YUAN DA RECORD, MA WASHINGTON DISCUTE SANZIONI

Pechino, 16 set.- Lo yuan continua a macinare primati su primati mentre nelle stesse ore, dall'altra parte del Pacifico, si discute su eventuali tariffe da applicare all'importazione di prodotti cinesi: Pechino ha fissato oggi il tasso di parità centrale dello yuan – il punto mediano della banda entro la quale consente alla sua moneta di oscillare – a quota 6.7181. Si tratta del livello più alto da quando nel giugno scorso la divisa cinese ha abbandonato l'ancoraggio al dollaro, un livello che abbatte i record di venerdì, lunedì e martedì, pari rispettivamente 6.7625, 6.7509, 6.7378). Sono mosse che vengono seguite con estrema attenzione a Washington: nel pomeriggio di oggi, mattina ora locale, il segretario del Tesoro USA Timothy Geithner dovrebbe presentare al Congresso la posizione ufficiale dell'amministrazione Obama sul tema e ascolterà per il secondo giorno le opinioni di un agguerrito gruppo bipartisan di parlamentari che premono per ottenere provvedimenti più duri sul dossier yuan.


"Di tutte le pratiche commerciali sleali che hanno condotto alla perdita di posti di lavoro nel mio distretto e nel Midwest, quella esercitata dalla Cina sulla sua valuta è tra le peggiori" ha detto ieri il membro del Congresso Jon Boccieri, un democratico dell'Ohio secondo il quale lo yuan debole avrebbe cancellato tra il milione e mezzo e i tre milioni di posizioni lavorative nel settore manifatturiero americano, portando il deficit commerciale con la Cina a più di 220 miliardi di dollari all'anno. Lo scontro sulla valuta cinese prosegue da mesi. Lo yuan-renminbi, com'è noto, è una moneta non convertibile: tra il 2005 e il 2008 la Banca centrale aveva consentito una graduale rivalutazione della divisa, interrotta poi all'emergere della crisi globale con il ritorno all'ancoraggio con il dollaro. La misura aveva attirato le critiche di Washington e Bruxelles, che accusano Pechino di mantenere artificialmente basso il valore della sua moneta: uno yuan sottostimato è capace di garantire alle merci cinesi un vantaggio sleale sui mercati internazionali e contemporaneamente sbarrare le porte dell'immenso mercato del Dragone ai beni stranieri.


La riforma del giugno scorso – che ha condotto finora ad un apprezzamento dell'1.25% sul biglietto verde - sembra lasciare comunque insoddisfatti gli agguerriti parlamentari USA: i democratici chiedono al Congresso di approvare la Currency Reform for Fair Trade Act, una proposta di legge che obbligherebbe il Dipartimento del Commercio a trattare le "valute manipolate" alla stregua di un sussidio vietato dal trattato della World Trade Organization, con tutte le conseguenze del caso. Lo stesso Geithner, al termine dei colloqui di ieri, si era mostrato tutt'altro che tenero: "Siamo preoccupati dalla lentezza del cammino di riforme intrapreso dalla Cina sullo yuan,- ha detto il Segretario del Tesoro - terremo conto delle prossime mosse di Pechino nel preparare il nuovo Foreign Exchange Report e stiamo esaminando quali strumenti possono essere usati, tanto dagli Stati Uniti che con un approccio multilaterale, per incoraggiare le autorità cinesi a muoversi più velocemente". Nonostante le manovre di oggi possano essere lette come un segnale di distensione, Pechino ha sempre respinto al mandante le critiche sostenendo che non accetterà pressioni straniere sul cammino di riforma della valuta, e che un apprezzamento troppo repentino potrebbe condurre nel paese un afflusso di capitali speculativi talmente imponente da creare gravi distorsioni all'economia cinese.


L'ultima risposta non si è fatta attendere: "Gli Stati Uniti stanno utilizzando la Cina come capro espiatorio – ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Jiang Yu - e una rivalutazione dello yuan non può risolvere né il disavanzo commerciale americano verso Pechino, né il problema della disoccupazione in America. Esercitare pressioni non conduce a una soluzione. Anzi, potrebbe avere un effetto contrario". E se proprio oggi gli USA hanno scelto di portare in sede WTO due controversie commerciali con la Cina – su acciaio e operatori di carte di credito - , le vere pressioni arrivano dai cittadini americani: i dati settimanali sull'occupazione sono peggiori del previsto, e le elezioni di midterm del novembre prossimo si fanno sempre più vicine.

 

 

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