Violenza in Xinjiang, 5 morti negli scontri

PECHINO
Le notizie che filtrano dalle strette maglie della censura cinese sono drammatiche: cinque morti e quattordici feriti è il primo bilancio delle proteste degli ultimi giorni a Urumqi, capitale della regione autonoma dello Xinjiang, nel nordovest della Cina. Lo hanno riferito ieri funzionari governativi, nello stesso giorno in cui la polizia è dovuta intervenire con i gas lacrimogeni per disperdere una nuova manifestazione di protesta di piazza.
Urumqi, dopo Lhasa nel Tibet, è il posto più "caldo" per il governo di Pechino poiché è stata teatro in luglio di sanguinosi scontri interetnici tra musulmani uiguri e cinesi han che hanno causato la morte di 197 persone. Meng Jianzhu, il ministro degli Interni cinese, che si trova, guarda caso, proprio nella capitale della turbolenta regione, ieri ha accusato i separatisti musulmani di origine turcomanna (la cui pasionaria Rebiya Kadeer, una specie di Dalai Lama degli uiguri, è rifugiata negli Stati Uniti dal 2005) di essere gli organizzatori degli attacchi con le siringhe (infette da Aids secondo voci popolari non confermate) verificatisi in città.
Per il ministro, le aggressioni «sono state condotte dai separatisti musulmani, e sono la continuazione delle violenze del 5 luglio, volte a colpire l'unità della Cina».
Da mercoledì scorso, migliaia di residenti cinesi di Urumqi protestano nelle strade della città, accusando il governo di non proteggerli dagli attacchi dei «terroristi» uiguri.
Secondo le denunce, dal 20 agosto membri dell'etnia uigura attaccano a colpi di siringhe i cinesi di tutte le età, compresi «bambini e donne incinte». Il numero dei ricoverati è salito oggi a 531 e coloro che presentano «chiari segni» di punture da ago ipodermico sono 106, secondo l'agenzia ufficiale Nuova Cina.
Gruppi di giovani hanno lanciato bottiglie contro i poliziotti, che da ieri pattugliano le strade della città in tenuta antisommossa. Le autorità hanno chiuso le scuole e annunciato che sono vietate «le dimostrazioni di massa». Centinaia di persone hanno chiesto le dimissioni - e alcuni addirittura l'esecuzione - del capo del Partito Comunista dello Xinjiang, Wang Lequan.
Noto per essere un duro e intrattenere buoni rapporti con i dirigenti centrali del Partito, Wang è al potere da 14 anni, e alcuni lo accusano di aver approfondito con la sua politica intransigente le distanze tra gli immigrati cinesi (la maggioranza della popolazione della regione) e i locali uiguri.
«Il problema è che qui nessuno si sente sicuro», ha dichiarato un cinese han che ha preso parte alle manifestazioni di questi giorni. Gli esuli uiguri ribattono che gli attacchi con le siringhe sono «un'invenzione» del governo di Pechino per giustificare ulteriori giri di vite nella repressione e accusano l'autorità centrale di voler sradicare le loro tradizioni culturali.

05/09/2009