Washington: lo yuan è un problema

Marco Valsania
NEW YORK
La Cina ha inadeguate politiche valutarie: difetta di flessibilità nel cambio e accumula eccessive riserve di valuta estera, generando «seria preoccupazione» per gli squilibri globali. Non abbastanza, però, da essere accusata di manipolare la sua divisa, lo yuan, per tenerla artificialmente troppo bassa.
Il rapporto semestrale sulle valute preparato dal Tesoro americano per il Congresso - con i suoi toni critici quanto diplomatici - si è dimostrato la cartina di tornasole dei rapporti tra le due potenze. Le tensioni restano, ma Washington e Pechino appaiono intente a non alzare il tiro, soprattutto alla vigilia del viaggio che il presidente Barack Obama ha in programma in Cina il mese prossimo.
Il Tesoro ha redarguito Pechino per una «recente mancanza di flessibilità nel tasso di cambio e la rinnovata accumulazione di reserve», sviluppi che «rischiano di minare alcuni dei progressi compiuti nel ridurre gli squilibri» globali. Il documento, che non accusa nessuno dei partner economici americani di manipolazione, ha inoltre ribadito la convinzione americana che lo yuan sia «sottovalutato». Le riserve cinesi in valuta estera, le più grandi al mondo pari a 2.273 miliardi di dollari, sono salite ancora nel terzo trimestre dell'anno.
Con l'obiettivo di premere sulla Cina, l'amministrazione ha fatto anche leva sulle recenti conclusioni del G-20. Per promuovere una crescita economica globale più equilibrata e sostenibile, Pechino dovrebbe incoraggiare la domanda interna, gli Stati Uniti il risparmio e l'Europa gli investimenti. E gli Stati Uniti continueranno a sollecitare la Cina affinché permetta un rafforzamento della sua valuta.
Screzi commerciali sono raffiorati negli ultimi mesi. La Casa Bianca ha varato dazi sui pneumatici cinesi, dando ascolto alle richieste del sindacato che ha denunciato l'afflusso di prodotti a basso costo da Pechino. La sottovalutazione dello yuan, continuano inoltre ad accusare numerose aziende americane, crea uno scorretto vantaggio competitivo alla Cina. Da parte sua Pechino ha messo in dubbio la tenuta del dollaro come valuta globale di riserva. E ha lanciato avvertimenti sulla solidità dei suoi enormi investimenti in asset americani, a cominciare dai titoli del Tesoro, di fronte all'aggravarsi del deficit pubblico. Proprio ieri sera il governo Usa ha annunciato un buco record per il 2009, a quota 1.420 miliardi. Pechino, che in agosto ha leggermente ridimensionato i titoli americani in suo possesso di 3,4 miliardi a 797,1 miliardi, rimane di principale investitore estero in treasuries davanti al Giappone.
L'avvicinarsi della visita di Obama ha portato con sé toni parsi tuttavia più distesi. Il presidente di recente ha anche rinviato un incontro a Washington con il Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet, per non irritare Pechino. E sulle valute, ha detto Marc Chandler della Brown Brothers Harriman, «sia gli Stati Uniti che la Cina hanno fatto marcia indietro rispetto alle posizioni più stridenti». Il rapporto del Tesoro, così, ha evitato accuratamente di lanciare accuse di manipolazione che, per legge, richiederebbero contromisure: l'ultima volta che accadde, proprio contro la Cina, risale al 1994.

17/10/2009