Wen: il debito Usa ci preoccupa

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina non dorme tra due cuscini pensando alla montagna di soldi congelati nel debito pubblico americano. «Abbiamo prestato molto denaro agli Stati Uniti. È naturale, quindi, che ora siamo preoccupati per la sicurezza dei nostri investimenti», ha detto ieri Wen Jiabao, parlando alla conferenza stampa di chiusura della sessione annuale dell'Assemblea nazionale del Popolo.
«Per essere sincero, io stesso sono un po' preoccupato», ha aggiunto il primo ministro cinese, facendo riferimento ai circa 730 miliardi di dollari di Treasury Bond detenuti in portafoglio di Pechino (una cifra pari a quasi un terzo delle riserve valutarie cinesi). In qualità di premier del principale creditore di Washington, Wen si è sentito in diritto di invitare l'Amministrazione Obama «a mantenere un buon livello di solvibilità, a onorare le sue promesse, e a garantire la sicurezza degli investimenti cinesi».
Un mese fa il Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, aveva già dato ampie rassicurazioni in tal senso al Governo cinese, strappando in cambio da quest'ultimo un impegno formale a continuare a sostenere il debito pubblico americano. Ma da allora lo stato di salute dell'economia e della finanza statunitense è peggiorato ulteriormente. Così sul tavolo della Casa Bianca sono finite nuove ipotesi di onerosi piani di salvataggio, destinati a drenare ingenti risorse pubbliche. Con questa prospettiva, gli Stati Uniti potrebbero vedersi costretti a stampare dollari per creare la liquidità necessaria a mantenere le tante promesse scaccia-crisi.
Il timore della Cina è che, nel medio termine, politiche monetarie troppo allegre facciano schizzare l'inflazione americana. In questo caso, il dollaro inizierebbe a indebolirsi e il massiccio investimento cinese sull'altra sponda del Pacifico finirebbe per svalutarsi.
Ma questa è una dinamica sulla quale la Cina non ha alcun controllo. A Pechino, quindi, non resta che richiamare il suo grande debitore alle proprie responsabilità; continuare a sostenerlo finanziariamente per aiutarlo a uscire dalla crisi (e anche per evitare che crollino i prezzi dei Treasury Bond) e fare la sua parte affinché la congiuntura cinese mantenga tassi di crescita elevati, e compensi così parzialmente i vuoti di domanda creatisi nelle altre economie mondiali.
«Se la crisi dovesse aggravarsi, potremmo varare nuove misure di stimolo all'economia in qualsiasi momento», ha annunciato Wen, confermando l'obiettivo di crescita del Pil dell'8% nel 2009. «È un target difficile, ma possibile. Faremo il massimo sforzo per centrarlo».
Insomma, qualora Pechino avesse il fondato sospetto di non farcela, il Governo non esiterà a riaprire i cordoni della borsa per aggiungere altre risorse fresche al piano di rilancio dell'economia da 600 miliardi di dollari varato a novembre. «Abbiamo munizioni sufficienti», ha osservato il primo ministro. Nessuno ne dubita: con un debito pubblico che ammonta a circa il 20% del Pil, e 2mila miliardi di dollari di riserve valutarie nel cassetto, oggi la Cina è l'unico Paese al mondo che può permettersi di contrastare la crisi con massicce iniezioni di spesa pubblica, senza correre il rischio di mandare fuori controllo i conti.
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14/03/2009