VITA NELLE FABBRICHE-PRIGIONE

VITA NELLE FABBRICHE-PRIGIONE

Roma, 1 giu.- In questi giorni un nuovo scandalo si è imposto nella cronaca dei giornali cinesi: la polizia ha liberato 24 lavoratori tenuti in schiavitù in una fornace clandestina nella provincia dello Yunnan. Gli uomini erano stati adescati nella contea dello Shilin dietro la promessa di un lavoro che si è poi trasformato in un vero e proprio inferno dove minaccie e torture erano all'ordine del giorno. A lanciare l'allarme e a portare all'arresto di tre persone è stata la denuncia della scomparsa di uno degli uomini che non aveva più fatto ritorno a casa.
Ma quello dello Yunnan è solo l'ultimo di una serie di episodi legati a una pratica che si sta allargando a macchia d'olio: è infatti di qualche giorno fa la notizia della liberazione di altre 34 persone costrette a lavorare dalle 14 alle 18 ore al giorno in una fornace-prigione in condizioni ai limiti della sopravvivenza.
Il traffico di forza lavoro coatta ha origini antiche in Cina: già nel 1700 si registravano casi di "fornaci a porte chiuse" dove venivano inghiottite centinaia di persone con la falsa promessa di una occupazione. Dopo una lunga epoca di oblio, il fenomeno è riemerso in tutta la sua gravità nel 2007. E' stata una televisione dello Henan a denunciare lo scandalo di 2mila fornaci di mattoni clandestine disseminate nelle campagne dello Shanxi, trasmettendo alcuni filmati amatoriali che mostravano giovani coperti di stracci e costretti ai lavori forzati. Il reportage ha riacceso le speranze di molti genitori che da anni avevano perso le tracce dei propri figli e che si erano sentiti rispondere dalle autorità locali che "situazioni del genere erano fin troppo comuni per essere prese in considerazione", come racconta Li Xiaoli, madre di un ragazzo dello Henan scomparso nel 2006. "Nei tre giorni successivi la messa in onda del programma più di mille genitori sono venuti negli studi televisivi a chiedere aiuto"  ha affermato il giornalista Fu Zhenzhong, autore dell'inchiesta che ha segnato l'inizio di un risveglio di coscienza dei media nazionali. Ma forse, più che la carta stampata e le televisioni, è stato il web ad approfondire in modo più incisivo la tragedia delle fornaci clandestine, offrendo ai genitori dei ragazzi scomparsi la possibilità di 'incontrarsi' sui forum, di scambiarsi informazioni utili, e creando netizens più informati. Quando la notizia dello scandalo ha iniziato ad affievolirsi, nella provincia dello Shanxi il fenomeno si è ridimensionato, ma in realtà non è possibile avere una stima approssimativa di quante persone siano ancora coinvolte in questo tipo di sfruttamento. Non è sempre facile stabilire, infatti, dove finisce la legalità e dove inizia l'illegalità. "Quantitativamente non ci sono statistiche ufficiali" spiega ad Agichina24 il sinologo e giornalista Ivan Franceschini, autore di "Cronache dalla fornaci cinesi" e confondatore di Cineresie.info. "E' difficile stabilire cosa si intenda per legalità: molte fornaci che operavano già prima dello scandalo del 2007 sono tornate ad operare attraverso delle licenze rilasciate dai governi locali, e che in sostanza sono una copertura. Quindi queste fabbriche-prigioni sono ancora molto diffuse, con la differenza che ora si nascondono molto meglio che in passato". Il fatto che nelle ultime due settimane le operazioni di polizia nello Yunnan e nello Hebei abbiano portato alla liberazione di 58 persone è sicuramente un dato incoraggiante ma "esiguo rispetto a quanto emerso nello scandalo del 2007 che ha visto coinvolti oltre 53mila lavoratori impiegati in più di 2000 fornaci solo nella provincia dello Shanxi" commenta Franceschini.
Sebbene il fenomeno sia lontano da una risoluzione, il governo ha dichiarato guerra al traffico di esseri umani: nel 2007 l'esecutivo ha lanciato un piano quinquennale per far fronte all'emergenza e dal 2008 si sta lavorando per introdurre il reato di "lavoro forzato e violento" all'interno del codice penale. Il fenomeno dei rapimenti non riguarda solo i lavoratori ma anche le fasce più deboli: secondo il ministero della Pubblica Sicurezza ogni anno sono circa 10mila le donne e i bambini che vengono rapiti per essere venduti per pochi yuan, rispettivamente, a uomini single in cerca di una moglie o a coppie sterile in cerca di adozione. Sui dati non concordano però gli analisti dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) le cui stime ammonterebbero addirittura a 20mila unità.

di Sonia Montrella e Annarita De Gaetano

 

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