Valute, diritti e commercio nell'agenda di Hu e Obama

NEW YORK. Dal nostro corrispondente
La cena ristretta, intima, informale a sei nella Old Family Room della Casa Bianca è andata come da copione. C'erano Barack Obama, Hillary Clinton, Tom Donilon da parte americana, Hu Jintao e due dei suoi più alti funzionari al seguito da quella cinese. Il vertice sino americano è dunque partito. Ieri si è parlato anche di commercio, valuta, proprietà intellettuale e diritti umani, argomenti al centro dei negoziati tecnici di oggi. Ma abbiamo saputo ieri pomeriggio che Obama e Hu avrebbero anche parlato nella loro prima serata "relaxed" del futuro, del post sorpasso economico Cina-Usa dello scenario plausibile a livello globale da qui ai prossimi 20 anni.
Una conversazione a ruota libera dunque in cui la curiosità americana ha un obiettivo: fino a che punto dietro l'impegno pubblico a procedere con un'«ascesa pacifica» Pechino si prepara a diventare una «iperpotenza», una di quelle potenze assolute, persino restie a condividere lo scenario globale in un contesto G2, già suggerito nel novembre del 2009 dal presidente Barack Obama?
I contorni pre vertice rendono legittima questa domanda di fondo che riguarda non solo l'America, assediata dal "secolo cinese", ma tutti noi in occidente: i militari cinesi hanno mostrato i muscoli sfoggiando un nuovo caccia invisibile (Stealth) con tecnologia avanzatissima, Pechino punta alla conquista spaziale e lo stesso Hu ha rivendicato arrivando ieri a Washington il diritto di cambiare il sistema monetario internazionale da dollarocentrico a multicentrico, con o senza il consenso americano. Una dimostrazione di decisionismo che indica chiaramente la strada che si prepara a imboccare la Cina: per la prima volta negli ultimi 60 anni (Bretton Woods, rinuncia convertibilità, Plaza, Louvre) non è l'America a indicare la via della riforma per gli equilibri monetari itnernazionali. Possibile dunque che la Cina diventi la potenza sostitutiva, la nuova Iperpotenza?
Su questo tema è intervenuta Amy Chua in una lunga discussione di qualche tempo fa sul suo libro Day of Empire, how Hyperpowers Rise to Global Dominance and Why they Fall. Il titolo rievoca un libro dello storico Paul Kennedy, L'Ascesa e la Caduta delle Grandi Potenze, ma la tematica è leggermente diversa. Kennedy parlava genericamente di "potenze". La Chua parla di "Iperpotenze". Si è ispirata al termine coniato il 5 febbraio del 1999 dal ministro degli Esteri francese Hubert Vedrine per descrivere il ruolo degli Stati Uniti a dieci anni dalla caduta del muro di Berlino. Secondo Vedrine gli Usa nel post guerra Fredda erano la potenza dominante in tutte le categorie, economica, tecnologica, militare, ma anche culturale, nel linguaggio e nel modo di vivere. Una combinazione che ha pochi precedenti nella storia. E Vedrine diceva che Parigi avrebbe organizzato una «resistenza».
La Chua, americana di genitori cinese, restò infatuata dalla tematica. E oggi, dopo aver improvvisamente assunto un ruolo di "celebrity" dopo la pubblicazione del suo ultimo libro sulle madri cinesi, il suo parere conta. In sostanza, dice la Chua, la predominanza asiatica fra gli studenti americani non dipende da un diverso quoziente di intelligenza, ma dall'atteggiamento severo, inflessibile delle madri cinesi. Figlia di immigrati, madre modello, nemesi dei padagoghi politically correct, la Chua è anche professoressa di legge a Yale e nel suo libro sulle iperpotenze la conclusione è altrettanto sicura quanto quella sulla bontà del modello educativo delle inflessibili madri cinesi.
Pechino non ce la farà a diventare iperpotenza per una ragione molto semplice: ha un modello chiuso, non aperto ed è più intollerante che tollerante. «Gli ingredienti chiave per una iperpotenza, nella storia, sono quelli della tolleranza, del rispetto dei diritti e della legge e del nation building». La Chua spiega che a differenza di despoti assoluti, come Dario e Ciro nell'impero persiano o Genghis Khan o l'antica Roma, avevano come denominatore comune la tolleranza, l'inclusione di altre razze di altre religioni con l'obiettivo aprire e prendere il meglio. «La Cina non diventerà iperpotenza – dice ancora la Chua in un'intervista video universitaria - perché è l'opposto di una società di immigrazione e cosmopolita...non trasforma gli stranieri in cittadini cinesi, ma vedi molti cinesi che vogliono diventare americani. È vero, la Cina ha oggi un quinto della popolazione globale, ma la mia tesi è che la gente più intelligente non sarà solo in un'etnia. E dunque la Cina crescerà e gli Usa cadranno dal loro ruolo di iperpotenza, diventeranno una grande potenza in coabitazione...».
Sarebbe interessante sapere se Obama ha usato questi argomenti per convincere Hu ad aprire alla democrazia. Ma il contenuto delle conversazioni di ieri sera resterà, hanno detto alla Casa Bianca, «altamente riservato».
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a pagina 19
Le analisi sui rapporti sino-americani

19/01/2011