al Congresso prudono le mani per imporre restrizioni all'"invasione" delle importazioni cinesi (nel 2004 erano il 13% dell'import totale Usa, nel 2009 sono balzate quasi al 20). L'alta disoccupazione e le elezioni di novembre possono essere la scintilla che le fa scattare. La vicenda ricorda gli attacchi al Giappone, allora potenza economica nascente, negli anni 80 e può avvelenare i rapporti bilaterali per anni.
La maggior parte degli economisti concorda che lo yuan è oggi sottovalutato, anche se sull'entità le stime variano. Una rivalutazione del cambio da parte di Pechino porterebbe certamente con sé un effetto "keynesiano" di miglioramento della bilancia commerciale Usa-Cina (le merci Usa diventano più competitive, quelle cinesi di meno) e dell'occupazione americana. Ma il mondo non è più quello dei libri di testo. Oggi, molta parte dell'import americano dalla Cina è di componenti e semilavorati: la catena globale della produzione ha portato molti produttori Usa, compresi molti esportatori, a utilizzare fornitori cinesi (oltre che a delocalizzare in Cina). Ogni misura che colpisca l'import dalla Cina, sia essa sotto forma di rivalutazione del cambio o di dazi, aumenta i costi per queste imprese americane, comprese quelle più votate all'export. Nel mondo pre-global supply chain, l'aggiustamento sarebbe avvenuto sull'import americano; ora peserebbe, in misura dominante, sulla competitività delle imprese Usa.
Una simulazione condotta da Joseph François (per un e-book sui rapporti economici Usa-Cina pubblicato dal Centre for Economic Policy Research di Londra e dal sito vox.eu) mostra che una rivalutazione dello yuan del 10%, considerata da molti economisti Usa come un primo passo ragionevole, migliorerebbe la bilancia commerciale bilaterale di 111 miliardi di dollari, anche se non sarebbe sufficiente a riequilibrarla, ma porterebbe alla distruzione di oltre 400mila posti di lavoro negli Stati Uniti. Ancora peggiore sarebbe l'effetto di una guerra commerciale che potrebbe scatenarsi se Washington non riuscisse a convincere Pechino a rivalutare. L'imposizione di dazi del 10% sull'import dalla Cina, cui facesse riscontro un'analoga sanzione cinese sull'export americano, produrrebbe un effetto simile sulla bilancia commerciale, ma sarebbe devastante per l'occupazione negli Usa, distruggendo quasi un milione di posti di lavoro. Insomma, la demonizzazione della Cina, "killer" della manodopera americana, avrebbe come conseguenza perversa misure che danno una spinta alla disoccupazione negli Usa.
Nell'estate, andando verso le elezioni di mid-term, la temperatura della politica Usa è destinata a salire. Il rapporto con la Cina rischia di esserne una vittima. Ma a Washington faranno bene a ricordare che a essere colpite dal fuoco amico sarebbero anche molte imprese americane.
www.ilsole24ore.com/economia
Online «Mercati e mercanti» di Alessandro Merli

21/04/2010