VADEMECUM PER L' ANP

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Pechino, 12 mar. - L'Assemblea Popolare Nazionale, sorta di "parlamento cinese" che si riunisce in seduta plenaria una volta all'anno, essenzialmente per ascoltare quanto il governo ha da riferire, sta per volgere al termine: dopo il discorso che il premier Wen Jiabao terrà domenica prossima i circa 3mila delegati provenienti da tutta la Cina potranno rientrare nelle province d'origine. Anche se appare abbastanza evidente che le vere decisioni sul futuro della Cina vengono prese altrove, la seduta plenaria – che avviene sempre in concomitanza con la Conferenza Consultiva del Popolo, sorta di rappresentanza della 'società civile'- è comunque uno dei principali appuntamenti politici dell'anno, nel corso del quale si assiste a una sfilata di tutti i principali leader del paese. Cosa è stato detto finora? Ecco una breve rassegna, in attesa del discorso finale del primo ministro.


Wen Jiabao, "difendere l'8%"
"Bao ba", "difendere l'8", inteso come crescita annuale: l'esortazione risuona come un mantra, o come uno slogan di partito. Nel discorso iniziale Wen Jiabao ha tracciato le linee guida per l'anno economico in corso, tra cui ovviamente una crescita da attestarsi almeno all'8%; la creazione di oltre 9 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane (come contromisura con cui limitare il tasso di disoccupazione entro il tetto massimo del 4,6%); il contenimento del livello d'inflazione al 3%; il miglioramento della bilancia dei pagamenti e infine un solido sviluppo, con particolare enfasi sulla necessita' di accelerare lo shift nel modello economico. Niente di nuovo sul fronte dello yuan: ""La Cina manterra' un tasso di cambio fondamentalmente stabile - ha affermato Wen -  al contempo, promuovera' l'uso della propria valuta negli scambi commerciali trans-frontalieri, secondo il progetto pilota lanciato nel luglio 2009 nei principali hub dell'export cinese (Shanghai, Shenzhen, Canton, Zhuhai e Dongguang) e continuera' a perfezionare il meccanismo per stabilire il tasso di cambio con cui convertire lo yuan".


Il dilemma hukou
La novità dell'anno era giunto in forma assolutamente inedita: un editoriale congiunto pubblicato su 13 diversi quotidiani col quale si chiedeva l'abolizione dell'hukou, il sistema dei permessi di soggiorno; un potente strumento di controllo sociale lanciato 50 anni fa da Mao Zedong per evitare che i contadini delle zone colpite dalla carestia successiva al "Grande Balzo in Avanti" si muovessero verso le zone più ricche. Il regime prevede che il cittadino che rimanga vincolato al luogo di nascita per ottenere servizi come l'istruzione gratuita o l'assistenza sanitaria; cambiare hukou da una città all'altra è tecnicamente possibile ma estremamente difficile: una limitazione che non ha impedito a milioni di cinesi delle aree rurali di spostarsi verso le città per lavorare come operai nelle fabbriche o nei cantieri, generando, di fatto, un'immensa classe di cittadini di serie B privi di alcuni diritti fondamentali. La riforma si farà? Wen non ha fatto completamente chiarezza, affermando solamente che "riformeremo il sistema, e procederemo sul sentiero dell'urbanizzazione con caratteristiche cinesi, ovvero promuovendo una positiva interazione tra l'urbanizzazione e la creazione di una nuova campagna". Il capo aggiunto e redattore anziano dell'Economic Observer Zhang Hong, tra gli autori dell'editoriale, intanto, ha perso il lavoro.
"Siamo investitori responsabili" "Il mercato dei buoni del Tesoro USA è il più vasto del mondo e le nostre riserve in valuta estera sono enormi. L'importanza dei Treasury Bonds per la Cina, quindi, è facilmente intuibile" ha dichiarato Yi Gang, direttore della State Administration of Foreign Exchange – l'authority cinese che sovrintende agli investimenti in divise straniere-, nel corso di una conferenza stampa ai margini dei lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo. Pechino, insomma, ha tentato di rassicurare Washington sui suoi investimenti in bond americani, dopo che a metà febbraio il Tesoro USA aveva diffuso la notizia, risalente al dicembre 2009, della vendita da parte della Cina di Treasury Bonds per 34.2 miliardi di dollari; una mossa che alcuni analisti avevano interpretato come un primo segnale di disinteresse del Dragone verso il debito pubblico statunitense.


Le polemiche sullo yuan
Anche il ministro del Commercio Chen Deming mantiene la linea ufficiale sulla riforma dello yuan: ""Graduale e controllata", l'ha definita durante l'Assemblea. Da un lato le affermazioni di Chen ribadiscono, attraverso la formula standard utilizzata negli ultimi mesi, la volontà di Pechino di non cedere alle pressioni estere per un apprezzamento dello yuan; d'altra parte, secondo alcuni osservatori, le parole del ministro farebbero intravedere qualche possibilità nel medio termine, soprattutto dopo altre dichiarazioni rese recentemente dal governatore della Banca centrale Zhou Xiaochuan. "Quella sulla stabilità dello yuan è una politica speciale, varata in tempo di crisi –aveva detto Zhou- e, come tale, verrà presto o tardi abbandonata"; Zhou, tuttavia, non ha lasciato trasparire nulla su un'eventuale tabella di marcia. Le polemiche, però sono state rinfocolate dal  discorso pronunciato giovedì da Barack Obama in occasione dell'Export-Import Bank a Washington: "I paesi con alti deficit esterni devono esportare e risparmiare di più, mentre quelli con un elevato surplus commerciale con l'estero devono aumentare i consumi e la domanda interna. Come ho già sostenuto in altre occasioni, una riforma della Cina verso un tasso di cambio maggiormente basato sul mercato fornirà un contributo essenziale agli sforzi per un riequilibrio globale". Pronta la risposta di Pechino ai margini dei lavori dell'Assemblea, per bocca del vicegovernatore della Banca centrale Su Ning: "Crediamo che una modifica del tasso di cambio dello yuan non serva ad aumentare o diminuire i nostri surplus e deficit commerciali.Non siamo d'accordo su una politicizzazione della questione dell'apprezzamento dello yuan, così come non siamo d'accordo sul fatto che una nazione metta in campo i suoi problemi e dopo pretenda che vengano risolti da un'altra nazione".

 

di Antonio Talia