Volano le esportazioni cinesi

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La bilancia commerciale cinese continua le sue evoluzioni in saliscendi, gelando le previsioni degli analisti e smentendo le ipotesi di un'imminente inversione di tendenza del surplus della superpotenza asiatica.
Ad aprile i conti con l'estero di Pechino hanno segnato un attivo di ben 11,4 miliardi di dollari, un valore superiore di circa quattro volte alle stime degli esperti. Ma soprattutto un valore che cancella in un colpo solo il miliardo di dollari di deficit accusato dal Paese nel primo trimestre del 2011. E che, piaccia o no, ai grandi partner commerciali che l'accusano di dumping, pratiche scorrette e protezionismo valutario, ribadisce forte e chiaro il ruolo che la Cina giocherà ancora a lungo nell'economia globale: quello di Paese esportatore per eccellenza.
Esportatore di tutto. Non più solamente di magliette, accessori e gadget in plastica come ai vecchi tempi quando il made in China partì alla conquista dei mercati mondiali. Oggi è esportatore anche di elettronica di consumo, meccanica, computer e automobili.
Il sorprendente attivo commerciale registrato ad aprile è il frutto di una robusta crescita delle esportazioni, che hanno fatto un balzo in avanti del 30% rispetto lo stesso periodo dell'anno precedente portandosi a quota 155,7 miliardi di dollari. Per le vendite di made in China sui mercati internazionali si tratta del valore assoluto più alto di tutti i tempi.
Frattanto, nonostante i robusti acquisti cinesi di materie prime e, soprattutto, di petrolio, le importazioni sono lievitate "solo" del 22%, attestandosi poco al di sotto di 145 miliardi di dollari.
I dati del commercio estero cinese di aprile suggeriscono indirettamente una considerazione importante: forse, la tanto attesa ripresa dell'economia globale sta diventando realtà. I quasi 156 miliardi di dollari di merci uscite dai porti cinesi il mese scorso, infatti, da qualche parte saranno pur finite. «La verità è che, come testimonia il boom delle esportazioni cinesi, la ripresa della domanda mondiale è più forte di quanto si pensi», osserva Tao Wang, economista di Ubs Securities.
Le percentuali d'incremento per regioni di destinazione sembrano dimostrarlo. Ad aprile, le esportazioni verso i due grandi mercati di sbocco del made in China - Europa e Stati Uniti - sono aumentate rispettivamente del 27 e del 25 per cento, mentre le vendite in Asia (eccetto il Giappone) sono salite addirittura del 35 per cento.
Tuttavia, l'esperienza insegna che i dati macroeconomici diffusi dalla Cina vanno presi con le molle. Sempre. Prima di tirare le conclusioni e parlare di nuove tendenze, dunque, è meglio aspettare una serie di conferme dai dati che arriveranno nei prossimi mesi.
In questo quadro di profonda incertezza, il valore dello yuan sarà sicuramente una variabile chiave nella determinazione dei flussi import-export della Cina nei prossimi mesi.
Dal giugno 2010, quando Pechino decise di abbandonare il peg tra yuan e dollaro, la moneta cinese si è apprezzata di circa il 5% nei confronti del biglietto verde statunitense.
Nel contempo, però, per effetto della debolezza della moneta americana sui mercati valutari internazionali (sebbene la valutazione dello yuan sia ancorata teoricamente a un misterioso paniere di monete, nella realtà riflette in pieno le fluttuazioni del dollaro), la moneta si è svalutata di quasi il 10 per cento nei confronti dell'euro.
Il che, ovviamente, ha ridotto notevolmente la competitività delle merci europee sul mercato cinese aumentando parimenti l'appetibilità del made in China nel Vecchio continente.
Ecco perché nei prossimi mesi il cambio del dollaro sarà un fattore cruciale nell'evoluzione delle relazioni commerciali tra Pechino e l'Unione Europea.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

11/05/2011