Via le barriere tra Cina e Far East

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro inviato
Dopo dieci anni d'incubazione, l'area di libero scambio tra i paesi Asean e la Cina diventa finalmente realtà. Donai infatti entrerà in vigore l'accordo proposto da Pechino alle Tigri del Sudest asiatico nel 2000, quando entrambi erano ancora intenti a leccarsi le ferite della grande crisi economica del Far East.
La Cina e le 10 nazioni poste sul suo fianco meridionale (dell'Asean fanno parte Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Birmania, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam) costituiranno un unico, libero mercato composto da 1,9 miliardi di persone, sul quale l'anno prossimo saranno scambiati circa 200 miliardi di beni e servizi. Questa zona franca si chiamerà Asean-China Free Trade Agreement (Acfta), un gigante secondo solo all'area di libero scambio del Nordamerica (Nafta) e a quella europea.
Quello dell'Acfta è stato un cammino a tappe, ma molto rapido. L'intesa siglata nel 2002, infatti, prevedeva entro la fine del 2007 un abbattimento graduale delle tariffe su circa il 60% delle 9mila categorie merceologiche scambiate all'interno della futura free trade zone. Dal primo gennaio 2010, i dazi doganali sul 90% di questi beni saranno completamente aboliti.
La più felice dell'avvento della nuova area di libero scambio è certamente la Cina. Per due buone ragioni. Perché grazie all'Acfta Pechino potrà acquistare senza alcuna imposizione tariffaria le materie prime di cui sono ricchi i paesi Asean e di cui il Dragone è particolarmente ghiotto. E perché l'Acfta potrà diventare lo strumento con cui promuovere la liberalizzazione del renminbi: non è un caso che, proprio un anno di fa di questi tempi, la Cina varò un progetto pilota per l'utilizzo dello yuan nelle transazioni commerciali tra due sue province del Sud (Yunnan e Guangxi) e i paesi Asean.
Per questi ultimi, invece, i benefici della nuova area di libero scambio sono ancora tutti da verificare. Certo, da un lato l'Acfta spalanca le porte dell'immenso mercato cinese alle merci prodotte nell'Asean, e al tempo stesso aumenta potenzialmente le esportazioni di materie prime ed energie delle Tigri del Sudest Asiatico verso la Cina. Dall'altro, però, rischia di mettere a dura prova diversi settori manifatturieri domestici, che oggi non sono in grado di competere con i concorrenti made in China. Le industrie più a rischio sono il tessile, l'elettronica, la componentistica auto, le scarpe e la petrolchimica.
Di fronte a questa prospettiva, nelle scorse settimane una dozzina di associazioni industriali indonesiane hanno chiesto al Governo di Giacarta uno slittamento degli accordi Acfta, sostenendo che i loro affiliati non sarebbero ancora pronti al grande passo verso il mercato unico tra Sudest Asiatico e Cina.
L'integrazione asiatica va di pari passo con le crescenti tensioni tra Asia e Occidente sul fronte commericale. Proprio ieri è arrivato il via libera dell'International Trade Commission (Itc), l'agenzia americana che vigila e regolamenta la concorrenza, all'introduzione di dazi fra il 10% e il 16% sulle importazioni di tubature cinesi. L'Itc ha votato all'unanimità l'imposizione dei dazi, decisi in novembre dal Dipartimento del Commercio americano, constatando come le aziende americane siano state penalizzate dai sussidi concessi alle imprese cinesi.
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31/12/2009