Wen: rispetto per gli operai cinesi

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Dopo settimane di silenzio, il Governo cinese prende finalmente posizione sulle proteste operaie e gli scioperi selvaggi che hanno paralizzato le fabbriche della Honda nel Guangdong.
«Oggi i contadini che emigrano per andare a lavorare nelle fabbriche sono la principale risorsa della nostra forza lavoro industriale», ha detto Wen Jiabao, ieri a Pechino parlando a un gruppo di giovani muratori emigrati dalle campagne. «La nostra ricchezza e i nostri grattacieli sono il distillato del vostro sudore», ha aggiunto il premier cinese.
Che per enfatizzare il ruolo cruciale svolto dai 130 milioni di lavoratori emigrati sparsi in giro per il paese non ha esitato a entrare in antagonismo dialettico con Deng Xiaoping. «La ricchezza è gloria», disse trent'anni fa l'architetto delle riforme economiche cinesi, aprendo il paese all'economia di mercato. «Il lavoro è gloria», ha avvertito ieri Wen, quasi a volersi riappropriare di uno dei principi fondanti del Partito comunista cinese, da cui l'attuale leadership e quella che salirà al potere tra due anni traggono tutta la loro legittimità politica.
«Il vostro lavoro deve essere rispettato dalla società. Ecco perché il Governo e l'intera società cinese devono trattare i giovani lavoratori emigrati come se fossero loro figli», ha concluso Wen offrendo ai suoi interlocutori la «massima comprensione» sulle loro istanze: condizioni di lavoro, tempo libero, straordinari. Il premier, tuttavia, si è guardato bene dal toccare la nota più dolente delle recenti rivendicazioni operaie: gli aumenti salariali chiesti a gran voce, e in misura robusta, dai lavoratori che nelle ultime settimane hanno incrociato le braccia di fronte agli stabilimenti della Honda.
È una "dimenticanza" comprensibile perché, vista l'aria che tira negli insediamenti industriali della Cina meridionale, una sola parola di Wen sulla questione avrebbe potuto avere l'effetto di un cerino acceso dentro a una polveriera.
Una gigantesca, potentissima polveriera che Pechino non ha alcun interesse a far esplodere. In queste ore, mentre dopo gli aumenti concessi dal management gli stabilimenti della Honda coinvolti nelle proteste tornano lentamente alla normalità, la nomenklatura cinese è di fronte a un dilemma.
Da un lato, il Governo ha promesso di aumentare il livello generale dei salari in tutto il paese (cosa che in parte è già stata fatta con i recenti incrementi delle retribuzioni minime) con un obiettivo molto chiaro: aumentare il potere d'acquisto delle classi meno agiate per sviluppare i consumi interni e allentare la dipendenza dell'economia nazionale dalle esportazioni. Dall'altro, lo stesso Governo è perfettamente consapevole di non poter ancora rinunciare all'industria manifatturiera export-oriented imperniata sul basso costo della manodopera che garantisce i livelli occupazionali e i ricchi introiti di valuta estera.
In questo quadro di grande incertezza, distillate dal loro carico retorico, le parole pronunciate ieri da Wen mirano quindi a rassicurare la base operaia in attesa di vedere come evolverà il fenomeno: il Governo non ignora il vostro disagio e verrà incontro alle vostre richieste, è il messaggio lanciato dal premier ai lavoratori del Guangdong.
Già, ma come? Finora, soprattutto negli stabilimenti delle multinazionali, qualsiasi vertenza è sempre stata gestita pacificamente dalla All China Federation of Trade Unions (Acftu), il sindacato ufficiale riconosciuto da Pechino e legato a doppio filo al Partito Comunista, d'intesa con i vertici aziendali.
Il caso Honda, però, all'improvviso ha fatto saltare il tavolo cambiando le regole del gioco. Perdendo il controllo delle rivendicazioni salariali scoppiate negli stabilimenti della casa automobilistica giapponese, infatti, la Actuf si è ritrovata per la prima volta nella sua storia annichilita e impotente tra l'incudine del management e il martello della base operaia.
Il che rappresenta un chiaro monito per quella parte della nomenklatura che controlla le relazioni industriali nel paese. Se le proteste continueranno, il sindacato ufficiale cinese si troverà presto a un bivio: o avrà la capacità di cambiare rapidamente pelle in modo da proporsi come punto di riferimento credibile per la base operaia; oppure in qualsiasi fabbrica in fermento rischierà di restare isolato e di dover cedere il passo al primo capopopolo di turno.
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La mappa delle proteste
1 Brother Industries
I 900 lavoratori del gruppo giapponese che produce stampanti, fax e macchine per cucire scendono in sciopero il 3 giugno per chiedere salari più alti. La produzione riparte dopo una settimana
2 Foshan Fengfu Autoparts
Circa 250 dipendenti (su 400) sospendono il lavoro all'inizio di giugno nel gruppo che produce componenti per Honda. La protesta finisce con aumenti salariali che non sono stati resi pubblici
3 Honda Auto Parts Manufacturing
Alla fine di maggio la maggior parte dei 1.900 dipendenti dell'azienda interrrompe il lavoro per chiedere aumenti retributivi. L'accordo viene raggiunto con un incremento dei salari del 24%
4 Honda Lock Factory
Mercoledì scorso si sono fermati anche i lavoratori di quest'altra azienda dell'outsourcing Honda che impiega 1.500 persone. Una parte della produzione è ripartita il 14 giugno
5 Foxconn
Dodici suicidi dall'inizio dell'anno attirano l'attenzione dei media internazionali sul colosso dell'outsourcing di elettronica (820mila dipendenti). Il gruppo taiwanese aumenta i salari del 77%
6 Merry Electronics
Circa 2mila lavoratori (su un totale di 7mila) si fermano per un giorno all'inizio di giugno. Il gruppo di elettronica risolve il contenzioso sostenendo di non aver aumentato le retribuzioni
7 Smartball Inc
Esplode una disputa tra le guardie che controllano la fabbrica (8mila dipendenti) e gli operai. Il conflitto, che non è collegato a questioni salariali, viene risolto dopo pochi giorni
8 Kok International
La fabbrica del gruppo taiwanese a Kunshan viene investita da una rivolta che si conclude con una cinquantina di feriti tra gli operai che dimostravano contro le condizioni di lavoro

16/06/2010