Wen a Islamabad - In arrivo accordi per 19 miliardi

NEW DELHI
A conferma del crescente peso politico, economico e strategico dell'Asia del sud, il primo ministro cinese Wen Jiabao ha lasciato ieri l'India per recarsi in Pakistan assieme a una delegazione di circa 250 imprenditori. L'obiettivo della visita, che avrà esattamente la stessa durata di quella appena conclusa a New Delhi, è duplice: da una parte rafforzare i legami d'affari con il sesto paese più popoloso del pianeta; dall'altra rassicurare il proprio alleato storico nella regione che il lento e circospetto processo di riavvicinamento con l'India non andrà a discapito di Islamabad.
A quasi 24 ore dall'inizio della visita non è ancora certo a quanto ammonteranno gli accordi siglati tra imprese cinesi e pakistane, ma secondo le stime più ottimiste si potrebbero sfiorare i 19 miliardi di dollari, 3 in più rispetto al totale degli accordi firmati a New Delhi tra mercoledì e giovedì. Un dato che non sorprende vista la vicinanza storica tra i due paesi e i loro piani di portare l'interscambio commerciale dai 6,2 miliardi di dollari attuali a 15 miliardi entro il 2015.
Una cifra decisamente inferiore a quelle di cui si è parlato nei giorni scorsi in India (da 60 a 100 miliardi entro 5 anni), ma che spiega solo una piccola parte dei forti legami tra Cina e Pakistan. Basta infatti spostare l'attenzione dagli scambi commerciali agli investimenti per accorgersi come in questo caso sia Islamabad e non New Delhi il vero partner regionale di Pechino che lo scorso anno ha investito in Pakistan sette volte di più di quanto ha speso in India. Un gap non solo quantitativo, ma anche qualitativo visto che tra i progetti intrapresi dai cinesi in Pakistan spicca anche quello di costruire due reattori nucleari in Punjab. Gli altri investimenti dovrebbero essere indirizzati verso i settori dell'automotive (con possibilmente la nascita di un impianto per la produzione di auto elettriche), dell'acciaio, dell'elettronica e degli elettrodomestici.
Le operazioni destinate a colpire maggiormente l'attenzione degli analisti strategici saranno però quelle nel settore infrastrutturale. Non solo per i due già citati reattori per i quali gli Stati Uniti vorrebbero che Pakistan e Cina ottenessero il via libera del Nuclear Suppliers Group. Ma anche e soprattutto per la ferrovia e l'oleodotto che Pechino si starebbe preparando a costruire tra Gwadar e Kashgar.
La prima è una città pakistana affacciata sul Mare Arabico, non lontano dal confine con l'Iran, in cui il governo cinese ha già investito 200 milioni di dollari per la costruzione di un porto. La seconda è un centro nella provincia cinese dello Xinjiang, a poche centinaia di chilometri dai confini con le repubbliche dell'Asia centrale. L'obiettivo di Pechino è creare un collegamento di terra con Gwadar, che ha il pregio inestimabile di sorgere a poco più di mille chilometri da quello stretto di Hormuz da cui passa il 40% del petrolio consumato al mondo e la metà di quello in viaggio verso la Cina.
In questo modo Pechino potrebbe ridurre la propria dipendenza sia dalle tratte che attraversano l'Oceano Indiano (considerate a rischio per i rapporti non idilliaci con New Delhi) che dallo Stretto di Malacca, che in caso di una crisi internazionale potrebbe venire utilizzato per strangolare la Cina. Una strategia analoga che si riflette anche nella decisione di Pechino di costruire un oleodotto in Myanmar per collegare la Baia del Bengala con lo Yunnan senza dover transitare dal collo di bottiglia tra la penisola di Malacca e Sumatra.
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18/12/2010