WEN E OBAMA A COLLOQUIO SULLO YUAN

Pechino, 24 set.- È stato lo yuan, com'era prevedibile, l'argomento principale delle due ore di conversazione tra il presidente USA Barack Obama e il premier cinese Wen Jiabao: i due si sono incontrati ieri a New York, ai margini dell'Assemblea Generale ONU, qualche ora prima dell'incontro della commissione del Congresso americano che oggi a Washington potrebbe proporre eventuali sanzioni sull'import di prodotti cinesi. "I nostri interessi in comune superano di gran lunga le differenze" ha dichiarato Wen prima dell'incontro, mentre Obama ha sottolineato l'importanza di una strategia condivisa tra i due paesi per raggiungere insieme l'obiettivo di una crescita economica bilanciata. A riferire sul contenuto dei colloqui privati è stato il responsabile per l'Asia del National Security Council Jeffrey Bader, secondo il quale la discussione sull'apprezzamento dello yuan è stata ancora più intensa che negli incontri precedenti: "Obama ha detto apertamente che ci aspettiamo un'azione più ampia e riforme più significative su una questione cruciale - ha detto Bader al termine dell'incontro - e ha chiarito la sua intenzione di proteggere gli interessi economici americani. Se i cinesi non prenderanno l'iniziativa, abbiamo altri mezzi per difendere i nostri interessi".

La delegazione al seguito di Wen Jiabao non ha rilasciato dichiarazioni alla stampa, ma secondo Bader il premier cinese ha "confermato l'intenzione di Pechino di ampliare la riforma del tasso di cambio dello yuan". La valuta cinese è da mesi al centro di polemiche. Lo yuan-renminbi, com'è noto, è una moneta non convertibile: tra il 2005 e il 2008 la Banca centrale cinese aveva consentito una graduale rivalutazione della divisa, interrotta poi nel luglio 2008, all'emergere della crisi globale, tramite un ritorno all'ancoraggio con il dollaro. La misura aveva attirato le critiche di Washington e Bruxelles, che accusano Pechino di mantenere artificialmente basso il valore della sua moneta: uno yuan sottostimato è infatti capace di garantire alle merci cinesi un vantaggio sleale sui mercati internazionali, sbarrando contemporaneamente le porte dell'immenso mercato del Dragone ai beni stranieri. Nel giugno scorso la Cina ha sbloccato leggermente la banda di oscillazione del tasso di cambio, una manovra che ha condotto ad un apprezzamento di circa l'1.8% sul dollaro, ma la mossa è ben lontana dal soddisfare le richieste dei delegati  americani, secondo i quali lo yuan sarebbe sottostimato tra il 25% e il 40% rispetto al suo valore effettivo: nelle prossime ore gli appartenenti alla House Means and Ways Committee, una commissione della Camera dei Rappresentanti, si incontreranno per discutere una bozza di legge detta "Currency Reform for Fair Trade Act" che gode il sostegno bipartisan di 150 parlamentari e, se approvata dall'intero Congresso, autorizzerebbe gli USA all'applicazione di pesanti tariffe sull'import dai paesi accusati di manipolazione di valuta.

Si tratta di una norma appositamente ideata per colpire Pechino, anche in vista delle prossime elezioni di midterm, in novembre, sulla quale Obama non si è pronunciato durante i colloqui con Wen. "Le ragioni del deficit commerciale statunitense vanno rintracciate nella struttura degli scambi e degli investimenti USA-Cina - aveva detto ieri il primo ministro a New York- e non nel valore della moneta cinese". Secondo Wen, un apprezzamento del renminbi tra il 20% e il 40% condurrebbe alla bancarotta un numero imprecisato di aziende cinesi, causando disoccupazione e forte instabilità sociale.

 

di Antonio Talia

 

© Riproduzione riservata