WIKILEAKS: POLITBURO DIETRO CASO GOOGLE

WIKILEAKS: POLITBURO  DIETRO CASO GOOGLE

Pechino, 6 dic.- L'attacco informatico a Google? Non solo arriverebbe dalla Cina, non solo sarebbe stato ordinato da due membri del Politburo, ma si conoscerebbero finalmente i nomi degli appartenenti al principale organo del Partito Comunista Cinese da cui sarebbe partita l'iniziativa: è quanto emerge dagli ultimi telegrammi svelati da Wikileaks, che come al solito riportano notizie riferite a diplomatici USA da fonti terze e non identificabili. Secondo la fonte cinese "di alto livello" citata negli ultimi cable dell'Ambasciata americana a Pechino, a ordinare gli attacchi sarebbero stati direttamente Li Changchun, il capo della propaganda, quinto uomo nella gerarchia del Partito, e Zhou Yongkang, l'uomo della sicurezza e dei servizi, anch'egli appartenente al Comitato Permamente del Politburo, il Gotha del PCC. Dai documenti diffusi da Wikileaks non è chiaro se il presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao fossero a conoscenza della decisione; ma la vicenda presenta diversi aspetti contraddittori.

La fonte degli americani all'interno dell'amministrazione cinese, ad esempio, riferisce che tra le motivazioni che hanno spinto Li Changchun ci sarebbe la lettura di contenuti sgradevoli sul suo conto pubblicati sul motore di ricerca americano; forse una ragione un po' debole per sferrare uno dei più sofisticati attacchi di pirateria informatica della storia. The Times, che ha rintracciato la fonte misteriosa ma non ne svela l'identità, ridimensiona le rivelazioni e smentisce questa ricostruzione dei fatti. Altri telegrammi, attribuiti ad altre fonti americane, rivelano invece scenari più plausibili: è il caso, ad esempio, di quello che riporta come alcuni funzionari di alto livello avrebbero esercitato pressioni sui tre colossi cinesi delle telecomunicazioni – China Mobile, China Unicom e China Telecom – per spingere le società a interrompere i loro rapporti commerciali col motore di ricerca americano. In un altro documento, invece, si racconta della vicinanza di un altro importante politico a Baidu, motore di ricerca tutto cinese, diretto concorrente di Google e primo beneficiario di un eventuale blocco del colosso americano in Cina.

La leadership di Pechino, inoltre, sarebbe ai ferri corti con Google almeno dal 2006, a causa del servizio "Google Earth", percepito come una minaccia agli interessi nazionali. Gli esecutori materiali dell'attacco sarebbero "hackers nella zona di Shanghai" legati "all'esercito del Dragone, e tra il 2006 e il 2009 sarebbero state anche condotte operazioni di infiltrazione informatica nelle caselle email di numerose aziende tedesche e del governo di Berlino, pirateria informatica contro diversi governi asiatici e contro la rete del Dalai Lama. Nel gennaio di quest'anno, come si ricorderà, Google aveva denunciato un massiccio attacco proveniente dalla Cina, minacciando di abbandonare il paese e di sbloccare i contenuti sgraditi al governo. Dal 22 marzo la versione cinese del colosso dei motori di ricerca redirige i navigatori verso la versione di Hong Kong, cessando di fatto di esercitare quell'autocensura imposta a tutti gli operatori internet stranieri che intendono lavorare sul mercato cinese (leggi questo articolo ). La misura non ha alcun effetto pratico, o quasi: caduto il filtro che Google si auto imponeva, rimane quello esercitato direttamente dal governo cinese.

 

di Antonio Talia

 

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